Ma non ricaschiamo nell’Urbanistica Rurale, per favore!

cavallo

Foto: C.R.E.A.

Intercittà: chi era costei? Probabilmente sono in molti a ignorare questo termine, passato un po’ sotto tono ma sostanzialmente quanto ampiamente condiviso nello spirito generale, nelle assise ufficiali del Primo Congresso Nazionale di Urbanistica organizzato dall’INU nel 1937, sotto gli auspici del ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai e dopo almeno un paio di lustri di strali governativi contro le città e tutto quel che rappresentavano. Replicavano, gli architetti-urbanisti nel frattempo organizzatisi in coorte corporativa e professionale, che non solo le città potevano tranquillamente rappresentare tutt’altro (come negli schizzi in stile imperiale di certi concorsi di piano regolatore) e tornare a quella funzione proto-urbana di solo simbolo di potere, ma che l’urbanistica poteva esercitarsi soprattutto sulle campagne, migliorando l’esistenza delle popolazioni rurali senza farle smettere di essere tali. Anzi addirittura, come tuonava una delle relazioni generali del Congresso: Urbanistica Rurale = Urbanistica Fascista. Perentorio, come si addiceva all’epoca. Ma poi veniva il confronto con la realtà, oltre gli slogan e le grandi categorie dello spirito, e lì spuntava appunto quella Intercittà citata all’inizio, che un lettore frettoloso potrebbe forse ai nostri giorni scambiare per una versione autarchica del sobborgo giardino già solidamente affermato nella cultura internazionale.

Punti di vista

Diciamo che un po’ ci assomigliava, a certi progetti del garden city movement, almeno nell’aspetto vagheggiato, quella camera di compensazione tra città e campagna pensata dagli urbanisti italiani: basse densità, orti, giardini, i campi coltivati che arrivavano a sfiorare le abitazioni, anche perché in quei campi ci avrebbero lavorato quantomeno a tempo parziale gli operai delle industrie. Ma c’era una differenza fondamentale, tra questa idea italiana e la massima parte delle esperienze e riflessioni internazionali, ed era il percorso logico: là dove, in sostanza e con tutti i limiti anche teorici, la città giardino era una ipotesi di urbanizzazione (per stili di vita, aspettative, reddito, partecipazione) del mondo rurale tradizionale, i nostri intellettuali autarchici si proponevano come veri e propri graduali ruralizzatori di città, esecutori materiali delle strategie delineate dieci anni prima dal Duce Mussolini nel suo «Discorso dell’Ascensione»: antiurbane in assoluto. Ma veniamo ai nostri giorni, chiedendoci cosa c’entreranno mai questi richiami a un’epoca apparentemente così lontana. C’entrano forse parecchio, quando si torna insistentemente a parlare di produzione alimentare come funzione strategica dei territori, anche e soprattutto dei territori fortemente urbanizzati. Il che va benissimo in teoria e in assoluto, ma dipende molto dal punto di vista che si assume: guardiamo le cose in linea di massima come faceva la grande cultura internazionale della modernizzazione novecentesca, tesa a portare culture urbane (per quanto in modo discutibile) nel mondo rurale con i quartieri a bassa densità, oppure i campi a ridosso delle case rappresentano un rifiuto dell’urbanità, intesa come cultura, nella logica anti-città degli urbanisti fascisti?

Ambiguità

Succede, quando si semplifica troppo, di buttare dalla finestra il bambino insieme all’acqua sporca, cosa particolarmente stupida quando dovrebbe essere evidente quanto è grosso e sano il bambino, e quanto invece è poca rimediabile cosa l’acqua sporca. Abbiamo un mondo agricolo produttivo che giustamente rivendica un proprio ruolo non marginale, in quanto fondamentale per l’alimentazione, l’ambiente, e con la nuova coscienza ecologica anche per la tutela della biodiversità e delle risorse naturali. Ma abbiamo anche una cultura urbana che da sempre significa civiltà, innovazione, democrazia, partecipazione, e che pare del tutto sventato spazzar via con piglio emergenziale solo perché (al pari del resto della scorsa generazione dell’agricoltura industrializzata) produce inquinamento, ingiustizie, degrado: vogliamo piantare idealmente radici di colture alimentari dentro le mura urbane per farle crollare e sgretolarsi, costruendo un ideale mondo contadino nostalgico? Probabilmente nessuno ci pensa sul serio, a ipotesi del genere, ma nel rifiuto della città così com’è oggi, pare emergere troppa passività a lasciarsi invadere da certa logica vetusta ruralista, ovvero dai campi che restano in tutto e per tutto campi (anche quando sono stilizzati nelle installazioni di un artista), orti che somigliano sempre troppo a quelli dei bisnonni, culture che invece di guardare a una alimentazione sana ed equilibrata, a un rapporto ravvicinato con la natura, si rifugiano in un immaginario di etichette in carta ruvida, di marmellate fatte in casa dalle vecchie zie. Tutte cose lecite, ma poi non parliamo di progresso, perché di pura reazione si tratta! Così, credo, sia da leggere ogni considerazione sul ruolo contemporaneo dell’agricoltura urbana e periurbana.

Riferimenti (ringraziando Maria Laura Petrone per il link e lo spunto):
AA.VV. Agricoltura e Città, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, 2015

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