Lo sprawl, la depressione economica, l’immaginario sociale pilotato

Foto J. B. Gatherer

Lo scontro ideologico fra la sinistra neoambientalista e la destra tradizionalista sulle forme insediative dell’urbanizzazione planetaria, è e sarà comunque cosa lunga, almeno in termini umani e generazionali. Ma la fase che capita di osservare da vicino e nei dettagli di questi tempi, diciamo nel battito di ciglia tra l’insorgere conclamato dell’ultima crisi economica e il consolidarsi dell’immancabile ripresa (così racconta la leggenda almeno), se non altro evidenzia la tristezza di certa strumentale segmentazione di mercato delle idee. In modo del tutto analogo a quanto accaduto per esempio a cavallo tra fine anni ’60 e primi ’70 con la grande crisi politico-petrolifera, anche la depressione all’alba del nuovo millennio si trascinava appresso radicalismi catastrofistici, migrazioni intellettuali in eremi esclusivi-inclusivi, e relativi strabismi di giudizio. In principio c’era quell’intuizione sostanzialmente tutta di mercato e professionale degli architetti New Urbanism, che con la solita efficace campagna mediatica, piuttosto analoga a quelle degli stilisti di moda, dichiaravano socialmente defunto lo sprawl suburbano, usando a propri scopi in sostanza le medesime critiche, ambientali urbanistiche e sociali, accumulate almeno dal secondo dopoguerra della prima suburbanizzazione di massa.

Destra e sinistra ideologiche

Il riferimento agli stilisti di moda non è casuale, perché il ruolo degli architetti New Urbanism è pressoché identico nell’anticipare una tendenza che poi si allargherà, sia nei comportamenti concreti che nella visibilità mediatica. Schematicamente, il manifesto dei nuovi urbanisti (diciamo la pubblicazione di Suburban Nation a metà anni ’90) precede di dieci anni circa il manifestarsi della crisi, a sua volta coincidente con l’impennarsi mediatico e non solo di tutte le culture e stili di vita ben riassumibili nella dizione Millennials. Che in realtà non vuol dir nulla, salvo essere un individuato target e segmento di mercato, però assai conteso e al suo interno molto molto articolato. Corrisponde come noto a un arco generazionale abbastanza ampio, che contiene sia bambini che adulti, e cioè fasce culturali di consumo e aspirazioni necessariamente diverse, a cui si deve poi sommare la questione sociale e del reddito. Accade però che dietro la propaganda del resto legittima di chi dichiara «i Millennials vogliono questo e quest’altro, diamoglielo» sta tutto e il contrario di tutto. Possiamo riassumere e sintetizzare due blocchi contrapposti (in realtà ovviamente sono molti di più e assai sfumati) utili ai nostri fini: un primo postmoderno, neourbano, virtuale; un secondo moderno, industriale, suburbano. E si badi al fatto che eventuali differenze nelle preferenze minute di consumi (i trasporti, le comunicazioni, l’alimentazione, la salute, il lavoro, le relazioni) sono davvero minime, quello che cambia davvero è lo stile di vita ideale immaginario, e proiettato in quanto tale nelle due proposte diciamo così «politiche».

Urbano-suburbano per me pari sono

I due modelli sono abbastanza noti: qualcuno dice che il Millennial desidera uno «stile di vita urbano» fatto di piccoli appartamenti-studio, spazi di coworking, quartieri vivaci ricchi di stimoli e socialità; qualcun altro dice invece che si tratta al massimo di mode passeggere, elitarie, imposte dalla pubblicità, e soprattutto che non possono interessare altro che una esigua minoranza di giovanissimi ancora in cerca di sé stessi. Le aspirazioni di esistenza adulta, continua questo secondo gruppo conservatore, sono e resteranno sempre le stesse: una famiglia, una casa in un posto tranquillo e appartato dove allevare i figli facendoli giocare in giardino al sicuro, e tutta la serie di consumi correlati, dall’automobile in su o in giù. Se ne è già parlato molto, di queste due interpretazioni divergenti, ma forse senza sottolineare un loro aspetto decisamente comune e sempre sottovalutato: si tratta di mercati dei consumi, dell’immaginario, delle aspettative, del tutto manovrabili e ampiamente manovrati, come del resto ampiamente conferma la storia recente. In altri termini, continuare (come fanno gli ideologizzatissimi osservatori anche «scientifici» americani, ma sempre più altrove) a valutare le opzioni urbane o suburbane, con tutto lo strascico sociale, ambientale, energetico che si portano appresso, come spontanee tendenze o preferenze, è davvero falsa coscienza. E semplicemente registrare, come fa «oggettivamente» l’articolo della Brookings Institution linkato, la ripresa dello sprawl come segnale identico ad altri di uscita dalla crisi e ripresa di un mercato immobiliare prima stagnante, significa non voler capire nulla.

Riferimenti:
William H. Frey, US population disperses to suburbs, exurbs, rural areas, and “middle of the country” metros, The Avenue/Brookings Institution, 26 marzo 2018

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