Quant’è buono il mattone con le pere

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Foto J. B. Hunter

La città è piuttosto notoriamente (salvo nei sognanti schizzi di qualche progettista sadico a sua colpevole insaputa) qualcosa di vivo, che va molto oltre una pur ordinata e carina montagna di sassi con travolgenti effetti panoramici e prospettici. Ma ad una ampia quanto inequivocabile condizione: che qualcuno ci possa abitare, e farlo da vivo e vegeto. E per essere vivi e vegeti occorrono anche fonti di sostentamento alimentare, quelle che grazie al progresso scientifico e tecnologico di un paio di secoli almeno, in genere possiamo tranquillamente ignorare e non vedere affatto, remote come sono state relegate rispetto all’esistenza urbana media. La famosa leggenda dei bambini convinti che certe piante o animali crescano naturalmente nella forma imparata a conoscere sugli scaffali del supermercato, interpretata in forma estesa riassume benissimo non solo la nostra scarsa consapevolezza specifica, ma anche la poca cura sin qui dedicata dalle politiche urbane in genere (intese anche queste molto allargate, dal governo ai consumi ai comportamenti individuali e alle attività economiche) al ruolo vitale di natura «campagna» e alimentazione nella vita della città. Poi venne la cosiddetta cultura del chilometro zero, che pur banalizzata e spesso ridotta dal consumismo a moda orpello decorativo della ristorazione e delle etichette, ci ha lasciato in eredità anche un rinnovato interesse per il verde non ornamentale, sia quello che ci fa respirare, sia quello che filtra le acque, sia infine quello che ci dà da mangiare.

Un approccio privato-pubblico

mietitura3Nel fiorire di immagini verdeggianti, perlopiù fornite dagli studi di architettura in forma di cascate giù dalle torri a molti piani, o più prosaicamente nel solito slogan immobiliarista della «casa immersa nel verde», cresce anche sul versante dell’offerta di mercato l’idea che inserire nelle trasformazioni edilizie qualsivoglia la possibilità di coltivare, o veder crescere e consumare consapevolmente, il cibo in un contesto pienamente «urbano», possa anche risultare remunerativo. I più innovativi operatori nel settore delle trasformazioni urbane, si stanno così lanciando nello studio e realizzazione di nuovi modelli di intervento, spazi dove il cibo in tutti i suoi aspetti (un po’ come nella formula di Expo 2015) diventa il trait d’union sotteso, dalle superfici coltivate, al commercio, alla ristorazione, ai luoghi di socialità mescolati a queste diverse qualità di verde, a obiettivi come bellezza o salubrità perseguiti in questa logica anche estetico-ambientale. Ma come si sa, quando si parla di proposte di mercato, c’è poi da vedere sempre sino a che punto all’immagine corrisponda la sostanza, ovvero se tutte queste pie intenzioni di «sostenibilità» sia sociale, che ambientale, che addirittura economica (la logica del km0 in effetti questi criteri li dovrebbe incorporare, in una misura o nell’altra), non siano soltanto specchietti per le allodole. Si tratta di verificare innanzitutto la qualità di queste trasformazioni. Di che si tratta, quindi?

La neighbor-food unit, per così dire

L’innovazione spaziale legata alla centralità agricolo-alimentare produce modelli di aggregazione per superfici, volumi, funzioni, in cui naturalmente l’interpretazione del tema è data sia dal peso relativo di ciascuna di queste componenti (che sono poi in fondo quelle normalissime della trasformazione urbana, salvo una centralità di orti, campi, frutteti ecc.), sia dalle specifica accezione di «cibo» interpretata dall’operatore e/o richiesta dal mercato, mediata dal contesto geografico e culturale. Il primo modello è in sostanza una variante del tradizionale villaggio rurale o semirurale, con qualche concentrazione edilizia in più: case singole o multifamiliari, ed eventualmente mescolate altre attività e servizi, ma organizzate attorno a un’azienda agricola produttiva, che svolge più o meno il medesimo ruolo del campo da golf tanto in voga in alcune lottizzazioni attuali. Una variante più urbana del medesimo modello, vede invece dell’azienda agricola degli orti in parte gestiti dagli abitanti, e/o strutture di lavorazione, trasformazione, consumo e ristorazione, legate a quei prodotti (come già teorizzato in certe comunità utopiche del passato). Un altro passo verso gli aspetti diciamo così «urbani-moderni» dell’alimentazione, è lo specializzarsi delle trasformazioni su quartieri commerciali o a funzioni miste con l’alimentazione al centro, eventualmente legati in filiera con altre parti del territorio a vocazione più marcatamente produttiva: in questo caso ad esempio si vede la possibile rivisitazione del classico complesso da shopping-ristorazione, con l’aggiunta di imprese innovative, etniche, startup di settore. Infine, questa relativa specializzazione per poli idealmente connessi da una unica filiera alimentare e sociale (l’operatore privato ovviamente lavora per parti, magari grandi ma minuscole rispetto al bacino territoriale) implica l’entrata in campo come protagonista dell’ente pubblico, che attraverso la pianificazione di scala regionale e locale, e le politiche di promozione economica, sappia porre le condizioni perché al modello spaziale corrisponda poi davvero quel concetto di innovativa integrazione e «sostenibilità» da cui nasce in fondo anche la riflessione di mercato degli operatori. E si comprende ad esempio come l’idea di infrastrutture verdi, o di vertical farm tecnologica, qui smettano di essere solo fiori all’occhiello, inserendosi in una rete locale di cui rappresentano nodi e sistema connettivo.

Riferimenti:
AA.VV. Cultivating development: trends and opportunities at the intersection of food and real estate, rapporto Urban Land Institute, Washington ottobre 2016

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