La rotatoria pisciatoio

In una lettera al quotidiano locale, una signora osserva senza particolari drammi ma parecchia tristezza il comportamento di un gruppo di persone in uno spazio pubblico. Scrive: “una ventina di uomini e donne rom che bevono birra, urlano l’uno contro l’altro senza preoccuparsi del disturbo che arrecano, fanno il bucato alla fontanella, si lavano utilizzando sempre la fontanella, lasciano rifiuti tra i cespugli, sotto le panchine, in mezzo alla piazza. Con queste persone ci sono una decina di bambini — da neonati a ragazzini di 10 anni — che seguono l’esempio degli adulti in tutte le suddette attività. L’altro giorno un bambino, di circa 6 anni, ne ha spavaldamente aggiunta una: il bambino in questione mi è passato accanto, si è fermato poco più avanti di me, ha abbassato i pantaloni e ha fatto i propri bisogni proprio vicino al percorso interno della piazza”. La cosa mi colpisce, perché anch’io ci passo attraverso quel posto, a un tiro di sasso da casa sulla via del supermercato (dove i tizi fanno scorta di birra) e pur non avendo mai sperimentato la pipì sui piedi ho ben presente la situazione, che considero ormai fisiologica. E mi viene da pensare che in fondo è tutta colpa delle automobili. E che c’entrano le automobili con la pipì, la birra, la privatizzazione di fatto dello spazio pubblico? Forse basta questo piccolo allargamento della faccenda a introdurre il tema vero.

Gira e rigira

Il gruppetto dei poveracci di spirito che si concentra a ubriacarsi sulle panchine non è certo una cosa particolarmente rilevante in una città. Succede dappertutto, da sempre, in qualche posto un po’ di più e in altri un po’ di meno, ma succede, ci si fa caso giusto quando la cosa tracima, ovvero supera la soglia diciamo così della pipì sui piedi. La soglia non si supera mai in un sacco di altri posti, dove convivono fianco a fianco i tizi con la birra, quelli col giornale sportivo o no, i bambini non-piscianti ma educatamente scorazzanti su pattini, tricicli eccetera, signore spettegolanti, gente che passa. Nel caso specifico, però, è successa una cosa particolare: il microparco urbano, potenzialmente di discreta qualità e con alberi maestosi, è totalmente isolato dal traffico. Si tratta di un capolinea di tram, dove i mezzi invertono il senso di marcia percorrendo una specie di cruna dell’ago, circondato da un anello stradale a sua volta definito dagli edifici affacciati, una cortina continua interrotta solo dalle vie radiali. Di fatto, col traffico automobilistico di una città del terzo millennio, quella roba si chiama rotatoria, anche se la toponomastica la definisce piazza. Ed è piuttosto noto che le rotatorie sono per definizione, al pari di svincoli, strisce di separazione corsie eccetera, terra di nessuno. Uno di quei classici spazi che la paranoica teoria della sicurezza urbanistica indicherebbe subito come luogo sensibile.

Sottile ideologia

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Foto F. Bottini – cliccare per zoom

Non siamo certo in fondo a un cul-de-sac industriale di estrema periferia, o nel prato alle spalle di una stazione di servizio della superstrada, accessibile solo aprendo la sbarra di ingresso della strada poderale o di cantiere. Sono quelli i luoghi in cui di solito l’urbanistica del disprezzo confina gli abitanti forzati di camper e container: lontano dagli occhi lontano dal fastidio. Ma la situazione che si crea nella rotatoria urbana multimodale è esattamente identica: ci sono tutti i presupposti perché quello spazio venga colonizzato in esclusiva, e si promuovano non solo comportamenti antisociali spontanei, come gli schiamazzi o la pura appropriazione di ogni angolino, ma anche di veri e propri eccessi da ostentazione, da marcatura del territorio. Niente di diverso dallo stravaccamento ostentato di piedi sui sedili di uno scompartimento ferroviario, o di sigarette accese negli stessi ambienti anche se è vietato, perché “tanto ci siamo solo noi”. Ma dentro la rotatoria pare un po’ più difficile mandare qualcuno a imporre comportamenti adeguati, è assai più sottile l’induzione di regole condivise senza sconfinare nell’abuso, anche political correctness a parte. E la colpa principale è sempre delle auto, o meglio di uno spazio che nonostante sia nato prima dell’automobile di massa ha finito per adeguarsi piattamente alle sole esigenze di quella circolazione.

Salotti e arredamento

La differenza con lo scompartimento ferroviario è, evidentemente, che lì l’eventuale abuso dura pochissimo, e quindi l’intervento repressivo a ristabilire l’ordine non è quasi mai indispensabile. Si può agire preventivamente, provando per altri canali a educare l’utenza, ragionando come si fa di solito sui tempi lunghi, sull’educazione, l’informazione, i banali cartelli che però capisce solo chi è preventivamente educato eccetera eccetera. Nella piazza-rotatoria, ridotta in quella situazione dal combinarsi di un disagio sociale e di un aborto urbanistico, dilazionare i tempi significa esattamente tollerare un abuso, e attizzare il fuoco di (inutili) interventi repressivi, che potrebbero al massimo spostare, anziché risolvere, il problema. Quel luogo è stato di fatto privatizzato, non c’è sufficiente presidio per il solo fatto che le persone non ci sostano, e sono relativamente poche anche quelle che ci passano attraverso: molto più comodo e in fondo gradevole circumnavigare il circus rasente agli edifici sul marciapiede: lo spettacolo di auto in tripla fila e la vetrina di un bar tabacchi, sono certo più invitanti degli sguardi ostili di una dozzina di persone alticce, sotto sotto convinte che quello sia territorio loro, duramente conquistato disponendo lattine di birra e prole a carico nei paraggi. Come predicava all’inizio ai sordi a suo tempo Jane Jacobs, per portare i cosiddetti occhi sulla strada ci vuole una strada, ovvero una certa composizione spaziale e funzionale. Il microparco interno alla rotatoria va convertito in un microparco e basta eliminando la rotatoria, ovvero facendo in modo che l’ostacolo delle auto in transito non sia più una barriera all’attraversamento. Per farlo ci sono i dossi, il restringimento della carreggiata, o altri interventi. Aiuta poi inserire qualche genere di attività, permanente o a rotazione, dentro quel luogo reso più accessibile. Per le abitazioni e le attività circostanti, si è recuperato un potenziale salotto urbano, ora basta ripulirlo.

Le pulizie della signora

La signora della lettera al quotidiano in fondo si chiedeva: ma non si può fare qualcosa? E la risposta del giornale, molto vagamente come si addice a situazioni complesse del genere, evocava una sorta di rimboccarsi le maniche collettivo, autorità e cittadini. Esattamente ciò che suggerirebbe il buon senso, non fosse che nella dimensione collettiva e pubblica ci si scontra col citato politically correct: i poveracci sono un segno delle contraddizioni sociali, intervenire in modo repressivo, disperdendoli, allontanandoli, integrandoli a forza nei nostri comportamenti, è inaccettabile. Oltre che dimostratamente inutile, come evidenziano decenni di sgomberi più o meno militarizzati (a seconda del colore politico dei decisori). Mentre in fondo, forse, mettere nel conto gli aspetti urbanistico identitari dello spazio, la sua appartenenza al quartiere, la sua restituzione in quanto appendice organica degli affacci circostanti, innanzitutto eliminando la barriera insormontabile del traffico automobilistico, aprirebbe la strada al dilagare di comportamenti virtuosi, e al restringersi di quelli devianti, se non altro diluiti da altre presenze. Cosa del resto verificabile in ambiti analoghi non molto distanti, dove la riconquista dello spazio pubblico, che pure non è certo rose e fiori, avviene in forme graduali ma fisiologiche, pulizia di pasqua anziché campagna militare. E tutto contenendo un po’ la prepotenza delle auto. Miracolo? No: pura osservazione, ma come pure insegnava Jane Jacobs, è difficilissimo schiodare gli occhi del progettista dal suo tavolo, e farlo confrontare col luogo che vorrebbe trasformare.

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2 pensieri su “La rotatoria pisciatoio

    • Anche i pisciatoi fanno parte, al netto dell’ironia dovuta, della serie di interventi minori di arredo e promozione dell’accessibilità. Come insegnava per esempio quello sconosciuto (da noi) innovatore degli studi urbani, William Holly Whyte

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