Ma noi, siamo abbastanza smart citizens?

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Foto M. B. Style

Si moltiplicano, sulla stampa di informazione quotidiana e periodica, nonché sulle riviste specializzate e scientifiche, gli entusiasmi per le piccole rivoluzioni che ci riserba ogni giorno la tecnologia, specie quella delle applicazioni di internet e telefonia mobile. Ad esempio lo straordinario contributo che l’uomo cosiddetto della strada sta fornendo oggi, con gesti semplicissimi e ormai quasi automatici, all’informazione cosiddetta big data, e alla consapevolezza collettiva sullo stato del nostro territorio, su ciò che non va, su manchevolezze, reati, abusi. La capacità di documentare scempi edilizi, inquinamenti ambientali, tutto ciò che non va a partire dal traffico o dai comportamenti incivili, non è più confinata alla figura del reporter d’assalto che scende in strada armato di taccuino e macchina fotografica. Oggi basta accorgersi di qualcosa, estrarre il telefonino, fare qualche scatto, e poi direttamente o tramite un blog o sito gestito da altri mettere a disposizione immagini, didascalie, commenti, sul web, o sulla carta, o in tv.

Del resto, se si fanno – o quasi, come nelle primavere arabe – le rivoluzioni politiche via social network, non si capisce perché non si dovrebbe riuscire in qualcosa di meno utopico, anzi del tutto banale in certi contesti, come ridurre l’abusivismo edilizio, o far funzionare servizi semi-abbandonati da chi è pagato per gestirli. Naturalmente, al circuito informativo perché gli effetti siano concreti deve aggiungersi la decisione degli organi pubblici competenti in materia, dalla vigilanza agli uffici tecnici, però è certo che davanti all’evidenza non è più possibile far finta di nulla. Ma non è tutto. Questo flusso continuo di partecipazione diffusa alla conoscenza dello spazio e di ciò che ci accade (o non accade) finisce per produrre, come è stato osservato, una specie di wiki-geografia che si aggiorna di continuo, o meglio che potrebbe aggiornarsi di continuo e cambiare radicalmente le forme della partecipazione e della cittadinanza, se solo ci fosse un modo efficiente di trasformarlo in azioni coordinate.

Cosa chiede chi abita il territorio, stabilmente, o solo di passaggio, o per lavoro, o ricopre qualche incarico specifico di responsabilità? Sinora i canali della partecipazione erano sicuramente intricati, ma univoci: dal cittadino al politico, magari con la mediazione dello studioso o del comitato o del partito. Adesso l’interazione e l’intreccio sono infinitamente più vitali, e finalmente si potrebbe capire in modo elaborato «cosa vuole» davvero chi abita un territorio. Il che ci porta a un tema classicissimo della città moderna, ovvero lo scontro tra le due falangi dei modernizzatori e tradizionalisti, che ad esempio nel caso delle attività commerciali corrispondono, grosso modo, a chi è favorevole alla grande distribuzione da un lato, e chi invece vorrebbe i piccoli esercizi a gestione familiare. Questo almeno ci dicono le informazioni semplificate così come le abbiamo avute sinora. Ed è vero che, magari distribuendo un questionario, è proprio il tipo di risultato che emerge. Se però il «questionario» fosse molto, ma molto più articolato e complesso, del tipo appunto che si ricava dalla infinita serie degli stimoli bottom-up derivanti dai nuovi modi di partecipazione spontanea, probabilmente si capirebbe meglio.

Si capirebbe meglio cosa? Forse che chi è contrario alla grande distribuzione (duri e puri ideologi a parte) non ha una particolare idiosincrasia per le catene nazionali, ma solo per alcuni aspetti oggettivamente negativi; e invece che chi si trova perfettamente a proprio agio sotto le insegne al neon lo fa solo perché sono il simbolo di alcune comodità spicciole, alla faccia del resto del mondo. Il tempo, per esempio: la grande distribuzione pare lo faccia risparmiare, la piccola si mormora lo renda più gradevole da trascorrere. Lo spazio: il supermercato o centro commerciale che dir si voglia, ne occupano parecchio, in esclusiva; l’esercizio tradizionale lo spazio lo compone insieme ad altre attività, che siano altri esercizi, o abitazioni, la piazza ecc. Nelle infinite discussioni sulle riforme urbanistiche, di solito ruotanti attorno alla cosiddetta «semplificazione», c’è chi osserva – piuttosto logicamente – che eliminare vincoli significa favorire i grandi operatori, dai costruttori di case, agli appaltatori di opere e servizi pubblici, alla grande distribuzione commerciale organizzata. Perché tutti questi signori hanno la capacità mediatica e politica di convincere le popolazioni a dare il proprio consenso, facendo leva sui loro specifici bisogni: la gente non sa precisamente cosa vuole, confonde la parte col tutto, e si fa fregare.

Una grande catena di mega-supermercati britannica, ostenta un comportamento urbanistico del tutto impeccabile, nelle forme e nella sostanza, insediandosi dove e come chiedono di fatto i cittadini. Ma è l’osservazione in prospettiva critica a dimostrare che si tratta sostanzialmente di una sciocchezza e di una falsità. Cosa vorrebbero questi cittadini? Ma è ovvio, prezzi convenienti, una certa comodità di accesso che fa risparmiare tempo, e anche la possibilità di avere un amico o parente che ci lavora, al supermercato, e poi porta a casa lo stipendio, o viene a spenderne un pochino da noi, se siamo gestori di un bar, o di un distributore di benzina ecc. Davvero tutto qui? La gente si accontenta di così poco? Niente affatto, solo che a volte è obbligata a farlo, perché non viene data alcuna alternativa. Se vuoi certe cose, devi accettare anche il resto, che magari non volevi proprio, Si chiama di solito «il prezzo da pagare al progresso». Infatti in certi quartieri il supermercatone proprio non c’è, e sono quelli ricchi, che possono permettersi di dire no, io non lo voglio, preferisco di gran lunga un ambiente urbano diverso, migliore. E fanno bene.

Si noti: hanno detto voglio un ambiente urbano migliore, non altro. Perché è questo l’effetto collaterale della grande distribuzione, da sempre. A parte la faccenda dei prezzi, a parte la faccenda della comodità (tutta da discutere, poi), a parte la faccenda dei posti di lavoro, le eventuali qualità che si trovano dentro il supermercato o centro commerciale corrispondono a qualità che si sono perdute fuori. Un effetto immediato e visibile dell’insediamento della grande distribuzione è stato appena citato: polarizza, o nel caso migliore evidenzia una polarizzazione già esistente. Per usare parole un po’ più terra terra, un’area dove si trova lo scatolone circondato dai parcheggi (in fondo di questo stiamo parlando) non è mai anche un quartiere di residenze borghesi, e se in parte lo è smetterà rapidamente di esserlo. Più in generale, per motivi storici il grande supermercato o centro commerciale non solo preferisce di gran lunga la dispersione urbana e la segregazione funzionale, ma anche nei casi in cui prova per vari motivi (ad esempio la crisi economica) a riavvicinarsi alla città densa e complessa, col suo modus operandi prova ad assimilarla fatalmente allo sprawl da cui proviene, replicandone inesorabilmente certe forme organizzative e generando per effetti collaterali il resto.

Per tornare alla questione di partenza: che tipo di domanda esprime, leggendo in modo complesso e articolato, il cittadino? Proviamo a partire da un’altra prospettiva, ovvero quella della mitica «misura d’uomo», tanto cara a chi fa campagne elettorali locali senza voler promettere nulla di troppo preciso. Uno spazio giudicato più o meno gradevole da tutti è quello della città tradizionale, centro storico o comunque consolidata, senza troppo traffico o magari del tutto pedonalizzata, accessibile, dove ci si incontra con calma e si possono sbrigare semplicemente tante faccende. In fondo, è la stessa cosa che ci propone la media degli shopping mall: lasciate l’auto nel parcheggio o nel silo, e dentro troverete tante cose tutte per voi, dal consumo all’intrattenimento alla sosta per un caffè eccetera eccetera.
Poi naturalmente c’è la campagna, spazi aperti, verde, paesaggio, aria pura, posti dove ci si accorge vistosamente del cambio di stagione, silenzio, lavori tradizionali, ritmo rallentato. Il mercato, più o meno lo stesso che ci propone il centro commerciale, ci vende anche la campagna, con quei begli opuscoli o siti web dove ci sono le casette immerse nel verde a pochi minuti da tutto quanto. Però come ci insegna ancora la storia, a furia di immergere casette nel verde quella campagna non è più campagna, sono finiti i ritmi lenti perché chi ci abita fa lavori urbani, magari facendo il pendolare con la città, l’aria è piena dei loro scarichi, gli uccellini si sentono solo qualche volta magari di notte, e danno pure fastidio. Lo shopping mall è nato lì dentro, in quella ex campagna diventata un’altra cosa, e ci prospera proprio perché offre un’alternativa: una simulazione di città.

Ripetiamo la domanda: i cittadini vogliono la città vera o quella finta? Presumibilmente quella vera, che è meglio, ma probabilmente la vogliono migliore di quanto non sia oggi, anche per fare la spesa, o addirittura per fare pipì quando scappa nel bel mezzo delle commissioni in centro. Vuoi vedere che una delle carte vincenti del centro commerciale sono i gabinetti? Non c’è niente da scherzare, se si guarda alla quantità sterminata di anziani che, potendo, passano più volentieri la giornata in qualche angolino dell’atrio vicino all’ipermercato, anziché sulle panchine davanti al municipio. Effetti perversi del non voler capire cose piuttosto semplici, ovvero che continuare ad accettare le regole della grande distribuzione in materia urbanistica, vuol dire condannarsi al degrado, o almeno delegare scelte essenziali che sarebbero collettive e democratiche, non certo da decidere nel consiglio di amministrazione di chi si occupa di investimenti immobiliari o vendita tre per due. Prendendosi anche la responsabilità aggiunta di agire in modo arbitrario e danneggiare gravemente la salute.

Non lo sapevate? Secondo montagne di ricerche medico-sanitarie lo sprawl suburbano, ovvero tutte le qualità spaziali caratteristiche che circondano di norma gli impianti della grande distribuzione così come li conosciamo oggi, fa male da morire. Lo confermano tantissimi studi sugli stili di vita, sulla estrema sedentarietà della vita indotta dalle grandi distanze, dalla segregazione funzionale, dalla privatizzazione generalizzata dell’esistenza ecc. Eppure anche questo disastro sociale parrebbe proprio dettato da una ineffabile risposta alla domanda di qualità abitativa. Ce lo ripetono da decenni, che la città sarebbe brutta e grigia, che la gente vuole la casetta immersa nel verde, che a camminare si fa fatica ed è più comoda la macchina, bella grossa per caricarci di tutto, che le piazze pubbliche sono sporche e pericolose, perché il comune è inefficiente e poi non ha soldi … Ma è vero? Cioè: è vero che la gente chiede quella roba? Probabilmente no. Ma per capirlo davvero, invece di sbraitare a vanvera di «misura d’uomo» e poi agire in modo del tutto discrezionale, sarebbe tanto meglio ascoltare il crescente wiki-planning che sale dal basso, e ci dice tutto. Anche la dimensione ottimale del supermercato, perché non faccia danni inutili, ma sia davvero una comodità.

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