La metropoli circadiana discontinua

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Foto F. Bottini

Una vecchia canzone swing dell’indimenticato Nicola Arigliano diceva nel ritornello “la cosa è sicura, è solo questione di tempo”. Grande verità, di solito non considerata dentro la solita tendenza a ragionare poco, specie quando ci si lancia dentro a intricati ragionamenti. Come quello sulle aperture domenicali o notturne degli esercizi commerciali, dove se ne ascoltano davvero di tragicamente idiote, comunque rivelatrici della scarsa tendenza a pensare prima di emettere fiato. Se ne ascoltano tantissime, a partire della abituale confusione fra diritti dei lavoratori e diritto alla città, oppure fra diritti dei lavoratori di un tipo e diritti di altri lavoratori di altro tipo. Esempio classico, la stessa persona che ti aggredisce quasi fisicamente quando sostieni l’utilità e liceità di servizi costantemente disponibili, poi raccontando delle domeniche ideali familiari casca subito nell’acquisto delle pastarelle, o nel pomeriggio allo stadio, al cinema. Insomma dopo aver difeso a suo parere i diritti dei lavoratori alla cassa di un supermercato, se ne fotte allegramente di tutti i baristi, fiorai, addetti alle biglietterie e pulizie, eccetera eccetera. Sarebbe corporativismo se fosse consapevole, invece è solo beata ignoranza.

Spazio tempo

Ovviamente il tema è molto più serio di quanto non riescano a immaginare questi sostenitori di una misteriosa giustizia familiar-urbana-mulinobianca. Ed essendo serio, non lo si può delegare ai soliti economisti che calcolano tutto in base ai bilanci delle aziende, ma poi condizionano su quella base la vita di tutto quanto. La vita urbana, ovvero quella che interessa una quota maggioritaria dell’umanità, si compone di un intreccio complicatissimo di pieni e vuoti, ed è di questo equilibrio che vive. Io mi riposo, dormo, passo il tempo libero, mi svago, mentre un altro lavora, sta sveglio, si impegna per consentirmelo: vuoi facendomi il caffè al bar, vuoi facendo il mio lavoro nelle ore in cui io sto da un’altra parte. Anche gli spazi e gli ambienti, in una metropoli che dovrebbe allontanarsi a gambe levate dalla città fabbrica artificiale meccanica novecentesca, esistono e vivono grazie a questo relativo equilibrio di pieni e vuoti. Una volta esisteva semplicemente una certa alternanza di edificato e pertugi per respirare, piazze, strade, giardini, oggi si sta facendo strada per fortuna un’idea di rinaturalizzazione della città.

Animali più umani, e non viceversa

Rinaturalizzare non significa, come ancora pensano alcuni (forse gli stessi che ti aggrediscono sul supermercato aperto la domenica?) un’invasione di erbacce nelle crepe degli edifici a far crollare tutto, riportandoci allo stadio di bifolchi con gli zoccoli senza calze, chini sul solco ad ascoltare l’Angelus. Ecco, questo lo pensano certo alcuni, ma per fortuna non i pianificatori o chi si occupa di parchi, agricoltura, sostenibilità in modo serio. Una metropoli terzo millennio, più sostenibile, è quella che lascia adeguati “vuoti” di edificato e artificializzazione, per lasciarli riempire da elementi naturali, necessariamente governati, ma in cui si autoriproducono ed evolvono spontaneamente specie vegetali, animali, e dove anche cose come la luce artificiale non interferiscono con questi ritmi. La fabbrica insomma se ne sta fuori da lì. Perché è la logica meccanica, applicata vuoi al lavoro industriale che all’agricoltura che a tutto il resto (consumi inclusi) a far male. Siamo esseri viventi, in un pianeta vivente, e ragionare come se le cose funzionassero a ingranaggi e pulegge ha fatto un sacco di danni. In questo senso, è un falso problema discutere se sia giusto o no che la città viva sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno, anche lì esistono i pieni, e i vuoti. Leggiamolo in quel senso, l’articolo linkato dove si parla di inquinamento luminoso, ritmi circadiani e salute.

Riferimenti:

Ellie Violet Bramley, Urban light pollution: why we’re all living with permanent ‘mini jetlag’, The Guardian, 23 ottobre 2014

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