Orti urbani postmoderni

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Foto M. B. Style

Nel periodo tra le due guerre mondiali, direttamente o indirettamente il tema degli orti urbani finisce per essere molto trattato dalla pubblicistica di cose urbane. Sia nei paesi con una struttura urbana-industriale ancora in divenire, che in forme diverse in altri più maturi, avere una superficie coltivata annessa alla casa era una importante integrazione del reddito, e consentiva di avere in tavola prodotti sani e freschi. Attività considerata importante al punto da farla coincidere con gli slogan più bellicosi e patriottici, visto che quegli orti furono poi chiamati Victory Gardens, gli orti della vittoria, nientemeno. E sembra proprio strano vederli rispuntare dopo più di mezzo secolo, praticamente identici al modello originale, mentre in realtà non erano affatto scomparsi, tradizione proseguita un po’ in sordina da appassionati ovunque c’era a disposizione un fazzoletto di terra fra una casa e l’altra.

Ma val la pena chiedersi: proprio vero che sono identici al modello originale? A guardare meglio forse no, le somiglianze anzi sono solo superficiali, si limitano ai filari di verdure, agli attrezzi, alle stagioni … è cambiato completamente tutto il resto, ovvero ciò che all’orto sta attorno. Attorno ci sono una città e una società nuova, e quel fazzoletto di verde con le verze nella bruma d’autunno o i pomodori d’estate da simbolo di ristrettezze è diventato immagine di relativa o potenziale ricchezza, e di sostenibilità. Perché in fondo oggi dell’orto si riscopre anche la bellezza, in fondo analoga ad altre forme di verde urbano e più interessante e varia. Qualcuno è arrivato addirittura a paragonare la realizzazione di un orto urbano a una specie di opera d’arte, personale o collettiva, che interagendo nelle stagioni e negli anni con la città segna spazio e protagonisti in modo indelebile, conferendo e comunicando qualità uniche, che restano nella memoria anche quando quell’orto per qualche motivo (e di solito è così) scompare.

Ciò non significa però una specie di sterilizzazione e virtualizzazione della melanzana o del fagiolino, ridotti a pura essenza spirituale e impossibili da fare alla parmigiana o ripassare nella frittata. Anzi, quel ruolo di integrazione alimentare ed economica dell’orto tradizionale, non solo è vivo e vegeto, ma forse pesa anche di più se lo si considera integrato al metabolismo metropolitano oltre che a quello familiare. Si capisce meglio in questa prospettiva il vero significato delle «infrastrutture verdi», che non sono semplicemente una specie di modernizzazione dei sistemi di parchi proposti dalla landscape architecture classica nel XIX secolo, ma la pancia e i polmoni della città, vivi e brulicanti di diversità. Non è ancora tutto, perché come dimostrano e ribadiscono tante esperienze di alto significato scientifico e sociale, coltivare contesti urbani oggi è anche una sfida tecnologica e organizzativa d’avanguardia. Dai diffusissimi manuali per l’analisi dei suoli e i relativi interventi fai-da-te nelle ex aree industriali dismesse, ai più vari esperimenti di riuso di edifici, superfici di risulta, tetti, per serre, acquacoltura ecc. tutto indica che il settore sta ridiventando un vero e proprio motore economico-sociale.

Da qui il grande interesse degli studi universitari, sia per rilevare novità emergenti nei vari comparti dello scibile, sia per collaborare fattivamente allo sviluppo di esperienze. L’orto serve anche come laboratorio didattico e di ricerca per corsi universitari: obiettivo, riflettere sulle potenzialità produttive del modello nella prospettiva di una assai probabile crisi agricola futura, determinata da fattori climatici, energetici, e di affermazione diffusa di una economia locale del chilometro zero. Il che a ben vedere, ancora una volta, riproduce in modo innovativo il vecchio modello del victory garden bellico, con la differenza che la guerra in un certo senso ce l’abbiamo direttamente in casa, invece di vederla volteggiare in cielo sui bombardieri nemici. È proprio la capacità degli studi scientifici avanzati di introdurre innovazioni integrate, tanto diverse dal solito modello high-tech commerciale che pure a volte ci propongono per l’agricoltura urbana, a rappresentare la punta avanzata delle ricerche. Non esclusivi e militarizzati grattacieli di vertical farm, o altri modelli monopolistici magari Ogm-dipendenti e finanziariamente autocratici, ma una rete ultraproduttiva e ultraintegrata di spazi agricoli inseriti nel tessuto urbano, in grado di apparecchiare le nostre tavole con tutto ciò che serve per un pasto gustoso, accessibile a tutti i portafogli, ambientalmente sostenibile. E si capisce che al primo posto in questa innovazione ci siano i sistemi decisionali cooperativi ed egualitari, la qualità sociale (ed estetica of course) degli orti e altri impianti, il loro ruolo urbanistico come veri e propri servizi di quartiere.

Significativa l’importanza attribuita a un modello di agricoltura urbana fortemente orientato sul versante sociale ed economico, come quello che da qualche anno migliora la vita quotidiana di tanti cubani, e fa da palestra per attività che dal livello di sussistenza possono anche svilupparsi poi in vera e propria impresa commerciale. Sta forse proprio in questo passaggio, dall’extraeconomico all’economico in senso stretto, il nocciolo centrale del problema: sinora agricoltura e orticoltura hanno significato quasi automaticamente grande consumo di suolo, fertilizzanti, diserbanti, rapporti di lavoro tradizionali o peggio, localizzazione dipendente dai soli fattori produttivi. Salvo pochissime parziali eccezioni, oppure salvo nelle fasi iniziali, semi-hobbistiche. È possibile un modello diverso? La domanda è tutt’altro che accademica, visto che le coltivazioni urbane, a recupero o meno di tecniche e abitudini tradizionali, stanno emergendo poderosamente nelle economie metropolitane dello slum terzomondiale, e forse rappresentano il motore in grado di traghettare questi immensi settori urbani verso un futuro con meno stenti, anche se decisamente diverso dal modello di città moderna occidentale.

Gli spazi urbani dovranno iniziare a produrre tanto e di tutto, altro che economia della conoscenza e dei servizi come la pensano certi economisti di Harvard, dove il massimo della fisicità e del lavoro manuale sono un pollice sullo smartphone o la lingua scottata per il cappuccino da Starbucks! Gli orti sono solo una parte del sistema integrato, si era detto, entrano anche cose molto più innovative e raffinate, dalle serre all’acquacoltura, a varie forme di allevamento, fino a scivolare quasi nell’horror, almeno per alcuni. Signore e signori impressionabili sono pregati qui di passare all’articolo successivo: adesso parliamo di allevare insetti (sic) a scopo alimentare. Quale tipo di allevamento si presta meglio di una bella fattoria di lombrichi, a trovare posto in città? Animaletti piccolini, mica ingombranti vacche, si sistemano ovunque, e sono tanto buoni poi da fare … fritti? … allo spiedo? in sformato con le verze dell’orto? Boh!

Sta di fatto che da diversi anni sono parecchi i gruppi di ricerca che stanno studiando proprietà alimentari di queste bestioline, possibili tecniche di riproduzione su vasta scala, e naturalmente tutti i problemi sociali e psicologici connessi al loro uso alimentare. Il prodotto al momento non rischia di finirci per sbaglio direttamente nel piatto, ma entra indirettamente nel ciclo alimentare in quanto mangime per i polli, sicuramente assai meglio delle porcherie degli allevamenti intensivi europei che ogni tanto scopriamo per i morbi delle mucche pazze o simili. Ma c’è anche chi prova a mangiarli, i grilli, non ancora in fricassea, ma trasformati in farina ricca di proteine e aggiunti ad esempio a prodotti composti come biscotti. L’Occidente pare comunque sdegnoso e disgustato alla sola idea. Durerà? E pensare che un allevamento estensivo del genere occupa al massimo un angolino dell’orto di città, e dà da mangiare a … Beh, comunque a queste potenzialità dell’orto postmoderno e alle sue nuove possibilità di allevamento, ci penseremo poi.

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