Questa città è un cesso

Stai attenta alle pareti dei cessi dove nessuno ha scritto niente
(Bob Dylan, Advice for Geraldine for her Miscellaneous Birthday)

James Joyce nota che tutti i colonialisti, dagli antichi Romani ai funzionari dell’Impero Britannico, sbarcando su terre sconosciuta si portano appresso una vera e propria ossessione cloacale. Appena posato il piede al suolo, il conquistatore in toga o divisa militare si guarda attorno, e sentenzia implacabile: «Dovrà essere esattamente qui. Costruiamo un water closet».

E’ una osservazione che, con leggerezza, sottolinea un principio fondativo di pianificazione territoriale: la centralità del cesso in qualunque progetto di insediamento. Nella città industriale, con l’emergere della questione sanitaria ad emblematico pilastro di efficienza, giustizia, bellezza, si afferma dapprima il grande progetto del risanamento attraverso le «dorsali» dei sistemi a rete. La stessa origine dell’urbanistica moderna, come ben noto, affonda le proprie radici in questo processo di vera e propria «fondazione», a partire dalle questioni igieniche e sociali, recuperando solo in seguito alcuni elementi di continuità con la tradizione neoclassica e barocca.

Come insegnano ai tempi nostri i guru della telematica, e come suggerisce il comune buon senso, un sistema a rete vive anche in funzione dei suoi terminali: tanto più capillarmente essi sono diffusi e articolati, tanto più efficiente, avanzato, capace di modificazioni ed evoluzioni, sarà il sistema. Oltre l’inevitabile, immediata idea dei flussi di informazione che evocano queste immagini, vale certamente la pena di pensare ad altri, più tradizionali «flussi», il cui smistamento caratterizza per molti versi la nascita della città moderna. Sono i flussi delle acque, che attraverso le reti principali e loro diramazioni, salgono dai condotti negli edifici, sciacquano corpi, panni, pentole, latrine, e poi defluiscono nei sistemi fognari locali e urbani.

Il colonialista di Joyce, piantando il proprio water closet a simboleggiare la conquista di nuovi territori, non fa altro che mettere immediatamente le cose in chiaro: i canali, l’insediamento della guarnigione, il porto, la città, le industrie, sono complementari a quel piccolo spazio, non possono farne a meno, e potranno (meglio, «dovranno») insediarsi più tardi. Del resto, nel simbolico rituale dello sbarco, bastano le meraviglie tecnologiche di quello sgabuzzino a impressionare l’indigeno che, come vuole l’oleografia, se ne sta acquattato in un cespuglio a spiare l’arrivo dei conquistatori. Presto quell’autoctono, volente o nolente, dovrà uscire allo scoperto, venire a patti in qualche modo coi nuovi arrivati, apprendere i loro costumi, compreso l’uso dello sgabuzzino. Non dovrà (né potrà) più rifugiarsi in quel cespuglio nemmeno per i bisogni intimi: il nuovo ordine e l’igiene collettiva non lo consentono, in una società complessa dove sfera pubblica e privata sono sì distinte e garantite, ma anche complementari e interdipendenti.

Sul versante igienico, interfaccia tra due universi, pubblico e privato, è il water closet, o meglio il sistema di igiene connesso all’acqua, di cui la latrina rappresenta il perno critico. Non a caso proprio questo oggetto, oltre che ossessione del colonialista, è anche incubo dell’ingegnere igienista. Il declino di questa particolare figura professionale non a caso è parallelo allo spostamento del centro di interesse verso altri approcci, problemi, modalità d’intervento. Fuor di metafora, mentre lo sviluppo delle tecniche di progettazione urbanistica e edilizia risolve i problemi di base da cui scaturisce l’idea contemporanea di insediamento e abitazione razionale, socialmente accettabile, si ha un rapidissimo spostamento concettuale: dal cesso come luogo di tutte le infezioni, dal bagno come sgradevole ma utile terapia, si arriva in meno una generazione (almeno in Italia), al nucleo di servizi igienici integrati nell’appartamento così come lo conosciamo ora: stesse connessioni alla rete; più o meno identiche tecnologie e materiali; uguale collocazione nel contesto dell’appartamento e dell’unità di abitazione; potenziale diffusione fra tutti gli strati sociali.

cessi01L’arco di tempo di questa trasformazione tecnico-sociale va dall’inizio del nostro secolo ai primissimi anni Trenta, quando si consolida quello che è, ancora oggi, il modello principale di progettazione di questo spazio: stretto coordinamento tra finalità igieniche standardizzate, imprese specializzate, ricerche progettuali, sperimentazioni tecnologiche e distributive. Né più, né meno, che la struttura del design italiano, già definita in tutti gli aspetti. Le evoluzioni successive (che pure potrebbero essere ritenute rilevanti da molti punti di vista), non toccano la sfera del progetto, e nemmeno del rapporto con il sistema socioeconomico. La stanza da bagno con WC che alcuni italiani usano quotidianamente nei primi anni Trenta, è identica in tutto e per tutto a quelle che i loro connazionali sognano di costruirsi con le «mille lire al mese», a quelle che si espongono nelle mostre sull’abitazione minimum, a quelle che qualunque progettista impara ad allestire, leggendo manuali, bandi di concorso, regolamenti edilizi.

Certo, allora come oggi, l’ideal standard non sarebbe tale se non rappresentasse un traguardo possibile, contrapposto ad uno stato delle cose meno avanzato. Resta, il fatto che una parte importante del sistema culturale, istituzionale, tecnico, industriale, ha fissato questo standard, e il resto del paese dovrà prima o poi, come l’indigeno davanti ai colonialisti di Joyce, adeguarsi. Se non lo farà con le buone, pazienza, esistono altri mezzi di convinzione per realizzare un buon sistema di interfaccia fra igiene pubblica e privata. Come insegna un secolo di esperienza, nella maggior parte dei casi l’intervento repressivo, l’imposizione autoritaria servono solo per un brevissimo periodo, diciamo così, «promozionale». Alla fine, per usare una illuminante citazione, le nuove regole sono stabilite, e «una volta abituati, non c’è più bisogno di costringerli» (Gorla, 1931, p. 32). Il percorso per fissare questi standards, però, non è univoco né lineare. Le note che seguono tenteranno di ripercorrerne alcuni momenti significativi.

Acqua, città, etica moderna, sviluppo

 Mia materia viva
Tu sei soltanto un granito
Circondato di vago spavento
(Charles Baudelaire, Spleen)

Milano, 1863 – All’assemblea della Società Edificatrice di Case per Operai Bagni e Lavatoi pubblici, un relatore ribadisce, come fosse cosa ovvia, che l’azione promozionale e operativa dovrà «ottenere condizioni tali d’aria e di luce che rendano sana l’abitazione, dare sede separata ed indipendente ad ogni famiglia, escludendo in via di massima il disimpegno dalle logge esterne ed il sistema delle latrine comuni infine non trascurare nessuno di quei dettagli tecnici che giovano in qualunque modo a creare e mantenere nell’operaio le abitudini di pulitezza e di moralità» (Gaggi, 1935, p. 8). E’ una lodevole intenzione, sostenuta da un efficiente apparato organizzativo, come presto dimostreranno progetti e realizzazioni della Società: gruppi di case a basso costo di costruzione, ma soprattutto con un alto rapporto tra quantità degli investimenti e qualità di vita degli inquilini. E’ una lodevole intenzione, ma non ha nulla di ovvio.

Le abitudini di «pulitezza e moralità» della famiglia operaia, che il relatore evoca con apparente understatement, nel caso italiano sono in massima parte corrispondenti alla realtà, visto che in epoca immediatamente post-unitaria l’accezione di «operaio», nell’immaginario dei primi riformatori autoctoni, ha connotazioni ben diverse da quelle massificate e contraddittorie che emergeranno nei decenni successivi. La famiglia operaia al momento si rende visibile solo all’interno o alle vicine propaggini dei centri urbani. Ha una sua legittimata «pulitezza e moralità» perché aspira ad una vita il più vicina possibile a quella borghese. Come se non bastasse, il nuovo soggetto sociale unisce al momento scarsa consistenza quantitativa e ampia disponibilità alla sperimentazione: qualunque intervento non può che migliorarne le condizioni abitative reali.

La «moralità» e l’igiene diventano così capisaldi del dibattito tecnico, scientifico, istituzionale italiano sulle caratteristiche dell’alloggio, che immediatamente si lega ai temi dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione, del recupero rispetto alle esperienze internazionali più avanzate. Le realizzazioni promosse dalla Società Edificatrice, non a caso, anticipando inconsapevolmente molti temi della cultura del Novecento, sono un paradigma delle molte città dimostrative prodotte via via dall’intreccio fra azione pubblica, spinte culturali, sponsorizzazione privata più o meno direttamente interessata.

Con questi presupposti, l’attenzione agli impianti igienici come fulcro delle unità abitative può essere importante, ma non oltre l’arduo e intrigante rompicapo intellettuale. Del resto, nel neonato stato unitario italiano le emergenze igieniche sono notoriamente più radicali, e gli interventi strategici (di ovvia maggiore visibilità) nel campo del risanamento si focalizzano sulle grandi «dorsali», parallelamente a quanto avviene nel campo dei trasporti con la realizzazione della rete ferroviaria, delle stazioni ai margini dei centri storici, e dell’immancabile asse rettilineo, che collega lo scalo a qualche vecchia o nuova piazza cittadina.

Il volontarismo ottimista della Società milanese non stigmatizza una situazione particolarmente provinciale, sul versante tecnico-culturale così come su quello istituzionale e normativo. Di fatto però non è difficile scorgere l’enorme distanza fra le invocate abitudini di «pulitezza e moralità» dei ceti urbani produttivi, e le condizioni fisiche generali entro cui queste «abitudini» dovrebbero svilupparsi. In altre parole, le prime realizzazioni di città dimostrativa, basate su unità residenziali che ruotano attorno all’ideale della famiglia nucleare, dove i servizi igienici possono al massimo giocare un ruolo di immagine high-tech, fanno certamente la felicità degli assegnatari, ma sono molto lontane dal costruire qualunque ipotesi di standard credibile.

Del resto, anche in Gran Bretagna, riconosciuta patria della rivoluzione industriale e delle sue ripercussioni socio-istituzionali e culturali, negli stessi anni (successivi all’approvazione del Public Health Act, con in primi influssi sulla produzione edilizia) si vive ancora un’epoca sperimentale nel rapporto fra desideri e realtà in campo igienico e urbanistico-edilizio. La Società per il miglioramento delle condizioni operaie, pubblica verso la fine degli anni Sessanta una rassegna delle realizzazioni modello, che anche oltre la discreta consistenza quantitativa intendono muovere soprattutto sul versante sperimentale, e di pressione ad alto livello verso l’iniziativa privata nel campo dell’abitazione per i ceti medio-bassi. L’intento, come nel caso milanese, è «morale» e filantropico, rivolto a coloro che «impugnarono l’aratro, governarono i buoi, lavorarono al telaio … e squadrarono le pietre per la cattedrale di St. Paul» (Roberts, 1867, p. 2), ma oltre la retorica delle buone intenzioni si sviluppa una notevole capacità progettuale e operativa.

L’igiene è fatto fisico, mentale, fondativo del progetto urbanistico-edilizio, che ruota attorno ai temi della ventilazione, dell’abbondanza di acque pulite, dell’efficienza nello smaltimento delle acque nere. Nella realizzazione pratica dei complessi edilizi, il gabinetto è collocato al margine del progetto, ma per molti versi ne costituisce un forte elemento di vincolo, come emerge (anche in esperienze successive) dal giudizio negativo sui complessi multipiano di notevoli dimensioni, e dalla preferenza accordata, là dove il costo del terreno urbanizzato lo rende possibile, all’abitazione monofamiliare o a schiera.

Molto si è detto sulla preferenza anglosassone per l’abitazione unifamiliare, ma leggendo i dettagli delle critiche ad altre tipologie non può non saltare all’occhio l’assenza dei commenti, cari a molti architetti nostrani, sulla «bruttezza« degli edifici multipiano, sul loro essere più o meno labirintici, anonimi, ecc. Le critiche, qui, sono tutte centrate sulla questione igienica. Oltre il linguaggio pudico del filantropo emerge la vera questione: tra ballatoi, corridoi, androni e passaggi vari, è quasi impossibile collocare latrine e prese d’acqua in modo efficiente, e si rende indispensabile pensare ad un uso comune dello stesso servizio. La privacy, l’intimità familiare, emergono nel loro ruolo di contesto più sicuro, «presidio igienico», e la responsabilizzazione della famiglia nella pulizia e manutenzione delle latrine collocate all’interno dell’appartamento, la migliore garanzia perché i comportamenti privati non annullino lo sforzo pubblico di promozione igienica.

Il report inglese, accanto alle osservazioni sull’insufficienza di abitazioni igieniche per i meno abbienti, tenta anche una panoramica europea sul tema, in cui il caso italiano brilla da un lato per la quasi totale assenza di azioni dimostrative e di ricerca tecnica, dall’altro per la situazione drammatica di alcune città, tra cui spiccano Napoli e Genova. Del resto il paese sta ancora attraversando le fasi istruttorie della sua unificazione politica e socioeconomica, e proprio nella seconda metà degli anni Sessanta vengono approvate le prime leggi di grande respiro, tra cui quella del 1865 sull’espropriazione per pubblica utilità. E’ comunque negli anni successivi che iniziano a rendersi visibili tentativi variamente orientati in senso filatropico, sul modello di quelli anglosassoni ed europei. Alle iniziative pioniere come quella della milanese Società per le case operaie, si affiancano i modelli più noti della company town all’italiana: il villaggio Rossi a Schio, quello Leumann a Collegno, o Crespi d’Adda in provincia di Bergamo.

Oltre l’indubbio interesse generale di queste realizzazioni, vale la pena di sottolineare la prevalenza dell’approccio tecnico «puro» al tema dell’abitazione, determinato sia dal contesto produttivo razionalizzato entro cui si collocano gli interventi, sia dall’assenza dei condizionamenti tipici della città. E’ questa prevalenza dell’aspetto tecnico, oltre i rimarcati elementi paternalistici che determinano «basso impatto» anche visivo, a far preferire l’abitazione unifamiliare, con servizi igienici propri, al modello urbano ad alta densità su ballatoi o corti. L’eccezione dei piccoli falansteri con percorsi e servizi comuni realizzati a Crespi, conferma e rafforza la regola: defilati rispetto all’insediamento principale, gli edifici collettivi sono destinati ai maschi soli, ovvero a chi non corrisponde all’accezione corrente di «famiglia».

Ancora, a Crespi, il ciclo dell’acqua, molto oltre le strettoie del fattore igienico privato, condiziona i modi dell’insediamento. Acqua è la valle del fiume Adda, con i terrazzamenti che salgono gradatamente verso le colline, a determinare il paesaggio naturale. Acqua è la forza motrice per le industrie tessili, o la centrale idroelettrica che Gaetano Moretti realizzerà nel 1906, poche centinaia di metri a monte del villaggio, fondendo le sue architetture tra ansa del fiume e rovine di un castello medievale. Acqua, ancora, sono i lavatoi collettivi installati al centro del villaggio, nonostante la relativa vicinanza col fiume, le prese domestiche, le latrine staccate dalle residenze e confuse tra pergolati e piccoli appezzamenti a orto: «Dietro la casa si ha un piccolo porticato con un lavatoio, e in seguito la latrina che è così completamente staccata dall’abitato» (Crespi, 1894). Una conquista è acquisita: la latrina familiare come elemento irrinunciabile di vita quotidiana, terminale reale e virtuale di progresso igienico, a condizionare il progetto dell’abitazione e dell’insediamento. Meno chiaro, con lo sgabuzzino e i suoi accessori tecnici trattati alla stregua di un lazzaretto, il ruolo nell’organizzazione dello spazio privato.

cessi02Negli ultimi decenni del secolo scorso scienza e tecnica giocano un ruolo complementare nel progetto igienista. Nella pratica quotidiana questo si traduce in un circolo virtuoso che comprende ricerca, divulgazione, sperimentazione empirica e sensibilizzazione sociale. Le scoperte mediche svolgono un ruolo chiave, ma il loro peso specifico è abbondantemente controbilanciato dalla capacità ricettiva delle politiche pubbliche, dell’iniziativa privata, filantropica o profit in senso lungimirante. Questo vale per l’Europa, e solo in seconda battuta per l’Italia, dove i meccanismi diffusivi sono arretrati almeno quanto l’apparato istituzionale, sociale, produttivo. In molti paesi europei l’innovazione scientifica trova spesso attraverso la leva tecnologica una ampia diffusione nei comportamenti individuali. Spesso «queste condizioni in Italia sono ancora … arretrate … Lo documentano ampiamente e drammaticamente le inchieste che vengono compiute in quegli anni sulle condizioni economiche e sociali del paese, che la classe dirigente del nuovo Stato unitario promuove anche sotto lo stimolo immediato di gravi insorgenze sanitarie» (Bellettini, 1987, p. 170).

La gravità dei problemi generali serve, da sola, a spiegare perché anche nell’idillio relativo dei villaggi industriali, spesso la latrina è gentilmente ma fermamente collocata nella categoria dell’«immondo». Le frasi con cui Silvio Crespi, sulle pagine dell’Edilizia Moderna di Luca Beltrami, descrive la sera di una giornata tipo nel suo villaggio modello, raccontano di bambini che corrono felici incontro al padre di ritorno dal lavoro, imparando a riconoscere sul filo dell’orizzonte, oltre i prati ben tenuti del villaggio, il profilo della fabbrica amica. Le stesse immagini suonerebbero pura fantascienza per i cittadini italiani che, negli stessi anni, «vivono» dentro pianterreni veneziani, grotte lucane, bassi campani, terranee siciliane, dividendo i momenti di «intimità» con polli, maiali, asini, che sono a tutti gli effetti membri della famiglia.

Nell’idea di bonifica igienica, sanitaria, sociale, esiste una filiera ideale di comunicazione dove il medico individua la patologia, ne delinea il contesto sociale, e l’ingegnere propone in prima istanza un progetto applicativo di massima. «Un sodalizio perfettamente affiatato, una coppia moderna, interdisciplinare. … è stato necessario che i medici, con i biologi, scoprissero i batteri, ne conoscessero il funzionamento: solo a partire da questo momento, sarebbe stato possibile intervenire su due fronti in maniera sistematica: con la preparazione di vaccini e con la caccia alle infezioni, tanto nell’organismo umano quanto nell’organismo sociale» (Abriani, 1988). Il lavoro tecnico progettuale segue (e partecipa a precisare) queste scoperte scientifiche, non a caso focalizzandosi rapidamente sul sistema delle acque urbane, sulla latrina che è il punto di interfaccia principale fra igiene pubblica e privata, e che sarà oggetto di particolari investimenti conoscitivi: sui materiali, sull’organizzazione degli impianti, sui raccordi con le reti.

Abbastanza rapidamente e brillantemente esaurite le questioni tecno-applicative (e delegate le evoluzioni a meccanismi di mercato e intervento pubblico), si impone un problema: come far assimilare uno spazio immondo alla vita quotidiana? Il primo passo era stato l’accorpamento fra servizi igienici e unità abitativa familiare. Ma non si tratta ancora di vera e propria incorporazione, visto che l’appartamento è ancora distinto (a volte fisicamente separato) dai servizi igienici. Sono i risultati del mix fra ricerca tecnologica e comportamenti individuali a determinare un salto qualitativo: la maggiore efficienza dei sistemi aerazione, sciacquatura, design e pulizia/manutenzione dei singoli componenti, renderanno via via compatibili con il decoro dell’appartamento anche queste innominabili appendici. «Dacchè il WC è decisamente introdotto all’interno dell’appartamento … la sua localizzazione diventa strategica, e domina il disegno distributivo. … la famosa distinzione fra zona giorno e zona notte comincia a delinearsi» (Abriani, 1988).

Certezze, dubbi, nuovi orizzonti

Non faccio conto dei momenti nulli della mia vita
ché da parte di ogni uomo può essere indegno cristallizzare quelli che gli sembrano tali.
Quella descrizione di una camera permettetemi di saltarla.
(André Breton, Manifesto del Surrealismo)

 Un posto dove anche il re va a piedi, enfin: lo sgabuzzino del cesso
(Aldous Huxley, Time must have a stop)

In Italia il relativo stabilizzarsi del quadro socioeconomico e istituzionale favorisce il consolidamento di alcuni principi chiave della modernizzazione, ivi compreso quello dell’igiene pubblica. Le leggi sanitarie fortemente volute da Crispi nel 1888, lo spirito della legge speciale per il risanamento di Napoli del 1885 ne sono eloquente testimonianza, anche se da parte di alcuni settori culturali (più o meno disinteressati) ostinatamente non si comprende il nuovo contesto.

Le trasformazioni parigine iniziate dal prefetto Haussmann possono ormai vantare il riscontro dei dati statistici sulla migliore qualità di vita degli abitanti, ma per qualche misteriosa ragione nel caso di Napoli «non si vedeva quale relazione potesse trovarsi fra un problema così complesso quale è quello dell’igiene e un bel rettilineo» (Camera dei Deputati, 1965, p. 36). Evidentemente, alcuni rappresentanti del popolo non colgono quanto sta affermandosi, non solo nel campo della ricerca e nelle aspettative di progresso sociale, ma anche in quell’eloquente espressione del comune sentire rappresentata dai manuali tecnici.

Antonio Pedrini, affrontando per i tipi Hoepli il problema della Città Moderna nel 1905, ne definisce sin dalle prime righe l’ideale: la ricchezza di una nazione si calcola in base alla salute generale del popolo, ovvero dall’età media della popolazione, dalle sue condizioni di vita quotidiana e potenzialità produttive, infine (perché no?) dalla soddisfazione soggettiva che la qualità della vita media induce. Fra i criteri che storicamente hanno condotto alla fondazione e sviluppo delle città, Pedrini pone in primo piano il regime delle acque, e il conseguente aspetto igienico che, a seconda dell’attenzione con cui è stato trattato, determina ascesa, potenza o declino di intere civiltà. La latrina appare come punto di interscambio strategico fra progetto sociale e individuale di progresso, dove responsabilità personale e vita quotidiana trovano il trait d’union con investimenti pubblici e privati di lungo periodo.

I dettagli tecnici di Pedrini, a ben vedere, scandiscono le fasi di responsabilità che sul versante dell’igiene stanno assumendo le varie diramazioni di rete: «Nella latrina noi dobbiamo considerare tre parti: 1° la seditoja o vaso ricevente; 2° il tubo di caduta; 3° il ricettacolo o fossa o pozzo nero» (Pedrini, 1905, p. 160). Il «ricettacolo» finale presume un sistema di smaltimento progettato e governato da organismi tecnico-amministrativi complessi; il «tubo di caduta» rinvia al momento della progettazione tecnica e relativi regolamenti, norme, standards; la «seditoja» attiene interamente allo spazio privato, e responsabilizza l’utente in quanto nodo di una rete complessa, che contribuisce ad elevare la qualità generale di vita.

Con il necessario tempo di maturazione che i percorsi tra enunciazione e pratica corrente comportano, è consolante constatare la solidità con cui alcuni principi di progettazione igienica si collocano nell’opera di Pedrini, anche quando si tratta delle abitazioni a basso costo. Il vecchio ideale di «un edificio, una abitazione, una famiglia», è perfettamente esplicitato nelle sue implicazioni tecniche, economiche, sociali, e anche le soluzioni basate su alta densità e tipologie multipiano sono presentate con dovizia di dettagli, pro e contro. La conclusione, per molti versi, ha nella sua semplicità un sapore di protorazionalismo. «Certamente il desideratum dell’igienista sarebbe la casetta isolata ma ragioni di economia sia per l’importo di costruzione sia per il valore del terreno si oppongono a tale desideratum» (Pedrini, 1905, p. 237), a questo è possibile porre rimedio sia con lo studio di tipologie insediative basate sull’aggregazione complessa di molte unità abitative, sia inquadrando la questione nell’ambito di un piano regolatore urbano. E non deve trattarsi di semplici velleità culturali, vista l’ampia diffusione cui è destinato il manuale, grande e spesso poco più di un portafoglio, destinato alle tasche di ingegneri e capomastri più che a scaffali di biblioteca.

La Città Moderna di Pedrini è la contestualizzazione su scala ampia di alcuni problemi emersi dalla progettazione edilizia, sistematizzati qualche anno prima nell’altro manuale, che parafrasando le prospettive fantascientifiche dell’amico Mantegazza descrive nei dettagli La casa dell’avvenire. Ancora nel 1910, la seconda edizione del volume (con entusiastica nota dello stesso Mantegazza, che vuole farsi progettare una casa ideale dall’Autore) ribadisce i temi dell’abitazione igienica: unità familiare, divisione degli spazi secondo le necessità degli individui, totale emarginazione del servizio igienico dagli ambienti abitati e se possibile distacco fisico, nel giardino o nel cortile. Per la casa borghese, si propone una versione elegante degli sgabuzzini sotto il pergolato di Crespi d’Adda: «un gruppo d’alberi, in un luogo sottratto all’altrui curiosità, ti nasconda il chiosco immondo che non ti metta ribrezzo nell’entrarvi ma che ti inviti ad ammirarne l’eleganza, la pulitezza, il razionale perfezionato funzionamento dell’apparato dell’acqua per il suo lavaggio» (Pedrini, 1910, p. 114).

La stanza da bagno, che nel costume europeo ha iniziato ad occupare uno spazio importante nell’immaginario borghese, inizia anche in Italia ad avere qualche dignità nella progettazione dell’alloggio. Il massimo dell’attenzione igienista è ancora focalizzato sulle immersioni terapeutiche, con poca distinzione fra bagni di acqua, luce, aria, salvo le apparecchiature necessarie all’uopo. Ma l’obiettività tecnica del Pedrini gli impedisce di ignorare un argomento ormai importante sul versante del mercato: la stanza da bagno dovrà essere collocata in diretta comunicazione con le camere da letto e lo spogliatoio, riscaldata o comunque tra due stanze riscaldate e «mai a tramontana». La latrina, invece, dovrà essere collocata «a tramontana… acciocchè più attiva ne sia la ventilazione. Uno stanzino sempre la precederà e ne occulterà l’uscio; ad essa ci guiderà, lungo e tortuoso, se è possibile, corridojo» (Pedrini, 1910, p. 152)

La latrina, quindi, spazialmente e concettualmente si colloca ai margini dell’appartamento, e agli antipodi dell’eventuale stanza da bagno. La logica delle prese d’acqua e delle colonne di scarico tenderebbe ad accostare locali e funzioni, ma cultura scientifica e manualistica tecnica insistono: il bagno mai a tramontana; la latrina sempre a tramontana. Un abbraccio impossibile. Del resto, la questione riguarda pochi privilegiati, visto che la gran parte dell’edilizia corrente urbana si sta orientando verso modelli ben riassunti da questa prescrizione: «Il gabinetto del cesso, nell’interno della casa, deve essere appartato il più che sia possibile dalle stanze più di frequente abitate, lungi dai luoghi ventilati, dalle scale; deve essere abbondantemente illuminato e non uno stanzino oscuro, l’ambiente illuminato essendo sempre quello che meglio si ventila. Deve avere uno stanzino che ne occulti l’uscio. In una casa nella quale concorrano più latrine, queste devono essere riunite su pochi punti della pianta d’ogni piano e le latrine di più piani devono corrispondere verticalmente. Numero delle latrine – Non dovrebbero esser mai meno di una per ogni 15 pigionali». (Pedrini, 1910, p. 358). Quindici persone per ogni latrina. Nelle prescrizioni di un manualista!

Nell’Italia dei primi anni del nostro secolo, dopo le cannonate di Bava Beccaris su veri o presunti insorti, e le conseguenti pistolettate di Gaetano Bresci sul «Re buono», si rende evidente la necessità di diffondere ad ampio raggio sociale i benefici della modernizzazione. La questione delle abitazioni si pone come nodo cruciale per un paese avviato (almeno in alcune aree strategiche) verso uno sviluppo urbano e industriale. A dire il vero «In realtà, il problema della casa si era posto per le classi povere delle città italiane sin dai primi anni della loro espansione, assumendo caratteri nettamente differenti nelle diverse regioni» (Carozzi, Mioni, 1980, p. 451), ma nel mutato clima politico del nuovo secolo alcune istanze riescono a conquistare inedita visibilità e legittimazione.

Nel filone delle grandi inchieste urbane sulle condizioni della classe operaia, che avevano stimolato in Europa e Nord America le politiche di intervento sociale e abitativo, si colloca l’indagine parallela condotta dal Comune di Milano e dalla Società Umanitaria nel 1903.

L’obiettivo, oltre le già citate azioni pubbliche e filantropiche, è quello di stabilire un rapporto fra problemi, obiettivi, risorse, tempi di azione. L’analisi si svolge su due percorsi paralleli e convergenti: udienze tecniche specializzate della Commissione, a professionisti e studiosi del settore, con raccolta di materiali e memorie; field research con interviste tramite questionario ai capifamiglia. Di particolare interesse, proprio la struttura di queste schede, che oltre la sezione istituzionale e quantitativa dedica gran parte delle domande agli impianti igienici «La cucina ha camino? …. Vi è l’acquaio (lavandino)? … è nelle camere abitate? … se no, è sul piano? … Di che sistema è la latrina? (senz’acqua, mezza inglese, inglese). La latrina è in uso comune con altri? … Se si, quante famiglie la usano in comune?» (Le condizioni …, 1907, p. 9)

Dalla qualità e dal tono dei quesiti, emergono almeno due elementi: la consapevolezza di una standard minimo, al di sotto del quale si intravede il pericolo di una emergenza socio-sanitaria, e insieme l’idea generale secondo cui le pur spartane prescrizioni della manualistica trovano, salvo eccezioni, applicazione nella produzione corrente. Certo l’universo sottoposto ad analisi è piuttosto particolare, ma senza dubbio indica una certa dinamicità di studi, ricerche, pratiche sperimentazioni. Volontarismo e filantropismo ottocentesco stanno cedendo spazio ad uno sbocco nella «amministrazione corrente» del problema, che proprio in questi anni con la legge Luzzatti e la creazione degli Istituti Case Popolari ha una sanzione ufficiale. La retorica paternalista delle case igieniche gentilmente offerte a «quelli che squadrarono le pietre della cattedrale di St. Paul» (Roberts, 1867, p. 2), o agli operai tessili di Crespi con bambini che giocano felici all’ombra delle ciminiere, lascia il posto ad un programma più asciutto, già nelle premesse articolato per obiettivi. Destinatario delle case popolari è, ovviamente, il popolo, ma «popolo per noi … sono i proletari, i quali vivono di magri salari in quartieri luridi e in terre nude, che si devono trasformare, risanare, abbattere; ma è popolo per noi anche l’artigiano indipendente, che stava poco meglio di questi suoi infelici compagni» (Luzzatti, 1902, p. 525). Diversi i destinatari, dunque, e diverse le tipologia e le logiche di intervento: dall’emergenza estrema dello sfollamento coatto di «quartieri luridi e in terre nude», magari con l’obiettivo delle quindici persona per latrina, alla ricerca sperimentale su tipologie destinate al «ceto medio».

Lette con questa prospettiva, anche le prescrizioni del Pedrini, la divisione in capitoli dal tono marcatamente diverso a seconda dei destinatari di tipologie e impianti igienici, appaiono in una luce diversa. Le brevi schede tecniche sul nuovissimo Flatiron Building di Daniel Burnham a Manhattan, o sulla funzionalità igienica ed eleganza del Waldorf Astoria con «la bagatella di 1500 stanze da letto … 1200 con apposito bagno» (Pedrini, 1905, p. 229), dimostrano che la cultura tecnica in Italia ha acquisito in pieno l’idea di comfort. E nel clima riformista di inizio secolo, si intrecciano nella progettazione degli ambienti residenziali sia le ricerche sullo standard igienico minimo, sia le acquisizioni della cultura borghese che fissano nuovi obiettivi, ora raggiungibili anche da altri ceti.

Nella Parigi di Haussmann, nei palazzi borghesi dei quartieri connessi da boulevards e relative reti, l’idea della stanza da bagno era rapidamente evoluta da bizzarria o terapia medica a elemento di distinzione, sino a diventare indispensabile fulcro attorno a cui organizzare l’appartamento. Fra la metà del secolo e il Novecento il bagno cambia rapidamente collocazione e importanza. «La prima ubicazione … è attigua alla cucina. Il punto di alimentazione comanda il dispositivo: economia di tragitto e semplificazione dei meccanismi di gravità. … Nel giro di alcuni decenni si impone una soluzione nuova: il bagno accanto alla camera da letto» (Vigarello, 1986, p. 160). Questa collocazione, insieme ai progressi nella fornitura d’acqua e funzionalità dei water closets, tende ad avvicinare due universi sino a quel momento separati: il bagno e la latrina.

Anche le prescrizioni di Pedrini, pur se in modo contraddittorio, non erano lontanissime da questa idea: il bagno adiacente allo spogliatoio e alla camere da letto, la latrina «a tramontana» alla fine di un corridoio preferibilmente «tortuoso» appaiono come necessarie semplificazioni per tecnici che rispondono a domande residenziali «conservatrici». La critica alla scarsa funzionalità igienica delle case multipiano, esplicita quando si tratta di falansteri, caserme, cortili, androni, lascia il posto a un onesto entusiasmo per la razionalità dei grandi alberghi americani a grattacielo, con il loro efficiente sistema di fornitura d’acqua, ventilazione, smaltimento acque luride e rifiuti solidi, mobilità verticale su ascensori e montacarichi. Dunque è un vincolo culturale e organizzativo, quello che ancora tende a separare la vita familiare quotidiana dal «chiosco immondo», incastrato nell’angolo a nord dell’edificio o mascherato da un gruppo di alberi in giardino. Solo chi, a cavallo fra i due secoli, ha avuto la fortuna di visitare gli Stati Uniti e gli alberghi grattacielo, ha potuto sperimentare fra l’altro la comodità di avere «Non solo una camera … ma anche una grande stanza da bagno e un wc» (Lutaud, 1896, p. 61).

Ai limiti di carattere culturale della potenziale utenza, si somma comunque una relativa arretratezza tecnica e industriale, visto che da poco, «Dopo trent’anni di annaspamenti gli inglesi sono arrivati alla perfezione con uno sciacquone da dieci litri» (Guerrand, 1986, p. 168). La stessa differenziazione per tipi di impianti che si coglie sfogliando i cataloghi o la manualistica, è indice di una questione in qualche modo ancora aperta. Comunque, appare evidente che la scarsa diffusione dei servizi igienici privati e integrati nella pianta dell’appartamento si deve alla somma di tre fattori: quello tecnico già citato, quello economico di un sistema produttivo non ancora orientato alle grandi quantità che abbattono i prezzi, infine le resistenze culturali che accomunano politici, amministratori, progettisti, e a volte anche gli stessi destinatari dell’innovazione. Cionondimeno gradatamente «Le classi lavoratrici si abitueranno alle comodità del gabinetto privato negli immobili … di … Habitations à bon marché che avrebbero avuto sempre un posto importante nei programmi sociali» (Guerrand, 1986, p. 171).

La trasformazione dal vecchio spirito filantropico e volontarista a quello di corrente amministrazione, favorisce un diverso approccio tecnico e organizzativo. Nascono nuove professioni più specializzate, progetti e intervento si complessificano e settorializzano, pur nell’azione unitaria promossa dalle amministrazioni municipali. L’aspetto più interessante di questa evoluzione, è certamente quello dell’interdisciplinarità, che la manualistica necessariamente onnicomprensiva del Pedrini apparentemente metteva in ombra nell’omogeneità editoriale del prodotto finale. L’indagine, già citata, sulle condizioni dell’abitazione popolare a Milano ne è un esempio eloquente: sia nella Commissione di coordinamento che nelle figure dei testimoni qualificati individuate per la consulenza tecnica, troviamo sociologi, demografi, medici, tecnici sanitari e delle costruzioni, semplici qualificati osservatori del vivere quotidiano come sacerdoti, maestri ecc.

cessi03Di fronte alla nuova città che cresce tra ospedali, cucine pubbliche, bagni e docce, si attenua anche il ruolo dell’ingegnere tuttofare, a favore di nuove professionalità socialmente orientate, ma con una precisa preparazione tecnica. Questo ambiente culturale è ben rappresentato dalle attività della Società Umanitaria di Milano, che spaziano da una ampia promozione arts and crafts, all’iniziativa socio-politica, alla sperimentazione dimostrativa nel campo delle tecniche progettuali e costruttive per l’edilizia. Su progetto di Giovanni Broglio si realizza uno di questi esperimenti: il quartiere sorge «presso il rondò di Loreto da poco raggiunto dalla linea del tram. …. C’è ancora il camino ma in due fabbricati si sperimenta il termosifone centrale, ogni appartamento ha il water-closet all’inglese, nei muri corrono condutture per l’aerazione degli ambienti e lo scarico delle spazzature e si sperimenta l’illuminazione elettrica fornita dall’Edison a tariffa ridotta» (Fontana, 1981, p. 62)

Ancora più indicativa del clima innovativo, l’esperienza della garden city Milanino, che alla sperimentazione tipologica e sanitaria del quartiere Umanitaria unisce gli elementi inediti della dimensione territoriale e del progetto politico riformista. Le esperienza italiane dei borghi-giardino (collocate tra l’altro in gran parte nel decennio successivo) si caratterizzano soprattutto per gli elementi ideologici estranei allo schema generale di Ebenezer Howard: dal formalismo architettonico della Garbatella a Roma, alle ambiguità dell’urbanistica contrattata ante litteram di Vanzo, a Padova. Niente di tutto questo a Milanino, che con poche precisazioni di contesto sembra plasmarsi esattamente sullo schema dei «Tre Magneti», ovvero su una idea estesa del concetto di igiene: dall’ambito privato, a quello pubblico urbano, sino alla scala regionale che già rappresenta nelle aree industrializzate lo spazio unitario di interazione tra capitale, lavoro, risorse e progettualità.

Quella che poco sopra abbiamo definito la nuova dimensione tecnico-organizzativa del progetto, nel caso di Milanino ha occasione di dispiegarsi eloquentemente: la modalità societaria studiata dal presidente dell’Unione Cooperativa Luigi Buffoli; l’indagine a scala metropolitana per la localizzazione del sito; il concorso di idee per le tipologie edilizie raccomandate; la struttura base della proprietà. Lo schema del quartiere, disegnato da Giannino Ferrini a forma di buco della serratura, ricalca gli schemi di Howard nell’adattamento al contesto geografico e sociale, sino al centro fisico e di relazione del sobborgo: una larga striscia a verde pubblico, dove saranno collocati l’acquedotto, alcuni edifici comunitari, il capolinea della futura tranvia metropolitana. Sul versante direttamente tipologico l’idea ampia di igiene ha modo di dispiegarsi nei grandi spazi a disposizione delle case unifamiliari con giardino, dotate di tutti i servizi, e ideate fra l’altro nei principi generali da un inedito Antonio Sant’Elia, che tra logge, latrine e bow-windows sembra lontano mille miglia dalle sue più note vertigini futuriste. A garantire lo spirito democratico cooperativo, «La fabbricazione sarà lasciata agli acquirenti dei lotti, senza esclusioni di sorta: però, allo scopo di evitare che la speculazione entrasse a pregiudicare la esatta attuazione del progetto, la Società ha provveduto alla compilazione di apposite norme, alla cui assoluta osservanza sarà subordinata la cessione dei lotti fabbricabili» (Cattaneo, 1910, p. 35).

Vecchio e nuovo alla resa dei conti

Quello che chiamiamo «male» è semplicemente l’ignoranza
che sbatte la testa nelle tenebre
(Henry Ford)

Con la nuova dimensione territoriale delle dinamiche insediative e l’affermazione di una moderna idea di comfort e igiene, si chiude la prima grande stagione del dibattito sulla città industriale, le tipologie residenziali, le aspettative sociali. In particolare per quanto riguarda il tema dell’abitazione, il crepuscolo delle figure professionali legate alla medicina e all’ingegneria lascia spazio sia alle specializzazioni più varie coordinate nell’intervento municipale, sia all’emergere soprattutto in Italia di una rinnovata figura di architetto, che propone una dictatorship alternativa alle questioni urbane. Inizialmente l’architetto italiano esprime un approccio ai problemi teso al recupero in positivo delle tradizioni storiche, contro gli effetti livellatori della modernizzazione impersonati dall’approccio ingegneristico. In seguito, «compiuta tra il 1900 e il 1920, una brillante operazione di cosmesi professionale distillerà dalle file dei «nostalgici» e dei «passatisti» questa nuova figura di specialista: l’architetto integrale, destinato a concentrare su di sé la leadership dei problemi legati al piano» (Zucconi, 1989, p.13).

E’ innegabile che la «cosmesi», come la definisce Guido Zucconi, sia inevitabilmente destinata a creare notevoli problemi alla scala del piano dove al livello più alto dovrebbe invece dispiegarsi l’agire coordinato di diverse e solide professionalità. Nello stesso tempo, la definizione di città a partire dalla cellula abitativa che si sta delineando nel panorama internazionale, favorisce l’accelerazione degli studi in questo senso, che vedono negli architetti la maggiore potenzialità tecnica disponibile sul mercato. L’esperienza di Milanino, quasi esplicitamente, era stata di semplice carattere dimostrativo: l’autocostruzione sociale del territorio era tecnicamente possibile, quando le conoscenze tecniche, la volontà politica e le disponibilità economiche operavano in modo coordinato. Dopo la lunga pausa della guerra mondiale e del passaggio dalla democrazia borghese allo stato fascista, l’ansia di rinnovamento sul versante del progetto territoriale letteralmente fa esplodere tutte le energie accumulate.

Nel solo 1926, a Roma si istituisce il distretto speciale del Governatorato, a Milano il concorso per il piano regolatore pone con forza la questione comprensoriale degli insediamenti, e a Torino il Congresso di Urbanesimo vota l’istituzione delle città metropolitane. Il nuovo regime, apparentemente prodigo di stimoli al pensiero estremo, non sembra però dimostrare uguale entusiasmo e capacità di mobilitazione nell’applicazione pratica di queste grandi idee. Parlarne, comunque, non può far male a nessuno, soprattutto se i prodotti collaterali del dibattito entrano a buon titolo nel progetto di modernizzazione sociale, anche nel campo dell’abitazione.

I manuali della Hoepli anche nelle stagioni più gloriose (lo abbiamo sottolineato analizzando l’opera di Pedrini) restituiscono solo in parte l’immagine del dibattito culturale in corso. Con questa precisazione colpisce comunque il sopravvivere ancora nel 1926, nella sesta edizione del compendio di architettura di Alfredo Melani, di atteggiamenti reazionari ormai al limite del ridicolo, pronti a mobilitare nientemeno che la classe operaia espulsa dai centri storici, quando si tratta di difendere i quadri urbani pittoreschi. Echeggiano ancora, nel 1926, fra i giudizi sull’Altare della Patria e altri simboli dell’Italia postunitaria, i furori contro il progetto del 1885 per il risanamento di Napoli. E non, ad esempio, contro il mancato decollo socioeconomico degli abitanti nascosto dietro retoriche facciate, ma perché a parere di Melani «Napoli rettilineata, geometrizzata cessa di essere la città delle serenate gonfia di sospiri e di pianto; essa non offre più i grandi quadri di colore, sfondo meraviglioso al movimento ed ai gesti degli abitanti» (Melani, 1926, p. 56). L’immagine dell’architetto ha in effetti bisogno della «cosmesi» individuata da Zucconi, come indirettamente dimostra – solo per fare un esempio – il confronto fra riviste come La Casa e, dall’altro lato, Architettura e Arti decorative.

Nel primo caso, pur con l’evidente strascico di un atteggiamento disciplinare ed editoriale «politecnico», si allineano le questioni abitative dalla scala territoriale, a quella della progettazione edilizia, e infine dei dettagli tecnologici costruttivi, dei materiali, dei nuovi prodotti. La rivista degli architetti è, con poche eccezioni fino alla fine degli anni Venti, fortemente impostata in senso «compositivo» tradizionale, e non dà chiari segnali del fermento, della vera e propria esplosione culturale e comunicativa che in breve tempo, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, vedrà nascere tra l’altro Domus, La Casa Bella, L’Ingegnere, Urbanistica, Rassegna di Architettura. E’ dalle pagine de La Casa, che salta all’occhio l’affermarsi ed evolversi del modello igienista nella realizzazione di case popolari, dai progetti dimostrativi di inizio secolo, all’accettazione nei regolamenti istituzionali, al parallelo adeguamento delle tecniche di progettazione spaziale e impiantistiche che via via consente di inserire in massa latrine e bagni privati inseriti nella pianta dell’appartamento anche nelle abitazioni plurifamiliari. Ovviamente, esistono ancora vincoli economici e sociali all’applicazione di alcuni principi, ma la tecnica complessiva di progettazione, attuazione e gestione degli Istituti Case Popolari nel giro di quindici anni ha raggiunto la piena maturità.

Giovanni Broglio, vecchia volpe della progettazione, che all’inizio del secolo ha ideato e realizzato, in periferia, case a basso costo dotate di servizi che facevano schiattare d’invidia le padrone di casa borghesi del centro, vent’anni più tardi non ha molte difficoltà a rintuzzare le critiche, feroci, che le nuove generazioni di architetti muovono alle idee tradizionali di città. Razionalismo, a parere di Broglio, è molto più della prevalenza dell’angolo retto, del pilastro sulla colonna, del tetto piatto su quello a falda, e dunque si diano una calmata i giovani ansiosi di lasciare un’impronta indelebile nelle forme della città sociale, dei complessi di case popolari che iniziano a determinare modi e indirizzi dello sviluppo urbano. Razionalismo in architettura è l’espressione «che ha la sua ragione di essere nella scienza e nella nuova tecnica delle costruzioni e che da questa prende origine» (Broglio, 1931, p. 6). Oltre le scaramucce di carattere più che altro formalistico e professionale, è però la questione comunicativa, di immagine, a determinare il passaggio delle consegne dalla vecchia alla nuova generazione:con le nuove riviste e iniziative collaterali promozionali, le ricerche europee razionaliste sull’abitazione come cellula elementare della città escono dalle pagine, ricche ma criptiche, della stampa tecnico-istituzionale, e sbarcano nell’inconsueto universo patinato dei periodici di tendenza.

E’ su queste pagine, spesso suddivise equamente fra rubriche tecniche e consigli alla padrona di casa moderna, che implicitamente o esplicitamente si fa strada e si costruisce consenso l’idea di alloggio confortevole per tutti, come implicito portato del progresso e del benessere. I segni tipici di un’epoca, anche per la lettrice borghese e intellettuale, iniziano ad essere, insieme alla porcellana di qualità, l’alloggio minimo con doccia e WC nello spazio di una poltrona, o gli studi di ergonomia applicati all’igiene. Per dirla con Alexander Klein, deve iniziare ad apparire normale che «l’alloggio che ci costruiamo deve essere in relazione attiva ed organica con le condizioni di vita ed i bisogni culturali della nostra epoca, inoltre deve soddisfare le necessarie richieste di maggiore economia» (Klein, 1928). Sul versante specifico dei servizi igienici interni all’appartamento, l’esigenza di comprimere al massimo i costi stimola il ricorso all’invenzione progettuale, all’utilizzo estensivo delle nuove tecnologie (l’aerazione indiretta a ventilazione forzata per i WC di appartamento, la condivisione degli impianti da bagno in unità abitative minimum), e/o la modifica dei regolamenti municipali per adattarsi a nuove esigenze e possibilità di soluzione.

Ormai, è totalmente acquisito che l’abitazione, anche nella versione emergenziale della casa minima, deve garantire in nuce tutti gli elementi indispensabili del vivere civile, dalle attrezzature igieniche private, agli spazi di vita e relazione, all’inserimento in un contesto più generale. In più, se la casa borghese e la casa popolare potevano a grandi linee essere considerate un problema edilizio, interamente delegato alla tecnica del progetto di ingegneria e architettura, l’abitazione minima è problema soprattutto sociale, e necessita di una più attenta e profonda interpretazione dei temi, oltre l’ovvio problema di contenimento dei costi. Con tutti i vincoli possibili e immaginabili, anche questa tipologia dovrà offrire agli abitanti una unità base con camere, soggiorno, cucina, disimpegno, bagno, WC, balcone: «insomma un embrione, un minimum di ciò che necessita al vivere civile» (Sartoris, 1931, p. 11)

Come era avvenuto all’inizio del secolo per il progressivo avvicinamento della latrina all’alloggio, e poi per la stretta integrazione fra bagno, WC, e zona notte, le resistenze culturali alla nuova organizzazione degli spazi non mancano di farsi sentire anche in epoca razionalista. I consumatori più tradizionalisti, e con essi probabilmente l’industria meno propensa all’innovazione, pensano ancora a una residenza ideale che non è più compatibile con i costi crescenti dello spazio, della pulizia, manutenzione, e (per chi può ancora permetterselo) del personale di servizio destinato a queste funzioni. La lezione igienista con il razionalismo assume nuove forme e frontiere, e da utopia è divenuta realtà. Basta coglierne il senso e non opporre resistenze patetiche: «ai bei tempi dell’«intimità» e del «mistero» non di rado avveniva d’imbattersi in persone, per censo e concezione distintissime, con il bordo delle unghie orlato «a lutto» e il bavero della giacchetta abbondantemente impepato di forfora. … L’aria, l’acqua, la luce, sono stati nuovamente chiamati a far serena e armoniosa la vita dell’uomo, disciplinati e come distillati dalla sua volontà, che sottraendoli al loro impeto primordiale, li riduce nelle cristallizzazioni, per così dire, della tecnica e dell’arte» (Tinti, 1931, p. 39-40).

La ricerca, sul versante strettamente tecnico, ha modo di approfittare delle parallele innovazioni del prodotto industriale anche a basso costo, e contemporaneamente di sperimentarne le utilizzazioni in nuove tipologie distributive. Di particolare interesse i progetti per le abitazioni minime, che mettono in risalto sia l’avvenuta standardizzazione (almeno intenzionale, come già sottolineato da Klein) del gruppo WC-bagno all’interno dell’appartamento, sia il tentativo di uscire dai limiti dello schema mentale determinato dalla tradizione. L’utilitarismo spinto di molte soluzioni, stride apparentemente con il tentativo di rendere accettabile e quotidiano l’uso dei servizi nel loro insieme, anche da parte di ceti educati a considerarli come lussuosa e superflua appendice.

Esiste comunque coscienza, da parte dei progettisti, dei problemi connessi all’accettazione sociale, che tra l’altro come noto coinvolge e coinvolgerà ancora per molti anni anche altre aree della casa, come il soggiorno. Per il bagno minimum comunque lo studio rappresenta il massimo della sintesi tra possibilità tecnologiche, progetto di spazio, ergonomia e organizzazione, eventualmente estendibili nei risultati anche a situazioni meno estreme, più vicine alla tipologia dell’abitazione tradizionale: «Un problema che ancora presenta difficoltà nella sua risoluzione, in vari casi, è quello del “bagno”: nelle abitazioni nuove, del tipo economico o popolare, per ragioni finanziarie che limitano spazio e spesa; nelle case vecchie da rimodernare, anche se con qualche pretesa signorile, per difficoltà di spazio» (Minnucci, 1932, p. 120).

Iniziano a circolare, così, ipotesi ancora ai nostri giorni piuttosto usuali, come la dimensione degli ambienti commisurata all’ingombro dell’oggetto di maggiori dimensioni, che a sua volta è contenuto al minimo indispensabile, e incastrato a puzzle tra superfici orizzontali e verticali multiuso. Oltre qualche eccesso sperimentale (che l’ottimistica valutazione di qualità dei materiali e altri problemi di pulizia e manutenzione provvederanno col tempo a spazzare via) non è difficile trovare nelle innovazioni fine anni Venti i nostri spazi di vita quotidiana: la vasca in cui si sta seduti, e che all’occasione può servire da piatto doccia, o da vasca per il bucato; il WC sovrapposto verticalmente ad altri spazi o impianti; il box-doccia coincidente con buona parte dell’intero spazio del WC-bagno, con superfici tecniche o di arredamento ripiegabili. Con queste esplicitazioni, e l’immancabile senno di poi, si inquadra meglio l’affermazione citata sopra, sui comuni problemi di situazioni apparentemente antipodali, come l’abitazione minima, o quella vecchiotta anche se con «pretese signorili». Ai nostri giorni basterebbe una rapida ricognizione fra rinnovati appartamenti ex INA-Casa, seconde abitazioni ad uso turistico, e ristrutturazioni in centro storico, per recuperare l’intero campionario di questo primo, avanguardistico approccio progettuale.

Si accennava già nella premessa ad una questione di fondo: le acquisizioni tecniche non hanno necessariamente rapporti univoci con la produzione corrente, sia sul versante divulgativo, che di produzione edilizia e normativa, o addirittura della cultura materiale di uso quotidiano degli spazi residenziali. Così, se la sperimentazione progettuale e costruttiva che tra l’epoca giolittiana, attraverso la stasi bellica e i primi anni fascisti, definisce appieno un ideal standard riguardo al ruolo e alle tecniche di organizzazione dei servizi igienici nell’appartamento, restano ampiamente aperti i problemi di pratica applicazione. Il lungo brano che riportiamo di seguito riassume di fatto questo iato, ed ancora più significativo è il fatto che l’autore di queste osservazioni sia Giuseppe Gorla, tecnico prestato alla politica e futuro ministro dei lavori pubblici che tra dieci anni farà finalmente approvare la legge urbanistica nazionale. L’occasione entro cui si collocano le sue considerazioni sottolinea ancor più il divario fra programmi e realtà nel dibattito sull’abitazione razionale: un congresso di tecnica sanitaria e igiene urbanistica. Ma lasciamo la parola a Gorla:

«Il gabinetto munito di antilatrina con vaso a perfetta chiusura idraulica e provvisto di acqua corrente è elemento indispensabile in ogni alloggio e la massima cura è posta allo studio dell’aereazione del locale, nel dotarlo di intonaco resistente e lavabile. Il vaso senza coperchio in legno ma con bordo arrotondato di porcellana, di sagoma semplice ma facilmente lavabile, di altezza conveniente, sufficientemente robusto, collocato opportunamente. Finestra ampia in confronto della superficie del gabinetto, con serramento in ferro, facilmente manovrabile, bocca d’aspirazione per quando la finestra è mantenuta chiusa. Lavabo, preferibilmente posto nell’antilatrina, per abituare gli inquilini a lavarsi spesso, con facilità e all’acqua corrente. Dove è possibile il bagno che, quantunque se ne abusi anche per lavare la biancheria, costituisce sempre un grandissimo stimolo alla pulizia personale ed è assolutamente indispensabile. Dove non è possibile l’impianto del bagno in ogni alloggio per risparmio di spazio e per ragioni economiche, si faranno impianti centrali di sei, sette vasche in locale apposito attiguo alla portineria e dove gli inquilini con modicissima spesa possono prendere il bagno caldo e la doccia. Nei quartieri più popolari, dove si aggruppano le famiglie povere, provenienti dalle zone più malsane o malfamate le quali hanno meno sviluppato il senso della pulizia si metterà l’obbligo del bagno ogni quindici giorni o ogni settimana. Una volta abituati non c’è più bisogno di costringerli» (Gorla, 1931, p. 31-32).

Colpiscono, il riemergere dei temi che articolavano i capitoli del Pedrini all’inizio del secolo, e nelle osservazioni finali sulla educazione all’igiene delle masse i toni del primo sdegno borghese sui problemi dell’abitazione. Ma Giuseppe Gorla non parla a cuor leggero, visto che siede nel consiglio di amministrazione dell’Istituto Case Popolari di Milano, e probabilmente sa valutare il divario fra bisogni e risorse. Come abbiamo ripetuto fino alla noia, dal punto di vista progettuale e tecnologico lo standard è stato fissato, anche nelle sue possibili articolazioni dipendenti da vari condizionamenti esterni. Il problema è ora quello di attivare programmi di vasto respiro in questo senso. Rispondendo alle polemiche sulla architettura per la città moderna della nuova leva di progettisti, Broglio citava Pier Maria Bardi a sostegno della propria idea di architettura razionale, non legata a schemi teorici, ma strettamente collegata alla realtà dei problemi sociali e culturali. Non si può non dargli ragione, quando in una assise di fatto focalizzata sul tema della casa popolare nei suoi aspetti igienici e progettuali, si deve ancora constatare che «Il numero delle morti è … l’esponente dell’addensamento e del difetto di cure igieniche per cui il contagio ha libero corso; ed anche del difetto sia di resistenza sia di assistenza, per cui una malattia, abitualmente benigna, viene complicata da infezioni aggiunte e conduce a morte. … La casa facilita il contagio interumano, ne estende largamente l’azione se molte famiglie si addensano sotto il suo tetto in una larga promiscuità» (Ilvento, Mazzitelli, Tommasi-Crudeli, 1931, p. 312).

Emerge, dai riscontri statistici, il divario fra problemi e risorse attivate e attivabili:

città aumento della popolazione vani costruiti nuovi abitanti per ogni vano costruito
MILANO 195.587 114.538 1,70
ROMA 261.443 188.389 1,38
TORINO 82.392 71.550 1,24
NAPOLI 204.192 142.361 1,43
VENEZIA 89.318 19.565 4,56
TRIESTE 23.463 11.824 1,98
GENOVA 91.277 65.717 1,38
FIRENZE 33.278 11.279 2,04

(idem, p. 321)

L’intuizione della città giardino al Milanino era sintomo di una presa di coscienza: il problema igienico si misura, sempre, con la dimensione delle questioni insediative, e dunque va inquadrato a questa scala, che l’alba degli anni Trenta indica come sempre più estesa. Lo slogan Bauhaus, «dal cucchiaio alla città», assume da questo punto di vista un senso programmatico meno legato alle facili suggestioni.

Le politiche di intervento pubblico, e insieme le tendenze della produzione di mercato, industriale impiantistica ed edilizia, hanno comunque imboccato decisamente la giusta direzione. L’ideale della casa unifamiliare non è già più tale, almeno sul versante igienico, visto che i riscontri pratici sulle case collettive hanno ampiamente dimostrato l’efficacia dell’evoluzione tecnologica, organizzativa, dei comportamenti individuali e sociali prevalenti. In particolare dal punto di vista della latrina, chiodo fisso di due generazioni di igienisti e progettisti, la questione sembra risolta non solo teoricamente: «si è abolito l’uso delle latrine in comune tra i diversi appartamenti e si è provvisto ciascun alloggio di latrina propria indipendente; si sono aboliti i sistemi dei gabinetti alla turca e si è sostituito il più igienico water, si sono migliorate le camere per cubatura e per esposizione in seguito anche all’ingrandimento dei cortili» (Ronzani, 1931, p. 388). E, cosa più importante, l’industria edilizia ha fatto propri i risultati delle ricerche sui materiali, la distribuzione degli spazi, la qualità e organizzazione dei singoli componenti, ivi compresa una piccola vasca o spazio per doccia, che alcuni Istituti case popolari italiani hanno inserito come norma nelle loro realizzazioni. L’auspicio del Congresso di igiene, nei voti finali, è che questo modello di nucleo igienico sia esteso di norma a tutti i progetti italiani, incamerando il portato delle ricerche razionaliste sull’abitazione minima e il rapporto con la ricerca tecnologica e tipologica, ivi compresi articoli di lusso come l’acqua calda per tutti.

La questione sociale, ovvero dei comportamenti e dei bisogni che si legano alle forme di progettazione degli spazi, assume particolare rilevanza ad esempio nella forte specializzazione «domestica» del ruolo femminile all’interno della famiglia. Si è già sottolineato come molte ipotesi di organizzazione dello spazio residenziale apparentemente impeccabili, fossero naufragate al confronto con tempi e modi della vita quotidiana. Ciò vale sia dal punto di vista dell’adattamento alle condizioni di fatto, sia dal punto di vista di un progetto di emancipazione e crescita culturale femminile che i primi passi del welfare state già propongono con forza. Anche limitatamente all’ambito del lavoro domestico, la valorizzazione del ruolo e della dignità della donna rendono indispensabile che »gli architetti tengano conto .. dell’economia nei lavori casalinghi, … con pareti, pavimenti facilmente lavabili, camere basse e finestre facilmente accessibili, buone camere da bagno, … lavabo … riscaldamento centrale e continua acqua calda corrente» (Kiss, De Mad, 1931, p. 403). E il comune buon senso, che alcuni voli pindarici high-tech avevano momentaneamente lasciato in secondo piano, torna a far sentire la sua voce.

Torna, anche, l’annosa questione del risanamento generale delle città, ed emblematicamente di Napoli, che dopo il clamore della legge speciale del 1885, e le varie polemiche degli architetti sulla morte del pittoresco, a molti anni di distanza presenta il conto dei riscontri statistici sul decremento della mortalità. Senza entrare nel merito della varie, specifiche questioni, il senno di poi illumina di luce ancor più sinistra le perplessità di quei deputati che nel 1885 proprio non riuscivano a capire «quale relazione potesse trovarsi fra un problema così complesso quale è quello dell’igiene e un bel rettilineo» (Camera dei Deputati, 1965, p. 36).. Quel rettilineo, indipendentemente dai giudizi estetici del Melani sui «palazzi allineati come granatieri», era solo parte di un programma certo discutibile, ma comunque organico, in cui l’azione urbanistica e di risanamento igienico e idraulico voleva accompagnarsi ad altre attività pubbliche di prevenzione e animazione sciale su temi della salute pubblica e privata. Ora «può a buon diritto affermarsi, tenendo presente le antiche e recenti cronache, che in pochi centri urbani, come nella città di Napoli, si siano così luminosamente palesate le possibilità di rendimento dell’igiene urbanistica. … Il vantaggio … si è constatato sulla guida di 56 anni di accurate osservazioni demografico-sanitarie» (Botti, 1931, p. 525).

Nudi agognando la meta

L’arte non nasce di massa, lo diventa a conclusione di una somma di sforzi:
analisi critica per determinare se la sua utilità è permanente ed effettiva;
diffusione organizzata … nel caso in cui questa utilità venga dimostrata
(Vladimir Majakovskij, Gli operai e i contadini non vi comprendono)

Le luci ed ombre che emergono dai resoconti scientifici, amministrativi e statistici dell’approccio sanitario, non rappresentano una realtà separata rispetto al dibattito più o meno patinato delle riviste di architettura. Ne è prova, se non altro la discreta ma attiva presenza degli stessi tecnici e competenze nelle Commissioni di concorso per case popolari tipo. Certo, una cosa è inserire auspici anche perentori nei voti di un convegno, un’altra misurarsi con i limiti contabili dell’azione concreta, e la latrina comune, o l’eccezionalità del bagno tornano anche nelle prescrizioni ufficiali. Appare quasi leggendaria, a questo punto, l’impresa di Giovanni Broglio o dei progettisti di Milanino, che nel primo decennio del secolo avevano realizzato interventi dimostrativi di abitazioni con servizi igienici indipendenti, riscaldamento a caldaia, e luce elettrica. Si trattava di esperienze, appunto, dimostrative, come salta all’occhio dal confronto con quelle dell’intervento corrente (Broglio, 1931), ma insieme agli studi sull’abitazione minima l’impressione sullo standard faceva pensare al meglio. Evidentemente i vincoli posti dalle grandi quantità e dai tempi ridotti lasciano poco spazio per un adeguamento dei rapporti tra ricerca e produzione corrente, sul versante del progetto così come su quello dei prodotti e dell’organizzazione. Per le commissioni giudicatrici «il vaglio igienico e tecnico è … intransigente, specialmente quando deve agitare tra le sue maglie soluzioni vecchie di una ventina e più di anni, ripresentate nella veste di una apparente modernità» («Relazione della Giuria …», 1933, p. 15).

A maggior ragione assumono valore gli sforzi per divulgare in Italia l’approccio scientifico alla produzione edilizia di un razionalismo europeo che, se da un lato incontra il plauso incontrastato dei giovani architetti, dall’altro viene colto soprattutto nei suoi più vistosi e superficiali aspetti figurativi, mettendone in ombra lo straordinario portato di inedito rapporto fra sistema industriale e beni durevoli per una società di massa. Enrico Griffini, in una serie di articoli pubblicati dalla Rassegna di Architettura nel 1933, ripercorre sistematicamente il lavoro di ricerca di Alexander Klein sull’organizzazione e produzione della casa popolare, sui vincoli posti dal contenimento delle spese, e sulle varie soluzioni.

Non c’è spazio, almeno esplicito, per la riflessione critica, in una rassegna di temi strettamente settorializzati, che si articolano per bisogni, domande, e relative risposte: «Domande sulla tecnica dell’abitazione ed economia domestica. A) Bagni singoli o bagni collettivi: separazione del w.c. dal bagno; aereazione, illuminazione, provvista di acqua potabile, ecc. – Dal punto di vista dell’igiene si deve tendere alla diffusione di bagni singoli. Questi però esigono un collocamento opportuno. … B) Lavatoi singoli o collettivi, a lavoro manuale o meccanico. Dal punto di vista dell’igiene si deve tendere alla istituzione di lavatoi collettivi completamente meccanizzati … Si dovrà provvedere un gabinetto da bagno per ogni abitazione, e alla separazione del gabinetto da bagno dal w.c. nelle abitazioni col maggior numero di letti» (Griffini, 1933, p. 85-87).

Una vera e propria «lista della lavandaia», si potrebbe commentare, se non fosse per il fatto che alla maggior parte dei giovani architetti italiani desiderosi di procedere sul percorso «dal cucchiaio alla città» mancano proprio questi strumenti metodologici, indispensabili in un campo come l’abitazione di massa, dominato dai grandi numeri e dalle necessità organizzative. Emerge, la necessità di un’opera pedagogica e divulgativa, per molti versi simile a quella che molti anni prima aveva animato la formazione degli ingegneri attenti ai temi sociali, o delle società volontarie filantropiche focalizzate sul tema dell’igiene fisica e morale. Ora, più prosaicamente, si tratta di trasformare almeno in parte la «cosmesi» dell’architetto tradizionale italiano, in una piena accettazione (onori e oneri) del ruolo demiurgico che – almeno a parole – rivendica nel progetto di spazio sociale.

Cruciale sarà in questo senso il ruolo delle riviste, o di scadenze cicliche internazionali come La Triennale di Milano. Con l’affermarsi di un nuovo tipo di professionista, si è parallelamente attenuato il legame con le istituzioni, che nel campo dell’igiene avevano sinora coordinato gli sforzi interdisciplinari, dall’ideazione delle grandi reti, alla prevenzione medica e educazione sanitaria, sino al progetto degli appartamenti e alla collocazione di bagni e latrine. Ora, questo legame va ricostruito in nuovi termini, per evitare lo iato già evidente fra quanto si considera acquisito dal dibattito tecnico, e quanto prevedono regolamenti e leggi di mercato. «Oltre a nuove concezioni di organismi per l’abitazione, vi è importantissimo campo in questi studi per esprimere nuove idee nella distribuzione degli ambienti e indicare proposizioni nei riguardi dei vigenti regolamenti igienico-edilizi, che il costume e la tecnica hanno abbondantemente superati» (Ponti, 1933, p. 21). E di lavoro in questo senso c’è grande bisogno, come dimostrerà la permanenza di questi temi nel dibattito italiano sull’abitazione, sino al secondo dopoguerra e alle esperienze come l’INA-Casa, dove ancora i documenti ufficiali riscontreranno la scarsa esperienza dei progettisti italiani a confrontarsi con la produzione di abitazioni di massa e una tendenza al formalismo, a scapito della qualità igienica e dei bassi costi.

La strada è comunque tracciata, e l’esperienza dell’abitazione modello inizia ad uscire dal campo autocelebrativo che ne aveva caratterizzato sin qui l’esposizione. Là dove aveva operato soprattutto l’amministrazione locale, ora inizia a dispiegarsi un sistema più complesso di iniziative, che vedono un immediato riscontro sul versante della produzione industriale di materiali e componenti. Sul versante dell’igiene inteso a scala ampia, l’intuizione di Milanino inizia a crescere e fissarsi nell’idea di quartiere come elemento base costitutivo della città. Già alla prima Triennale, «poiché .. il problema della casa popolare non è solo un problema di edilizia, ma anche un problema sociale di urbanismo, di igiene e di economia, i progettisti hanno voluto presentare … una piccola mostra di grafici .. in una forma schematica e relativa ai tipi di alloggio popolare qui realizzati» («Il problema …», 1933).

Ma il segno più importante del progresso, è la sempre più visibile innovazione nella vita quotidiana, che emerge più dalle immagini di cronaca e pubblicità che dalle pur interessanti rassegne per progettisti. La stanza da bagno appare lontana mille miglia sia dal «chiosco immondo» del Pedrini, sia dalle sontuosità vagamente leziose della stanza da bagno di tradizione borghese annessa allo spogliatoio. Anche là dove tempi e costi impediscono di formalizzare questo servizio negli interventi popolari a più basso costo, le prescrizioni igieniche generali e particolari per i progettisti ne lasciano chiaramente intravedere i presupposti. Ancora più importante, lo stimolo alla progettazione e produzione industriale, che inizia a trasformare radicalmente in senso moderno il design italiano. E’ proprio negli spazi del WC-bagno per tutti che si incrocia il meglio della ricerca ergonomica, sulle abitudini sociali e familiari, sui gusti prevalenti: l’igiene in senso strettamente fisico è fatto tecnicamente acquisito, e si aprono spazi per un comfort molto simile, a ben vedere, a quanto i primi filantropi pudicamente definivano «igiene morale».

Con spirito innovato, si affronta di nuovo il tema latrina caro agli igienisti, anche se ora è lo stesso vocabolo ad essere quasi irreperibile nel dibattito. Nel migliore spirito positivo che tanti anni prima aveva animato gli ingegneri e i medici, ora gli architetti tentano di liberarsi da cascami formalisti e accademici, ovvero da «un’estetica errata … che induceva … ad ornare le sale da bagno con polipi, meduse ed altri molluschi … . Sono invece gli apparecchi che hanno dettato, nella loro elementare sincerità funzionale, la nuova norma e lo stile: … essi sono la bellezza e la ricchezza esclusiva delle nostre sale da bagno e, nella casa, sono la testimonianza di un costume altamente civile» («L’esito …», 1933).

Le pubblicità su Domus o La Casa Bella nel 1932-1933 si rivolgono a un pubblico sempre più vasto, e assomigliano vistosamente agli annunci dei giornali popolari: «Il sapiente uso dei colori permetterà … un gabinetto da bagno attraente e bello». «Là dove l’architetto ha saputo trar vantaggio dalle nuove risorse dell’igiene, la casa ha un’altra vita e un’altra bellezza». «Aprite il rubinetto! L’acqua esce scrosciante, fumante e bollente e dice: io sono il benessere, io sono la gioia, io sono la salute!». «L’appartamento, per essere una bella dimora civile, dev’essere corredato di bagno, lavabi, bidets, closets, lavandini, acquai, con smalto bianchissimo, facilmente pulibile». «Nel vostro appartamento il gabinetto da bagno non rappresenta soltanto una indispensabile necessità igienica, ma è anche l’espressione della vostra eleganza e del vostro buon gusto»..

E le immagini che corredano queste frasi sono lontane mille miglia dalle freddezza dei cataloghi sanitari di inizio secolo, o dalle atmosfere soffuse e vagamente peccaminose che insinuavano le sale da bagno. Ora in un locale relativamente piccolo, luminoso, si allineano apparecchi sanitari bianchi o colorati, poche essenziali mensole e accessori. Anche le belle signore che armeggiano coi rubinetti o guardano estasiate il nuovo wc, hanno un aspetto normale, rassicurante, quotidiano. Siamo in tutto e per tutto nel mondo pubblicitario di oggi, e i progetti e le rassegne di realizzazioni ci mostrano con le fotografie che la realtà si avvicina sempre più a quanto promesso dalla pubblicità.
Solo al gabinetto, però. Allora come oggi.

Riferimenti bibliografici [Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista Metronomie, n. 12, 1998]

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