Professore: il cancro non si cura col cemento

Pace all’anima del professor Umberto Veronesi, che ci credesse o meno all’esistenza dell’anima, e profondo rispetto sia per lui personalmente che per il lavoro fatto sul versante scientifico e medico. Sono comunque certo che da laico lo stesso Veronesi, ovunque si trova adesso, apprezzerebbe la critica che segue, all’allargarsi troppo dell’ego, anche se riguarda il suo, quando non molti anni fa aveva deciso di realizzare la sua mega cattedrale della ricerca medica, e di non farla affatto nel deserto, ma nel bel mezzo di un parco, anzi esattamente invece, del parco. Avevo scritto quell’articolo dieci anni fa, nel momento in cui parevano esserci tutti i presupposti perché il baraccone scientifico-sanitario si realizzasse davvero, e nei modi pretesi dal professore e dai suoi sponsor, e oggi lo ripropongo con adattamenti minimi a titolo di necrologio critico, e tanto per rinfrescare la memoria.

Non so se se vi è mai capitato, quando vi passano sotto le finestre certe ambulanze caracollanti a sirene spiegate pur nel vuoto totale, magari notturno, di domandarvi nello scocciato dormiveglia quale possa essere il loro «bilancio sanitario». Vale a dire, se quelle ambulanze con tutto il dispiegamento di stressanti decibel non facciano molti, ma molti, più danni alla salute di chi si trova a portata d’orecchio, di quanto giovi l’eventuale velocità guadagnata al tizio soccorso, o che aspetta da qualche parte l’ambulanza. Se vi è mai capitato, di farvi una domanda del genere sul bilancio sanitario della sirena spiegata al popolo, forse potrebbe sorgervi anche un dubbio analogo, di fronte a certe stravaganti pensate che potremmo riassumere tecnicamente come: «il trasferimento dei diritti alla salute», così come avviene coi cosiddetti diritti edificatori, si prende di qua, si porta di là, come un pacco.

Stava succedendo, qualcosa di simile, col progetto CERBA (Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata), sedicente cittadella della scienza che secondo il mentore e promotore Umberto Veronesi, intervistato dal Corriere della Sera «non può aspettare i tempi della politica». Va detto che per molti versi era difficile non essere d’accordo con lui su alcuni aspetti generali della faccenda, per esempio sul ruolo di punta della ricerca, e sulla necessità che essa debba operare in spazi adeguati, attrezzati, modernissimi, delle dimensioni necessarie. Un po’ meno d’accordo, però, si diventa leggendo il prosieguo dell’intervista, fino a scoprire che l’ideale scientifico e di ricerca si trova nelle «aree messe a disposizione da Salvatore Ligresti nel Parco Sud». Ammettiamo perlomeno che il dubbio è lecito. Soprattutto quando è certa politica, a confermare e dichiarare di non potere neppure lei «aspettare i tempi della politica», come l’assessora all’ambiente e al Parco di Greenbelt che perentoria dichiarava: «La nostra capacità di governo si esprime attuando questo ambizioso progetto, in armonia con il bene comune rappresentato da natura e ambiente del Parco». Stabilendo così unilateralmente che il compito di un parco è quello di preservare il territorio finché non arriva il progetto giusto di un privato da appoggiarci sopra.

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immagine Comune di Milano

Perché sostanzialmente di questo si tratta, non essendo la cittadella della ricerca un casotto degli attrezzi, raggiungibile a piedi e usato da un paio di persone. Ma invece, la «armonia» da garantire sarebbe quella tra i campi arati della greenbelt metropolitana, e sessanta ettari di superficie complessiva, volumetrie edificate per niente trascurabili e indispensabili, pesanti interventi alle infrastrutture di accesso sosta interscambio (si calcolava una presenza quotidiana di 15.000 persone, col solo centro ricerca su un’area di 60.000 mq). Il tutto, in una zona per niente trascurabile in quanto a ruolo territoriale, molto vicina alla città compatta e a fungere da trait d’union con il tracciato della Tangenziale. Per fare una proporzione, le «aree messe a disposizione da Salvatore Ligresti» sono un equivalente dei più grossi progetti locali di riuso e trasformazione (quelle della dismissione industriale o ferroviaria tanto dibattute) con centinaia di migliaia di metri quadrati, e non si trovano né in una fascia tutto sommato di urbanizzazione consolidata, né in una posizione neutra. Basta usare Google Earth, per rendersene conto.

Siamo a sud del territorio comunale di Milano, ai confini con quello di Opera, e anche dall’arteria principale, che collega le Circonvallazioni alla Tangenziale, si inizia a notare la discontinuità fra l’insediamento compatto e le prime propaggini di greenbelt agricola in senso proprio. Per dirla in parole povere, dopo il corridoio di asfalto e cemento ininterrotto della periferia milanese, che proseguiva imperterrito fino al capolinea tranviario esterno, qui si inizia, anche se con qualche discontinuità, a respirare. Discontinuità anche programmatica, scorrendo le tavole del piano di coordinamento del Parco Sud, dove la retinatura delle zone in qualche modo aperte diventa più rarefatta, le campiture da continue si fanno sfrangiate, diventano cunei, strisce, fino ad esaurirsi contro la città compatta che la greenbelt sarebbe chiamata a rintuzzare. Ma nella Milano del 2006 c’è una amministrazione comunale che arriva a definire Central Park anche una manciata di alberelli piantata all’ombra di mastodontici grattacieli: che sarà mai farcire con qualche chiacchiera sul verde e la sostenibilità anche il progetto del CERBA? Che infatti viene accettato e sottoscritto in pieno dal Comune, dalla Regione (amministrazioni di centrodestra), e anche dalla Provincia (amministrazione di centrosinistra, e di passaggio anche organo garante della greenbelt metropolitana). Con la convergenza trionfale di tutti i livelli di governo, quindi, la «capacità di governo si esprime attuando questo ambizioso progetto», proprio lì, e non altrove. Poi ci penseranno al massimo le sognanti vedute a volo d’uccello dello studio del progettista, Stefano Boeri, a compatibilizzare almeno a colpo d’occhio l’obliterazione di quella enorme fetta di verde.

Difficile invece riverniciare con qualsivoglia tonalità accettabile il programma implicito di «sviluppo del territorio» dentro cui il parco scientifico fortemente voluto dal Professor Veronesi si va, malgré lui, a cacciare. Era lampante e serafico un assessore ciellino milanese dell’epoca, Carlo Masseroli, quando commentando l’accordo di programma del CERBA si lasciava scappare: «la firma di oggi è un segnale importante per lo sviluppo del Parco Sud finora bloccato e quindi non fruibile». E di sicuro non pensava al verbo «fruire» riferito ad anziani che raccolgono insalate selvatiche, adolescenti scorazzanti in bicicletta tra i filari di alberi residui, padri che tentano di mostrare ai figli un contadino in carne e ossa da raccontare ai posteri. Ma ad una fruizione dello spazio che si misura di norma in metri cubi per metro quadro, e si gusta al meglio al chiuso dei consigli di amministrazione, più che tra le fastidiose umide nebbie di queste terre agricole così mal pavimentate!

Insomma, quel «sogno che Umberto Veronesi insegue dall’inizio degli anni Novanta» finisce per incrociarsi non troppo virtuosamente anche con altri sogni inseguiti da altri in altri periodi, e che si possono così rinfrescare puntando le canne mozze della stampa di opinione contro chi, eventualmente opponendosi a seicentomila metri quadrati di astronave scientifico-immobiliare proprio lì sopra, null’altro sarebbe se non un oscurantista contrario al progresso umano. Se come ci insegna Walt Disney ♫ ♪ I sogni son desideri ♫ ♪ chiusi in fondo al cuor ♫ ♪, figuriamoci quanti altri sogni stanno sepolti nel cuore di tenebra del Parco Sud. Quella fascia agricola che solo un paio di generazioni fa vedeva le cascine svuotarsi in mancanza di una seria urbanistica rurale, almeno ad attenuare il fascino delle mille luci della vita cittadina. Ancora oggi i sogni di tutti i sindaci potrebbero avviarsi a diventare realtà, nello spirito della variante urbanistica per il CERBA. Secondo la stampa «Sono 22 i Comuni che hanno chiesto la modifica dei confini del parco, non avendo più spazio per costruire asili, scuole, case. Confini disegnati vent’anni fa, dunque nessuno esclude l’opportunità di una revisione». Chi l’ha detto, che la sovracomunalità non esiste? Certo la pianificazione metropolitana funziona male, ma funzionano benissimo invece altri processi, ovvero la pura somma degli interessi particolari. Che poi non si tratti affatto di interesse generale, di salvaguardia ambientale e territoriale, non pare interessi a nessuno.

I comuni minori, per bocca dei loro primi cittadini, insomma, vorrebbero «democraticamente» dilagare nella breccia aperta dal comune di Milano: perché il capoluogo si, e poniamo Rosate, o Bellinzago, no? Per dirla con Paolo Hutter, uno che di ambiente, di assessorati, di amministrazione, se ne intende abbastanza, «Sembra inarrestabile la marcia del CERBA, il Centro europeo per la ricerca biomedica avanzata, come se chiedere alla struttura di esser costruita altrove, e non sui campi, fosse una mancanza di riguardo verso la sanità». E pone, Hutter, la vera questione che né il famoso scienziato né i suoi sponsor né altri sembrano voler considerare nemmeno per un istante, anche se è quasi ovvia: perché proprio lì? Perché imporre ad ogni costo un potenziale pasticcio a colpi di sogni, alti traguardi della scienza, tavole di rendering surreali dove pur di restituire un ambiente agreste ci si inventano anche delle colline a ridosso della Tangenziale? Forse una concessione poetica, a fare il paio con quella edilizia auspicata. Resterebbe solo da sperare (c’è qualche possibilità?) che almeno il sognatore Veronesi provi a fare un ragionamento simile a quello dei medici che sino a non molto tempo fa partecipavano ai gruppi di lavoro sull’assetto del territorio: prevenire è meglio che curare. Una grande fascia di verde, continua, che comincia il più possibile vicino al cuore del capoluogo, è garanzia di una migliore qualità ambientale, baluardo contro la congestione, l’inquinamento, l’impermeabilizzazione dei suoli. Il professore, sinora e sino alla sua scomparsa, ha dimostrato di saperci quantomeno riflettere, contiamo sui suoi eredi.

Qualche altra immagine del progetto CERBA sul sito dello Studio Boeri

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