Lo scienziato, la divulgazione alla leggera, la città: pessimo cocktail

Foto M.B. Style

Il nostro ambiente urbano è composto di tante, diciamo pure una miriade di, cose diverse, diversissime, che interagiscono tra loro e con l’ambiente stesso secondo una quantità esponenzialmente maggiore di modi. Ce ne sono di statiche, di dinamiche, di materiali, di immateriali, di oggettive e soggettive e così via. Ma appare anche ovvio che quando si voglia approfondire la conoscenza della parte o del tutto sia necessario «far finta» per un istante che questa vertiginosa complessità evapori. Pensiamo quando si studiano i movimenti da casa verso la scuola o il lavoro o altre destinazioni, ponendo come presupposto non solo che i protagonisti si comportino roboticamente, ma che lo facciano in un contesto semplificato sino al ridicolo, dal Punto A al Punto B e viceversa, il tutto secondo criteri razionalissimi e ispirati alla massima efficienza ed economicità. L’immagine che ne esce, precisissima e quantificabile all’ennesimo decimale, assomiglia però più a quelle famiglie virtuali di 2,37 componenti, che a qualcosa di realmente tangibile, che vediamo passare sul marciapiede. Detto in altri termini, il prodotto finale di questo genere di peraltro utilissime e meritorie ricerche scientifiche, è vuoi uno strumento di lavoro per altre ricerche scientifiche, così da non dovere ogni volta ripercorrere faticosamente il medesimo lavoro di base (salvo per verificarne eventualmente il metodo), vuoi un dato semplice in più da inserire nelle informazioni complesse adatte a impostare politiche. Insomma dovremmo saperlo tutti che così come sarebbe inutile cercare nel vicinato quella famiglia di due persone più uno 0,37 di adulto o bambino, allo stesso modo la donna diplomata ma stanca che va dall’origine A alla destinazione B è il personaggio di un film di fantascienza a scopo pedagogico.

Spazi, comportamenti, salute

Quel che vale per l’esempio semplice della mobilità urbana, a maggior ragione dovrebbe valere per la salute, anche perché nel caso specifico si tratta di un concetto assai più complesso dello spostarsi qui e là, anche se allo stesso modo somma spazi, persone, comportamenti. Ce lo insegnano molto bene gli allestitori di negozi e supermercati, come esista entro certi limiti un rapporto assai prevedibile (almeno statisticamente parlando) tra forma dello spazio, gesti, decisioni, consumi. Si tratta della conoscenza decisamente scientifica che consente ai medesimi allestitori e progettisti di configurare percorsi esposizioni, sequenze di prodotti, allo scopo di condizionare i consumi: vedendo una certa tipologia di prodotto in una certa fascia di qualità e prezzo ad un certo punto anziché ad un altro, sarò più o meno indotto a sceglierlo, a preferirlo a un altro con caratteri diversi, e così via. Però come ben sappiamo per averli frequentati infinite volte, quegli spazi tra le scansie dei supermercati contengono molto di più, sia in termini di organizzazione fisica che di stimoli ai comportamenti, che non il pilotarci a fare qualcosa di specifico. Lo stesso avviene con la città e la salute, su scala infinitamente più complessa: non esiste in assoluto una forma urbana più sana di un’altra (mentre invece esistono un’aria, un’acqua, un’alimentazione urbane più sane), ma una serie di comportamenti nostri che là dentro risultano sani o meno sani. Certo poi si può stabilire, anche scientificamente, un tipo di correlazione tra forme e salute, sulla base di rilevazioni, statistiche, comparazioni, ma stiamo ancora dalle parti della famiglia 2,37 o del robot in meccanico andirivieni tra A e B: pura astrazione.

Il cuore altrui gettato inopinatamente oltre l’ostacolo del buon senso

Esistono montagne di studi, per esempio, che legano l’ambiente suburbano a scarso movimento fisico e conseguente tendenza ad aumentare di peso, sino all’obesità e ad altre patologie correlate. Questo vuol dire che in sé, poniamo, la casa a un piano solo fa ingrassare? O significa che avere una recinzione di steccati bianchi, o possedere un giardino con un cane, fa diventare dei ciccioni? Ovviamente no, la faccenda è tutta legata alle serie di condizionamenti e comportamenti che alla lunga una certa organizzazione spaziale, sociale, relazionale, socioeconomica, induce. Perché si fa meno attività fisica? Perché l’organizzazione automobilistica induce a muoversi sempre così, per abitudine o per necessità, e il ciclo della mobilità automobilistica poi induce tanti altri gesti, dal tipo di acquisti, al modo di consumare preferibilmente i pasti. Insomma in sé e per sé, diciamo, il fatto che ci siano villette anziché condomini, o che si vada al centro commerciale abbastanza lontano anziché al negozio dell’angolo più vicino, con l’aumento di peso c’entra come i cavoli a merenda, anche se la correlazione statistica si potrebbe anche stabilire, volendo, «in laboratorio». Evitando cioè di farne per eccesso di semplificazione una faccenda causa-effetto lineare, papale papale. Il suburbio ha, tra le varie caratteristiche peculiari, quella della bassa densità: la bassa densità è come i dolci o gli insaccati, fa ingrassare? E quindi se consumiamo delle belle porzioni di alta densità, case da venti piani, diventeremo magri scattanti e sani come pesci? Una stupidaggine, ovvio, ma quando certi articoli giornalistici per far colpo sui lettori «semplificano» ulteriormente la semplificazione di certi incauti comunicati stampa dei centri di ricerca universitari, invece di andarsi a scorrere, almeno, la ricerca pubblicata in rapporto o in articolo, di stupidaggini così se ne trovano montagne. E poi quando qualcuno in malafede vuole «contestare le tesi» (quelle degli incauti giornalisti faciloni, non quelle degli studiosi seri), ha buon gioco. In definitiva, la bassa densità suburbana è certamente e scientificamente connessa all’aumento di peso, ma nei modi circoscritti, strumentali, parziali ben inquadrati ad esempio da questo articolo di Lancet. Far voli pindarici deduttivi serve solo a prenderci e prendersi in giro.

Riferimenti:
Chinmoy Sarkar, Chris Webster, John Gallacher, Association between adiposity outcomes and residential density: a full-data, cross-sectional analysis of 419 562 UK Biobank adult participants, Lancet Planetary Health, ottobre 2017 (scarica direttamente il file via Google Drive Città Conquistatrice)
Qui per confronto la nota Reuters pubblicata da The Guardian che, orbitando attorno al medesimo studio, con la scusa di essere divulgativa riesce a raccontare – già dal titolo – un sacco di stupidaggini, o quanto meno superficiali imprecisioni, esponendo la ricerca seria a «contestazioni» prive di senso, Inner-city living makes for healthier, happier people, study finds

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *