La metropoli evanescente dell’economia

IMG_7949Quando si parla di «impoverimento del suburbio», si intendono parecchie cose, assai diverse l’una dall’altra quanto convergenti nel determinare un effetto squilibrante. La più nota, discussa e pubblicizzata fino alla banalizzazione è il Millennial Trend, ovvero lo spostamento di consumi e stili di vita dell’ultima fascia generazionale che si è affacciata alla vita adulta, con due particolarità rispetto ai suoi genitori e fratelli maggiori: ama molto meno il possesso rispetto all’uso, e non pare particolarmente ansiosa di consumare cose che parevano quasi essenziali alla realizzazione personale, ma evidentemente non lo sono più. Ne deriva, nello specifico, una preferenza per gli spazi urbani, una relativa indifferenza rispetto alle dimensioni «di rappresentanza» dell’alloggio, entusiasmo poco o nullo nei confronti dell’automobile e di altri beni correlati, dagli elettrodomestici in giù. Dato che queste sono tra le le basi su cui si fonda l’economia del suburbio, la pura assenza di soggetti consumatori del genere inizia a svuotare di senso e risorse l’antica nuova frontiera dello sviluppo. Per contro, gli incrementi di valore delle zone centrali determinati dalla domanda dei Millennials (e di qualche loro genitore preveggente), l’aumento dei prezzi immobiliari, certe trasformazioni fisiche come il diffondersi delle pedonalizzazioni e vincoli all’uso dell’auto, o l’insediarsi di nuovi negozi e servizi diversi dal passato, spinge via via fasce sociali più povere a trasferirsi nei «vuoti suburbani», accelerando ulteriormente il loro relativo deprezzamento e degrado. E infine, last but not least, ci sono le attività economiche.

L’impresa che evapora

È abbastanza noto come l’espansione suburbana-automobilistica abbia visto almeno tre cicli complementari e conseguenti nel ‘900: i due solo lievemente scostati della crescita residenziale e commerciale (lo shopping mall esplode di fatto circa dieci anni dopo la santificazione della villetta come simbolo del Sogno, americano prima e globale poi), e quello delle attività produttive e terziarie, anche con gli uffici centrali e di rappresentanza nelle aree più esterne. Ne è senz’altro un simbolo ad esempio il Pentagono, ma se ne potrebbero citare decine, fino all’ultimissimo tardo General Headquarter della Apple di Cupertino, progettato dallo studio Foster in forma di astronave atterrata, classicamente, paradigmaticamente, nel nulla. Il rilancio di immagine della città centrale, della sua fitta rete di relazioni, degli stili di vita e consumo urbani, degli stessi valori di inclusione, diversità, laicità e via dicendo, parrebbe banalmente alla base di quello che anche molti esperti di mercato immobiliare chiamano «ritorno in centro dell’impresa». Cosa che in effetti in molti casi pare essersi verificata, ed esattamente in congiunzione col citato Millennial Trend, e l’incremento a volte spropositato dei costi dell’abitare, come avvenuto a San Francisco, e caratterizzato dalle rivolte popolari contro gli autobus della Google, simbolo tangibile di questo processo, il cui percorso toccava tutti i quartieri gentrificati. Ma forse chi sta facendo letture meccaniche del genere, pur a fronte di concreti casi di tendenza, non ha messo in conto uno dei fattori centrali di tutto questo rimescolamento sociale e territoriale: l’innovazione tecnologica.

Valore d’uso e valore di mercato

Ci si dimentica che se le giovani generazioni non considerano più un feticcio l’auto, e neppure la casona con giardino privato e sala proiezioni, o la transumanza del fine settimana tra le scintillanti scansie di uno sterminato shopping mall, è per via dello spostarsi dell’interesse, della vita stessa per molti versi, nel mondo immateriale rappresentato dal telefonino o dal tablet, e che anche gran parte dell’attività lavorativa ormai si svolge su quel piano, in quel non-luogo per antonomasia. Il grande clamore suscitato dal successo Pokemon Go, in fondo, si deve esattamente all’improvvisa consapevolezza collettiva di quanto i luoghi siano ormai diventati variabile dipendente in un mondo dominato dai flussi immateriali, e assumano valore istantaneamente (o lo perdano, o lo cambino radicalmente di qualità) solo con un click su uno schermo. Ecco: da questo punto di vista forse si può iniziare a comprendere meglio come possa configurarsi realmente quel «trasloco» delle imprese dal suburbio, leggibile non tanto come ritorno sui propri passi, all’antico solido incombente grattacielo urbano che domina la vita degli individui, come ci racconta quell’indimenticabile incipit di John Dos Passos in Manhattan Transfer. Oggi il potere economico, al massimo, ha bisogno di una sede di rappresentanza, e magari va pure benissimo (per necessità vuoi fisiche, vuoi puramente speculative) anche il vecchio grattacielo incombente progettato dall’archistar di moda, o magari un palazzo storico restaurato. Ma si tratta di gusci vuoti, e le varie bolle immobiliari di cui sono costellati gli anni recenti dovrebbero farci suonare un campanellino da qualche parte: succede con Pokemon Go, ma può succedere anche col valore del solido mattone, l’involarsi per qualunque, multipla direzione. In fondo il lavoro, i lavoratori, le competenze, le sezioni strategiche ed esecutive dell’impresa, hanno come unico collante quello sostanzialmente immateriale dell’organizzazione. Quella parete a picco col suo bel marchio magari brillante nella notte, a rassicurare i gonzi che l’hanno lasciato costruire in deroga alla pianificazione perché garantiva «sviluppo e rilancio dell’occupazione», è già virtualmente vuoto e dismesso. Basta un click e lo sarà davvero. Saperlo aiuta, invece di perdere tempo scandalizzandosi per gli inseguitori di pupazzetti sullo schermo in qualche piazza urbana.

Riferimenti:
Nelson D. Schwartz, Why Corporate America Is Leaving the Suburbs for the City, The New York Times, 1 agosto 2016

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