La questione delle abitazioni secondo l’antiurbanistica contabile

Foto J. B. Gatherer

A cosa servono quelle regole fisiche e di convivenza che correntemente chiamiamo urbanistica? Non è affatto una domanda retorica né banale, e vale certamente la pena di porsela, ogni qual volta ci si trova di fronte a quello che appare come un artificioso ostacolo alla «soluzione di un problema» semplicissimo, se solo appunto non ci sbarrasse la strada l’astrusa congerie di norme, regolamenti, procedure. Scendendo da quelle che sono in realtà affermazioni di massima e di principio, come quelle secondo cui urbanistica è tutto ciò che assicura un efficiente e ordinato sviluppo cittadino, in risposta alle necessità dei singoli così come collettive, possiamo per esempio trovare la tutela di alcune certezze, come essere protetti dagli «eccessi del mercato», pur muovendoci per forza di cose ampiamente dentro, il mondo della domanda e dell’offerta. Oppure declinando ancora meglio questa protezione dagli eccessi, possiamo trovare sicurezza, convivenza, ambiente, opportunità di relazione ma anche di privacy, e tante altre cose. Paiono a ben vedere obiettivi apparentemente banali e condivisibili da tutti, ma non lo sono affatto se pensiamo che ci sono voluti sforzi enormi e un lunghissimo periodo di incubazione, perché questo genere di regolamentazione diventasse corrente e applicato in quasi tutte le città.

Composizione di obiettivi spaziali e funzionali

Siamo abbastanza abituati a una certa suddivisione per cosiddette «zone omogenee» dello spazio urbano (o suburbano che dir si voglia, non vale distinguere in questo caso), che a volte può risultare schematica o addirittura patologicamente segregante, ma che mira comunque sia ad equilibrare i valori relativi, evitando che siano minati da intromissioni «indebite», sia a garantire comunque la convivenza interna e tra le zone, per esempio i rumori e rischi del traffico pesante di tipo industriale nelle aree residenziali, o il trambusto del viavai commerciale in aree produttive dove interferisce coi movimenti interni. In altre parole, anche là dove si applica meccanicamente il principio dello zoning, si mira in qualche misura a governare una sorta di composizione funzionale, operando in modo coordinato per garantire almeno la complementarità, se non la mescolanza degli usi. Le funzioni, gli spazi, convivono in modo governato e regolamentato, e per cambiare le regole ci sono altre precise regole di metodo, a fare in modo che il criterio di questa «consapevolezza multifunzionale» resti tale, perché la città come dicono certe mamme spazientite dai ritardi dei figli «non è un albergo», e non è neppure una casa, e neppure una fabbrica o un ufficio o un negozio o un parco: è tutte queste cose insieme, nel quadro di regole che consentono la convivenza. Chiunque pensasse a una sola funzione farebbe qualcosa di pericoloso per la stessa idea di città, non solo per «una certa idea» di città.

L’anticittà dei contabili

Poi arrivarono dei tizi che si presentava come economisti, ma erano invece dei contabili, molto propensi a isolare una partita contabile dall’altra. Il loro approccio analitico ragionava secondo una sorta di «zoning esclusivo mentale» dove le interrelazioni urbane erano un confuso vago sfondo inconoscibile e tutto sommato poco interessante: molto più facile considerare un problema alla volta, le tabelline dei conti si compilavano con molta più semplicità, e tutto si risolveva in totali, percentuali, attivi, passivi, come nel carico scarico di una partita di salumi da un camion o nel rifacimento di una pavimentazione. Per esempio la secolare «questione delle abitazioni» che ogni amministrazione pubblica ha provato con vari successi e molti insuccessi ad affrontare, interagendo col libero mercato o con interventi diretti, per questi signori si risolve nel seguente modo: aumentando l’offerta di un prodotto cala il prezzo unitario, ergo se vogliamo case economiche bisogna offrirne di più. Se quella cosa strana che si chiama «urbanistica» diventa un ostacolo all’incremento dell’offerta fino a coprire la domanda, beh, aboliamola, questa negazione del libero mercato, che ci vorrà mai? Loro sono contabili, guardano le loro tabelline, mica il mondo che ci sta dietro, non colgono il legame tra abitabilità e sviluppo (che è il motivo per cui la gente-domanda vuole abitare in un posto), ma solo quella strana cosa, ovvero che nessuno inonda il mercato di case come si fa coi surgelati o un nuovo giochino elettronico. Dovremmo provare a mandargli un medico (dopo averli messi in condizioni di non nuocere, perché pare abbiano trovato ascolto presso qualcuno in grado di decidere): facciamo presto, è una urgenza!

Riferimenti:
Noah Smith, How Affordable Urban Housing Stays Affordable, Bloomberg, 7 dicembre 2017

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