La resurrezione e trasfigurazione del «Lifestyle Center»

Foto M.B. Style

Negli anni ’90, all’ascesa della relativa innovazione culturale costituita dal New Urbanism, si accompagnava una sperimentazione di modelli alternativi, o evoluzioni di formato per meglio dire, dei paradigmatici claustrofobici baccelli stigmatizzati dal capitolo introduttivo di Suburban Nation, il libro denuncia fondativo del movimento. Probabilmente assai più interessanti delle ricette proposte direttamente dai progettisti aderenti al manifesto della nuova architettura, erano i modelli alternativi elaborati dal mercato commerciale, e fra questi spiccava il cosiddetto Lifestyle Center, contaminazione del classico centro commerciale, che per molti versi ne ripercorreva a ritroso l’evoluzione risalendo ad alcune idee dell’epoca di Victor Gruen.

Grandi speranze

Scriveva una decina d’anni fa un critico: «I cosiddetti lifestyle centers aperti, spesso senza un grande magazzino, reinventano la via di città, mentre i centri commerciali tradizionali si rinnovano offrendo più intrattenimento, ristoranti, buoni spazi pubblici e motivi per fermarsi. Dopo cinque decenni di evoluzione e sperimentazione, lo shopping center americano alla fine sta cominciando ad avverare il sogno del suo inventore: ricreare la città europea a dimensione umana piena di dinamismo urbano mattina e sera, giorno e notte, giorni feriali e festivi» (Virginia Postrel, «From shopping centers to lifestyle centers», The Los Angeles Times, 10 dicembre 2006). Ma l’elemento più innovativo e portatore del citato dinamismo, ben oltre l’impressione superficiale delle forme esterne, in fondo già sperimentate con certi fashion design outlet in stile, era la ricerca di un mix funzionale vero attraverso la pur timida introduzione della residenza, vuoi frammista ai contenitori commerciali nel medesimo isolato o complesso, vuoi in alcuni casi addirittura dentro i medesimi fabbricati e con particolari soluzioni immobiliar-organizzative (a volte abbastanza ridicole, come i balconi del soggiorno affacciati sul mall, che pure incontravano un certo successo). Poi con l’esplosione della bolla immobiliare e la depressione generale che ne è seguita, del lifestyle e di tutti i piccoli OGM architettonico-urbanistici-sociali parevano essersi perdute le tracce.

Il bandolo della matassa

Ma a ben vedere non si è perduto alcunché, osservando le cose da una prospettiva più generale: quello che sembrava un centro commerciale addomesticato e rilucidato, alla ricerca della novità fine a sé stessa, in realtà era l’espressione forse più vistosa della medesima «ricerca di città» di cui dal punto di vista sociologico molto si parla a proposito di classe creativa o preferenze di vita e consumo della generazione Millennial. Dal punto di vista delle forme fisiche, questo tipo di trasformazione ha imboccato tantissime strade, dirette o indirette, che vanno dall’insospettabile suburban retrofitting, alle sperimentazioni sui formati minimi di alloggi e l’organizzazione a post-studentato, agli alloggi-ufficio o alle varie forme condivise, che spaziano dal classicissimo co-housing e co-working a infinite soluzioni spurie. Ma un altro filone sperimentale è quello che sembra emergere oggi, del tutto analogo a quello della cosiddetta «demallizzazione» da cui era scaturito il lifestyle center, solo applicato a un diverso baccello segregato dello sprawl suburbano: il complesso direzionale o office park. Man mano le imprese, specie le grandi ma non solo, riscoprono la città in quanto serbatoio di conoscenze e luogo di stimoli e intelligenza (il suburbio aveva di fatto riprodotto in nuove forme il marxiano idiotismo della vita rustica), si moltiplicano gli office park dismessi, o costruiti ma mai occupati. E così, messi di fronte alla dura realtà, anche i più convinti sostenitori delle meraviglie suburbane optano per proposte innovative mixed-use, introducendo la funzione residenziale anche là dove un tempo pareva eresia assoluta. E scoprendo che, guarda un po’, può anche funzionare benissimo: del resto l’abbiamo fatto qualche migliaio di anni, lavorare e vivere nel medesimo posto, forse qualche ragione ci sarà pure.

Riferimenti:
Khaterine Shaver, Looking for ‘city’ living in the suburbs? Some are finding it in aging office parks, The Washington Post, 5 agosto 2017

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *