Il verde non deve essere solo orizzontale

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Foto M. M. Style

Non c’è alcun dubbio che il mondo sia tanto più bello quanto più è vario e interessante. Ma proprio perché lo vogliamo sempre più bello e interessante questa varietà è da intendersi rigorosamente inoltre, in più, non invece. Pare che però la tendenza, anche riguardo al verde, al rapporto con la natura più o meno da recuperare e ricostruire, vada nel senso diametralmente opposto, ovvero qualcuno ci tira via a forza il tappeto da sotto i piedi, e poi ci invita ad entrare a pagamento nelle sue stanze moquettate. La cosa naturalmente non è ancora del tutto generalizzata, ma si vedono massicce avvisaglie in questo senso, da quando anche per gli spazi pubblici e naturali sono entrati in campo progettisti di tendenza allevati ad una sensibilità da centro commerciale.

Te lo rubo, e poi te lo rivendo: in fondo non sono un altruista?

In principio era spazio e basta, poi si è parlato sempre più di spazio pubblico. Ottima cosa in sé, ma se la guardiamo dall’altra parte già si trattava di un sintomo inquietante: la sola esistenza del concetto di spazio pubblico ha già santificato l’ineluttabilità di quello privato, sacro inviolabile ,e non perché serva a qualcosa ma così, in assoluto. Con la suburbanizzazione novecentesca automobilistica intesa come realizzazione massima dell’individuo, l’idea si involve rapidissima sull’arco di un paio di generazioni appena: il lavatoio pubblico? cancellato perché ti compri la lavatrice individuale (che sta ferma il 90% del tempo); i mezzi di trasporto pubblici? cancellati perché ti compri l’auto individuale (che sta parcheggiata, calcoli scientifici, in media 23 ore al giorno), eccetera eccetera. Anche la piazza non serve a niente e la si sostituisce col comodo centro commerciale, e la stessa fine la fa anche il parco, dissezionato in milioni di giardinetti inclusi nel prezzo della casetta (i nani si pagano a parte, al centro commerciale appunto). Oggi il salto di qualità, con il concetto stesso di “natura” strappato a forza da sotto il sedere, e restituito in comode rate.

E basta con quel fango che sporca!

Che altro sono i boschi verticali, gli alberi artificiali “perché non c’è più spazio”, i ponti e pontili ad accesso controllato con qualche fioriera, che “ci riavvicinano alla natura”? Andrebbe tutto abbastanza bene, come sempre, se fossero qualcosa di inoltre, ovvero se i normali condomini di abitazione, o gli uffici, o le strade e i ponti, come avveniva a volte nel XIX secolo, si arricchissero di comodità ed efficienza, incorporando natura. E invece il solito ragionamento ideologico, secondo cui tutto ciò che non vellica il portafoglio non porta altro che male, porta a collocare quei marchingegni nel mondo dell’invece: che bello poter rinunciare a tutti quei fangosi giardinetti di quartiere, alle scassate panchine occupate da poveracci puzzolenti, e farsi in casa propria un bel verde curato e pulito! Bisognerà proprio ricalcolare certi standard urbani, pensa già qualcuno, emulo inconsapevole (ma colpevole) di quegli ingegneri che nel XIX secolo calcolavano le necessità di sonno degli operai applicate ai ritmi della macchina anziché a quelli biologici. Per fortuna, a salvarci, c’è ancora qualche studioso o puro portatore sano di buon senso: non basta qualche fogliolina di ficus nel soggiorno, per straparlare di ecosistemi, così come non bastano le chiacchiere per sostituire “sostenibilmente” la realtà. Dare un’occhiata ai riferimenti per capire meglio.

Riferimenti:

Via Campesina, FAO – a plantation is not a forest, The Ecologist, dicembre 2014

Iniziativa Million Trees New York City, con gli eventi, le contestualizzazioni, i manualetti operativi per capire almeno superficialmente il senso della parola “verde” nella metropoli

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