Non Solo Nel Mio Giardino

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Foto J.B. Hunter

A volte certi studiosi sociali ci sorprendono con la loro capacità di osservazione: si mettono lì davanti al pentolino che bolle, armati delle proprie categorie critiche, e con intuizione fulminea ZAC! scoprono l’acqua calda. Mica così, come faremmo noi comuni mortali, strillando come galline spennate perché ci siamo scottati il ditino, ma sistematicamente ci raccontano cos’è l’acqua, cos’è il caldo, cosa accade quando le due entità apparentemente estranee si incontrano. Accade però che, mentre stiamo sul più bello ampiamente inoltrati dentro i territori critici che ci sta aprendo la loro dissertazione, anche noialtri si inizi a intravedere all’orizzonte le conclusioni a cui giunge quello strutturatissimo studio sulla scoperta dell’acqua calda, ovvero all’esistenza della stessa, esattamente nelle forme che sapevamo già prima di cominciare. In definitiva, tanto di cappello al riordino metodologico e scientifico, con cui l’autodisciplina dello studioso ha messo in fila tutte le cose, consentendoci se vogliamo di ripercorrere il ragionamento su e giù senza mancare un passaggio. Ma la conclusione onestamente ce la poteva risparmiare, almeno in quei termini.

Non nella mia città giardino

Si prova una sensazione frustrante del genere scorrendo le minuziose argomentazioni con cui tale Naomi Orekses, nientepopodimeno che professoressa di storia delle scienze a Harvard, ci racconta dalle pagine del Washington Post quanto abbiano ragione i cosiddetti Nimbies, perché in fondo prima del loro grido di dolore Not In My Back Yard! esiste l’acuta consapevolezza di quel dolore, e quindi una implicita testimonianza di altissimo profilo, diciamo pure specializzata, su quanto possa essere sbagliata l’azione che quel dolore ha provocato o rischia di provocare. L’oppositore locale alle trasformazioni territoriali e ambientali, specie ma non solo là dove esse vanno a incidere in contesti fragili o intatti, non è quindi secondo il ragionamento della studiosa un rompipalle fastidioso di cui liberarsi con qualche stratagemma legale o mediatico, ma una importante risorsa sociale a cui attingere per conoscenze di merito e di metodo. Non solo, ma la sua azione locale risulta estremamente utile sia quando blocca le trasformazioni sbagliate, sia quando pur nella sconfitta parziale sa indicare ad altri prospettive e metodi utili per evitare in futuro errori del genere. Alla fine, insomma, ecco spuntare all’orizzonte i classici sbuffi di vapore dell’acqua calda: i nimbies hanno senso, hanno le loro ragioni, con la loro rivolta sottolineano o addirittura rivelano l’esistenza di alcuni problemi! Ma va? Ora: i genitori che pagano quelle tasse astronomiche per iscrivere i figli a Harvard, lo sanno che poi verranno formati da geni così? Affari loro, ma io provo ad avvisarli che non si sa mai.

Senago, soggettivamente sugli anelli esterni di Saturno

Chissà cosa avrebbe scoperto, l’acuta professoressa bostoniana, ascoltando le rivendicazioni dell’amministrazione comunale e di alcuni cittadini di Senago, nell’area metropolitana milanese. Il territorio di Senago, a differenza di altri della fascia metropolitana interessata dal corso settentrionale dei fiumi, risulta meno urbanizzato, più ricco di aree greenfield, e soprattutto adeguato, secondo alcuni studi tecnici, ad accogliere le cosiddette vasche di laminazione del fiume Seveso, fra le opere chiave per impedire le inondazioni periodiche e sempre più allarmanti di vasti quartieri del capoluogo. Le argomentazioni contrarie, nell’assolutamente positivo stile nimby, mettono in primo piano quelle che di sicuro sono magagne di quel progetto: arriva come tappabuchi a valle del vero problema, che è l’urbanizzazione selvaggia che impedisce un ciclo più naturale della acque; quelli che vengono descritti come laghi sono di fatto puzzolenti distese di acqua inquinata e probabilmente velenosa; si tratta di trasformazioni imposte dall’alto che nulla hanno a che vedere con un equilibrato sviluppo spaziale del territorio locale, e minano alla base strategie urbanistiche faticosamente elaborate negli anni da un comune particolarmente virtuoso nella propria gestione. Magnifico, ci direbbe la studiosa di Harvard, vedete quanto ho ragione? Ma insieme agli sbuffi dell’acqua che bolle nel pentolino metodologico, all’orizzonte si profila anche l’altro lato, sinora taciuto, della questione: che cosa provoca la reazione nimby? Ovvero, il loro specifico problema nel suo svolgersi ne indica un altro, nel caso specifico l’urbanizzazione selvaggia del bacino fluviale, che NON si può affrontare certamente a scala locale, che NON si può certamente affrontare dicendo fate quel che vi pare ma NON qui a Senago. Perché quel posto, come tutti i cortili difesi all’ultimo sangue, fa parte di qualcos’altro, e a quella dimensione vanno impostati i percorsi. Il metodo, che forse piacerebbe in teoria agli appassionati di sigle, si potrebbe chiamare NOIMBY, Not Only In My Back Yard. E ci torneremo magari in seguito, alla prossima esondazione del fiume, o alla prossima autostrada urbana.

Riferimenti:

Naomi Oreskes, Stop hating on NIMBYs. They’re saving communities, The Washington Post, 23 ottobre 2014

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