Lo specialista e l’imbecille

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Foto con F. Bottini

Esistono due forme di imbecille: chi se ne accorge, e chi sta attaccato alla propria imbecillità scambiandola per identità. Ma anche l’imbecillità, al pari di tante cose, può funzionare da motore del mondo, di carriere personali, se adeguatamente sfruttata, gestita, promossa. La questione riguarda tutti i campi dello scibile, ma si fa seria quando coinvolge le sorti degli interlocutori. Per intenderci, se un dottore mi deve tagliar via un pezzo di corpo, farà meglio a spiegare tutto nel dettaglio, no? E quando scuoto il capo, a ripetere con altre parole l’intero ragionamento, se vuole avere il via libera, e altrimenti cercarsi un altro cliente. Ma le cose non funzionano affatto in questo modo, come sappiamo, perché esiste la mistica dello specialista, così addentro nei misteri dello scibile da aver perso in tutto o in parte la capacità di comunicarli. Balle.

Nelle trasformazioni dell’ambiente e del territorio, almeno dalla metà del ‘900 in poi, da un lato le possibilità tecniche e le potenzialità sociali si dilatavano enormemente, dall’altro cresceva esplicita e implicita la domanda di partecipazione diretta alle scelte. Spiegava nel 1948 il nostro Giancarlo De Carlo all’attentissima platea londinese della Architectural Association: “The housing problem cannot be solved from above. It is a problem of the people, and it will not be solved, or even boldly faced, except by the concrete will and action of the people themselves”. Dove il termine housing, abitazione, era ovviamente estendibile all’idea di città, che nel contesto britannico significa new town, e altrove quartieri integrati e unità di vicinato col cosiddetto “centro sociale” come fulcro di partecipazione.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, lasciando però più o meno le cose come stavano prima: c’è l’imbecille consapevole di essersi un po’ distratto riguardo alla comunicazione dei contenuti, e chi invece ribadisce l’orgoglio di casta e di gergo. Naturalmente c’è anche chi le accetta, queste cose, convinto chissà perché che “non si capisce nulla quando parla, deve essere una persona intelligentissima”. Però è innegabile che cresca anche il fastidio per la difficoltà a capire, e quindi a scegliere ed esprimere consenso. Fastidio letteralmente esploso quando l’accessibilità dei documenti grazie alla rete ha reso molto più evidente la divaricazione fra gerghi iniziatici e linguaggio corrente. Si capisce sempre di più, che non basta riprodurre tecnicamente gli allegati di un processo decisionale di trasformazione, e caricarli in chiaro su un sito istituzionale, per garantire trasparenza delle scelte. Occorre che l’istituzione non sia imbecille di secondo grado, ovvero accetti un’interlocuzione attiva.

Non è detto che ci si riesca al 100%, o al primo colpo, ma l’importante è provare: a non perdere per strada contenuti, e a renderli criticamente accessibili. La trasparenza si potrebbe articolare in quattro punti: sempre un sintetico executive summary (pochissimo usato da noi in Italia), che orienta alla lettura della documentazione vera e propria; poi un buon uso di trasversalità e ipertestualità con links interni a partire da un indice molto articolato proprio a questo scopo; poi un generale approccio amichevole sia di linguaggio che di forme anche grafiche; ultima ma non in ordine di importanza, la coscienza che se di partecipazione si deve trattare, questa deve stare alla base della lettura, dei contenuti, non rappresentare un ripensamento successivo.

Se siamo arrivati a porci il problema delle nuove tecnologie nelle scuole dell’obbligo, o della storia patria spiegata a fumetti, a maggior ragione la multimedialità nella documentazione di piano e programma ci sta proprio su misura: senza nulla togliere alla correttezza dei contenuti ovviamente. E quando comunque non si capisce, non fatevi problemi a dare dell’imbecille a chi ha prodotto quella comunicazione lacunosa, anche se si tratta dell’istituzione. La stessa cosa a maggior ragione vale per chi vi parla ora, va da sé.

Riferimenti:

la citazione di Giancarlo De Carlo riportata, che marca secondo la critica internazionale l’esordio ufficiale della partecipazione democratica in urbanistica, e implicitamente la domanda di un linguaggio accessibile a tutti, è tratta da Peter Hall, Cities of Tomorrow, Blackwell, Oxford, p. 271

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