Paesomani e fuga dalla realtà

plastic cow

Foto J. B. Gatherer

C’era una volta la malafede, il puro interesse personale che faceva fare salti mortali alla logica e alle regole, pur di imporsi. E nascevano così le infinite eccezioni d’emergenza alla normalità, la quale normalità però continuava a imperare formalmente come mainstream, diciamo a fare cultura, a orientare l’opinione, la convivenza. Ma poi c’è la buona fede ottusa, peggio che peggio, perché di regole se ne fissa da sola alcune molto vaghe e ondeggianti, arbitrarie, ma guai a discuterle perché il nostro interlocutore di fatto si trincera dietro la sua unica buona fede: quegli ondivaghi comportamenti e raccomandazioni altro non sono che la strada verso il «bene». Questo bene oggi nelle cose urbane e territoriali si individua sempre di più col cosiddetto bel tempo che fu, roba più soggettiva che mai, ma che può essere dirompente se piega regole e buon senso ai propri obiettivi. Un caso di convergenza tra la malafede e le buone ottuse intenzioni, con effetti a dir poco sconcertanti, si verifica ad esempio nella città tradizionale, o meglio nella sua periferia immediata, quando si sfrutta l’emergenza casa o sicurezza per far saltare qualunque equilibrio urbanistico. Esistono piani che dicono qui stanno le case, qui stanno gli spazi aperti, e quelle cose hanno un senso (ad esempio i calcoli pro capite, o altre considerazioni socio-spaziali), ma le teste smettono di ragionare sventolando le statistiche dei senza tetto, o dei reati. E allora fioccano i progetti per ficcare dentro a quell’ex verde pubblico le nuove case popolari, o quelle per poliziotti, o qualunque cosa tangibile a riempire quello che agli occhi isterici appare come vuoto, portatore automatico di «horror vacui» spontaneo.

Lo sprawl cattivo e quello buono, chissà perché

Un altro caso di convergenza viziosa che fa saltare equilibri territoriali e sociali, riguarda la dispersione, la quale dispersione notoriamente (ce l’hanno insegnato infiniti studi) non appare proprio tale a chi la chiama «casa», ci si identifica, o peggio identifica il «male» con cose assolutamente identiche ma prive di quell’aspetto proprietario. Lì il problema, urbanisticamente e socialmente parlando, è piuttosto noto: spreco di superfici agricole e naturali per scopi del tutto effimeri di urbanizzazione, emissioni da funzioni residenziali produttive trasporti e di servizio, scarsi incentivi all’innovazione agricola, evaporazione dei rapporti sociali diversi da quelli familiari o di lavoro. Chi più ne ha più ne metta, insomma, ma non si è appunto fatto il conto con le parole, che anche qui pesano tantissimo, come nell’ambiente urbano di recente il verde privatizzato e verticalizzato, o la gentrification ribaltata qui e là a confonderla con la riqualificazione, o l’espulsione forzata e speculativa di funzioni varie ribattezzata «riuso» dalla retorica dei progettisti alla moda. Nello sprawl la parola del nuovo contendere è «paese», nelle varie accezioni o varianti culturali e linguistiche locali che assume, a indicare identità, radici, valori più o meno tradizionali. Che cancellano nascondendole sotto al tappeto tutte le più micidiali magagne riassunte sopra, dalla solitudine all’emarginazione agli impatti ambientali, in nome di questi «valori» qualsivoglia, su cui imbastire retoriche varie.

Solidarietà dispersa nel nulla

Il paese, il villaggio del bel tempo andato, non a caso è sin dagli anni dell’antiurbanesimo tra le due guerre mondiali alla base delle narrazioni elegiache. Già Lewis Mumford usa questo genere di retorica quando nel suo film The City promuove il decentramento pianificato sul modello di Runcorn, New Jersey, proprio a partire da immagini pastorali e presumibilmente false: il fabbro ferraio che aggiusta un carretto sull’aia, bambini che si tuffano nel torrente, la predica del pastore al servizio domenicale nella chiesetta di legno. Il messaggio è piuttosto esplicito: anche negli spazi nuovi di zecca di un quartiere automobilistico è possibile riprodurre tutti quei «valori» tradizionali, restati chissà come aggrappati al luogo, direttamente al terreno e alle sue asperità si direbbe. Valore classicissimo di questo idillio rurale è la cooperazione solidale, nonostante infiniti studi comparati (anche qui) indichino esattamente il contrario, ovvero che nell’ambiente della dispersione, comunque lo vogliamo chiamare, tutto congiura contro atteggiamenti cooperativi, dalla forma dello spazio alla rarefazione dei rapporti non economici e non familiari. Ma nonostante tutto c’è chi continua ad esempio a leggere il «paese» come spazio dove sarebbe più facile e agevole integrare gli immigrati, o le minoranze di seconda terza generazione, sulla base dei misteriosi valori tradizionali di cui altrimenti non si scorge alcuna traccia. Solo così, non si vede o non si vuol vedere la famosa convergenza tra malafede e pura benintenzionata patetica nostalgia, quando la fuga dalla città vede una inversione sociale chiarissima: non più ceti in mobilità verso l’alto, come le classi medie impiegatizie-automobilistiche dagli anni ’60 in poi, ma i relativamente immobili rappresentanti delle minoranze, variamente espulsi dagli ex ghetti periferici magari in corso di gentrification di ritorno. Ce ne sarebbe, di ragionamenti da fare, qui, ma il paesologo in buona fede poi si offende se proviamo a svilupparli nei termini dello sprawl. E quindi li lasciamo ad altra occasione, senza toccare il suo immaginario tradizionalista un po’ lisergico.

Riferimenti:

William H. Frey, «The end of the suburban white flight», Brookings Insitution, 23 luglio 2015

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