Metropoli della costa e stato dei mari

Immagine Bill de Blasio New York Magazine

Il rapporto strettissimo e inestricabile tra insediamenti urbani e geografia sta sempre puntuale dalle origini della manualistica nei capitoli iniziali. Del resto che la città storicamente nasca proprio dall’intreccio tra le grandi varianti territoriali-ambientali e le singolarità umane e sociali che proprio lì per qualche motivo e in una certa fase decidono di insediarsi, è cosa troppo ovvia e banale per essere anche accennata, salvo declinarne via via le manifestazioni specifiche. Anche se in tempi abbastanza recenti tutta la serie delle evoluzioni tecnologiche e soprattutto trasportistiche di era industriale, a volte ha un pochino oscurato questa enorme dipendenza, da un lato stiracchiandola grazie a qualche geniale espediente tecnico (i casi della portualità o della prossimità di alcune risorse indispensabili ad esempio). Se osservate da questa prospettiva duplice, storicamente tale, sociale-tecnologica e ambientale-geografica al tempo stesso, anche le emergenze estreme urbane e insediative in generale indotte dal cambiamento climatico forse riescono ad assumere una incombenza meno spiazzante. Ancora per fare solo un esempio, pensiamo alle enormi crisi territoriali ed economiche indotte dall’introduzione dei containers nel trasporto merci navale, agli impatti sulla portualità, e a come si mescolano a volte in modo perverso il fattore geografico-ambientale e quello tecnologico; ma anche come si sarebbe potuto gestire diversamente quell’equilibrio, a scala locale e meno locale.

Tempi della natura tempi dell’umanità

Con alcuni degli effetti più immediati del cambiamento climatico, spesso assistiamo a una risposta marcatamente sociale-tecnologica, ovvero molto sbilanciata sul versante della reazione adattiva (nel caso presentata come unica alternativa alla fuga e al collasso dei bacini). Trasformazioni radicali o meno dei processi che influiscono sul cambiamento climatico, nel campo dell’energia, dei trasporti, degli stili di vita e consumi, o molto direttamente del «contenitore geografico» dei processi sociali che chiamiamo brevemente città costruita. Si tratta di quel processo di resilienza attiva o potenziata per cui si interviene anche massicciamente sui punti di interfaccia più deboli, specie sulle sponde di fiumi, laghi, del mare, ovvero la ragione stessa per cui si era insediata originariamente la città. Quel medesimo fattore di vantaggio col cambiamento climatico diventa fattore di rischio: alluvioni, o semplice innalzamento del livello mettono a repentaglio sia l’affaccio che l’intera funzionalità urbana, e occorre una sorta di «super bonifica» più simile all’allargarsi della città sul mare che al classico rafforzamento delle sponde. Man mano vediamo moltiplicarsi grandi programmi del genere, nella consapevolezza che comunque gli effetti macroscopici del cambiamento climatico si manifesteranno presto, e che è molto più difficile, se non impossibile, pensare ad altri approcci, come per esempio quello di spostare intere popolazioni e attività in luoghi più sicuri ed elevati dell’entroterra, duplicando lì le funzioni urbane divenute a rischio di impraticabilità. Ma c’è anche un secondo approccio diciamo più «fatalista-naturalista» che opera sbilanciato sui fattori geografico-ambientali ma con intenti a suo modo per nulla regressivi.

Ripristino naturale artificiale

Immagine Bill de Blasio New York Magazine

Se ne è iniziato a discutere alcuni anni fa, dopo l’emblematico manifestarsi di un evento climatico estremo come l’Uragano Katrina a New Orleans, dell’uso avanzato tecnologico della natura, ripristinata in alcune situazioni come vero e proprio impianto territoriale di sicurezza. Grandi programmi organici e articolati di interventi sulla vita dei fondali, l’assetto delle sponde e della vegetazione, la ricostruzione guidata di antiche formazioni e popolazioni azzerate da secoli di presenza umana e trasformazioni urbane-territoriali. Oggi in alcuni casi, come nei grandi sistemi di sbocchi fluviali a mare tipici delle città portuali, si opera in questo modo: recupero della vitalità di fiumi, lagune, zone umide e fondo marino; protezione della fauna e delle specie vegetali complementari a questi processi e su enorme scala, uso di di veri e propri «materiali naturali» per realizzare infrastrutture di protezione che in altre epoche sarebbero state opere di ingegneria, ma assumono così senso e ruolo assai diverso. La cosa forse più interessante però è che tutta questa naturalità profonda non abbia né nulla di religiosamente regressivo, né soprattutto si senta una alternativa radicale agli interventi tecnologici classici citati sopra, a cui opera in modo complementare. Solo, se da un lato si privilegia il fattore sociale e lo storico investimento urbano di generazioni, correggendone in tempi brevi alcuni errori (dalle emissioni alla eccessiva vicinanza a luoghi diventati insicuri), dall’altro l’equilibrio pencola piuttosto verso il ripristino di aspetti sottovalutati, come appunto le risorse naturali-geografiche di cui la città in fondo si era alimentata nel suo nascere e crescere, dimenticando poi o addirittura obliterando la presenza. Si tratta ovviamente di capire sino a che punto cercare equilibri del primo tipo, o del secondo, calcolando che dal punto di vista urbano, ambientale, e sociale sono tutti determinanti.

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