L’età post-suburbana

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Foto F. Bottini

Incontriamo spesso sorrisetti sarcastici, provando a sostenere la tesi secondo cui anche certi comportamenti individuali possono influire, e parecchio, su questioni generali. Naturalmente nessuno pretende di cambiare alcunché con la scelta, del tutto soggettiva, di rinunciare ad alcuni consumi o stili di vita, o modificarli a favore di prodotti e comportamenti diversi. Solo, quando si intravedono i segnali di qualche genere di individuabile movimento collettivo, che appare inserito in un determinato altrettanto individuabile contesto, pare sciocco e anche pericoloso ignorarne esistenza e potenzialità. Certo, è sempre molto più comodo e semplice cercare le certezze e conferme del business as usual, per esempio quando la cosa riguarda il mercato e relative previsioni: un adolescente si affaccia all’autonomia di scelte ed economica, prima o poi dovremo vendergli un’automobile, poi una casa adatta alla famiglia, una casetta con giardino, e accompagnarlo per tutta la vita adulta coi consumi complementari, finché spunterà a sua volta la generazione successiva da rifornire. Tutto è sempre andato più o meno così, da tanto tanto tempo, ma il mercato ha antenne sensibili e da un bel po’ avverte un sensibile spostamento.

La smaterializzazione non ideologica

Se ne è già parlato a proposito di altre cose, di certi abbondantemente emersi comportamenti giovanili che interessano il mercato. Ad esempio uno spostamento di amore dal concreto allo spirituale, che non significa affatto farsi suora e partire per le megalopoli africane e l’assistenza ai lebbrosi, almeno non solo questo. La smaterializzazione, tanto citata a sproposito per esempio quando i nostri assessori parlano di smart city pensando solo agli appalti di una nuova app per gestire il materialissimo parcheggio delle materialissime auto, quando diventa pervasiva ha effetti micidiali per chi non si era preparato. La prima smaterializzazione consiste nello strumento stesso della smaterializzazione, ovvero ciò che consente di accedere ai flussi immateriali: si compra uno smartphone o un tablet completi di abbonamento, e si inizia a smaterializzare per esempio la propria presenza fisica su e giù per lo spazio, di solito insieme a una tonnellata di lamiera. Adesso, non sempre ma sempre più spesso, per fare le stesse cose o avvicinarsi parecchio basta qualche tocco su uno schermo. A volte, quando sono davvero tante quelle sostituzioni, cambia proprio la vita.

Space sharing

Vuoi l’orrendo dilagare del precariato, vuoi la medesima cosa vista da un’altra prospettiva, che si chiama autoimprenditorialità, non lavorare dentro una grande organizzazione, con tempi rigidi, in spazi rigidi e su relazioni rigide, consente di riorganizzarsi, a volte obbliga proprio a riorganizzarsi. Non è solo questione, abbastanza vetusta e sostanzialmente burocratica, di telelavoro, ma di vero e proprio ribaltamento del rapporto spazio-tempo per l’enorme mole di attività che non richiedono un contatto diretto, o non lo richiedono più (per esempio è facilissimo richiedere a un cliente di spedire le misure di qualcosa, se lo si istruisce a dovere, invece di andare di persona apposta). Se col telelavoro, banalmente, la casa diventa ufficio, coi processi di smaterializzazione allargata ufficio è ovunque, si impenna il valore d’uso degli spazi collettivi e quello della casa privata assume una sua specificità. Per il mercato delle abitazioni ciò vuol dire che tendenzialmente si comprime la domanda di superficie pro capite: una vera rivoluzione se pensiamo che il vero motore della crescita urbana per generazioni è stata la tendenza diametralmente opposta. Speculatori e ideologie palazzinare a parte, naturalmente. In modo complementare, potenzialmente si modifica anche tutta la città che a quella shrinking home sta attorno. Una forma di condivisione conflittuale, per nulla solidaristica nel sentimento, ma nei fatti.

Dalla creative class alla critical mass

Il breve raccontino del paragrafo precedente, l’avranno notato in molti, riecheggia parecchi aspetti della nota teoria della classe creativa, hipster o meno hipster (neologismo orrendo e filologicamente scorretto, rileggere almeno le prime strofe di Howl! di Allen Ginsberg, 1955), che dovrebbe essere il motore della riqualificazione e rigenerazione urbana post-industriale. In realtà poi sappiamo come sono andate le cose, ovvero che questa piccola minoranza, in tutte le sue varianti, coccolata dal mercato immobiliare e da pubbliche amministrazioni un po’ miopi o in malafede, ha finito per suburbanizzare le città, occupando alcune sacche ex industriali con delle specie di gated communities chiuse su sé stesse, che avevano sul resto del tessuto urbano solo effetti di espulsione e ulteriore gentrificazione. Ma si trattava, un po’ come con la stessa rivista teoria di Richard Florida, solo di un primo approccio, perché poi è arrivata la massa critica, ovvero quei primi fighetti erano solo un’avvisaglia, mal interpretata dal mercato speculativo, di un processo davvero massiccio di nuova domanda collettiva. Che chiede in sostanza per tutti, pur senza la stratosferica capacità di spesa e spreco dei creativi elitari, stili di vita e spazi assimilabili, una nuova urbanità, un impasto di luoghi, tempi, attività tale da ridefinire bisogni e standard. Più o meno già se ne intravedono alcuni effetti, dalle esigenze di nuovo mix fra ambiti privati e collettivi, pubblici o a uso pubblico, a trasformazioni radicali anche se oggi lette superficialmente, come il car-sharing e il suo incrocio virtuoso con la mobilità dolce e relativa organizzazione stradale.

La vera fine del suburbio come orizzonte di vita

Nel 1954, in pratica contemporaneamente all’esordio dello hipster originale di Allen Ginsberg nella cultura beat, un seminale studio sull’area metropolitana di Filadelfia individuava una chiara tendenza demografica. Si badi bene, tendenza demografica, non un quadro culturale, progettuale, economico, quello si delineava già da fine ‘800, o se vogliamo l’avevano già rivendicato tanti artisti e architetti, ovvero la dispersione urbana, l’avvento del suburbio di massa, delle linde casette con steccato al posto dei grigi palazzoni-alveare. O se lo guardiamo da un’altra parte, l’esordio sul palcoscenico della stampa dello sprawl, temuto sin dagli anni ’30 da chi ne sospettava tutti i risvolti negativi di tipo ambientale, agricolo, e anche sociale ed economico. Quell’articolo del 1954 era firmato da Hans Blumenfeld e raccontava ai lettori del Journal of the American Institute of Planners la rilevata “Nuova marea metropolitana”, riversata sul territorio a ondate successive, e ben raccontata da certe vignette di riviste patinate. Oggi identiche analisi sulle tendenze localizzative della popolazione ci dicono l’esatto contrario, ovvero che quella marea si sta invertendo, non per segnali subliminali ma con la medesima forza propulsiva. Si torna nelle città, e per trasformarle, magari lasciando libero il campo per una autentica bonifica ambientale della ex nuova frontiera di regioni che parevano semplicemente in attesa di essere edificate. Non più, almeno così pare, e così auspicherebbe chiunque sia convinto della necessità di un’idea diversa di spazio e società.

Riferimenti:

James W. Hughes, Joseph J. Seneca, The Receding Metropolitan Perimeter: A New Postsuburban Demographic Normal, Rutgers University, rapporto settembre 2014

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