Prostituzione sul territorio: la company town volontaria

Foto M.B. Cook

C’è un percorso abbastanza classico ma forse poco praticato, nella pur ricca e articolata critica alle «teorie dello sviluppo locale» praticate e predicate dai più noti guru del settore, quelli che secondo la moda odierna anche per quell’aspetto apparentemente assai poco spettacolare dell’esistenza riescono comunque a dar spettacolo, radunando folle e vendendo libri manco fossero dei giallisti irresistibili. Succede, apparentemente quasi sempre, che la grande intuizione per superare le crisi socioeconomiche di un bacino territoriale, si presenti in un primo tempo come molto semplice, per quanto complessamente esposta, in sostanza molto più una grossa contestualizzazione di qualcosa di minuscolo che altro. Ovvero, il cambiamento che rilancia il territorio cambiandone radicalmente il metabolismo è davvero poca cosa, e il resto verrà da solo: così almeno recita la narrativa classica della redenzione locale a gettone. Ma non è naturalmente finita, perché la teoria si evolve come tutte le altre cose: vuoi perché si è rivelata sbagliata, e tutto lo strombazzare si è risolto in nulla di fatto, vuoi perché quel mutamento radicale di metabolismo se ne è andato da tutt’altra parte rispetto alle speranze suscitate, e allora bisogna correre ai ripari e correggere la rotta.

Competitivi a oltranza

Puntare su un’attività già presente ma in forme assai limitate e collaterali, facendola diventare il cosiddetto motore dello sviluppo, o attirare qualcosa di specifico da fuori per far nascere qualcosa di totalmente nuovo (entrambe le opzioni ovviamente hanno una miriade di variabili), in entrambi i casi non esce dallo schema semplificato dell’induzione, del traino per creare un vortice creatore e trasformatore. I problemi iniziano dopo, quando quel vortice minaccia di risucchiare troppo e male tutto quanto, ovvero di non fare affatto sistema. Per non fare l’esempio molto specifico che immediatamente evoca l’idea stessa di sviluppo locale pilotato, ovvero la creative class di Richard Florida, basta forse allargare leggermente il campo di osservazione all’effetto perverso più volte verificato, di appiattimento socioeconomico di vasti settori urbani detto di solito gentrification, in realtà qualcosa di molto peggio del fenomeno originariamente etichettato così. Perché se quella semplificazione strisciante del residenti su un’unica classe sociale, che nulla ha a che vedere col resto del quartiere, che infatti via via si prosciuga, appariva fenomeno comunque inserito in un sistema dinamico e complesso, oggi gli «sventramenti del terzo millennio» sono solo un sintomo di città intenta a mangiare sé stessa. E farlo, per giunta, sottraendo risorse ad altri territori nella logica detta della concorrenza, che impostata così assomiglia però maledettamente a una sorta di rapina, dove quando ricchezza c’è, vuol dire che è stata sottratta a qualcun altro, non certo creata localmente nel processo un tempo detto di «sviluppo».

I’m Here, Baby!

In sostanza, allargando ancora un po’ di più il campo, questo è oggi il problema centrale di qualunque società locale che abbia puntato per troppo tempo ed esclusivamente le proprie strategie in questo senso competitivo, centripeto, di concorrenza-rapina. Avviene con i grandi eventi (indipendentemente da come se ne manifestano gli effetti diretti), coi settori dominanti dal turismo a un comparto dell’innovazione a forme di occupazione omogenee ed esclusive, con tutto ciò che promuove formazioni spaziali fortemente standardizzate per accogliere dinamiche prevedibili e diventate care al «mercato», dagli immobili al commercio ai consumi diffusi. E per questo suscita qualcosa di peggio che pura curiosità e perplessità, il vero e proprio adescamento che un sobborgo dell’area metropolitana di Atlanta, Georgia sta cercando di portare avanti nei confronti di Amazon, notoriamente in cerca di una nuova sede per il proprio quartier generale. Perché ci si immagina che la migrazione delle grandi imprese verso le metropoli, lontano dall’idiotismo della vita nel falso idillio degli office park suburbani, abbia contenuti di per sé progressivi: nuove professioni, nuove formazioni sociali e relazioni, per costruire nuove reti e spazi. E che debba per forza avvenire dentro un sistema forte, dove l’innovazione si articola già sul nascere perché non assume mai una posizione di monopolio. Invece, un paio di secoli dopo la rivoluzione industriale, siamo ancora alla company town, un territorio che non vede l’ora di vendere le proprie parti pregiate al riccone di passaggio, investendo allegramente anche l’anima di chi non è ancora nato.

Riferimenti:
Monica Nickelsburg, The City of Amazon? Community in Atlanta suburbs offers tech titan its own town, Geek Wire, 3 ottobre 2017

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