Sicurezza urbana percepita: la «Teoria della finestra spalancata»

Immagine: The New Yorker

Proteste, studi e controstudi, pure lagne abbastanza pettegolaie contro la gentrification o tutto ciò che viene definito come tale, colgono comunque nel segno? Può darsi, ma pur sempre al netto di un bersaglio mirato a pallettoni, non si capisce bene come e perché. Ovvero anche buone intuizioni paiono condannate a rimanere tali e non diventare invece, come potrebbero e dovrebbero, patrimonio consolidato e disponibile. Per esempio a evitare il ripetersi del medesimo pasticcio. «Le discipline sociali, talvolta con le loro incertezze di metodo e merito (e del resto come non averne di incertezze, quando il proprio campo di studi riguarda l’agire di milioni di soggetti autonomi, in grado di modificare le proprie azioni a piacimento, per non parlare delle infinite anomalie e deviazioni) restano comunque scienza. Scienza che è tale in quanto è anche sociale: perché esamina i fatti, anche quando paiono indicare cose diverse da quelle che si auspicherebbero. Insomma un metodo che prova a non cucirsi addosso la realtà, ma a costruirsi un punto di vista su di essa» (*). Cosa può dire, un punto di vista scientifico (per quanto imperfetto) e sistematico sull’ultima ondata di trasformazioni urbane che in tanti lamentano appiattendo ogni cosa su quel termine, gentrification? Certamente una cosa, ovvero che a quelle trasformazioni corrisponde un crollo dell’insicurezza urbana, percepita e reale.

I fighetti non mordono

Ogni volta che scorriamo qualcuno dei ricordi del bel tempo industriale o di quartiere sottoproletario che fu, nelle interviste di militanti dei comitati anti-gentrification o di qualche testimone privilegiato ripescato da un giornalista, più o meno sappiamo già cosa trovarci. C’è il rimpianto nostalgico, spesso riferito alla propria gioventù o addirittura infanzia, per gli intrecci di relazione, il quartiere come era e oggi non è più, molto molto marginalmente seguito, diciamo pure tra parentesi, da osservazioni collaterali su disordine, degrado, criminalità, disagio. E qui se si vuole seriamente «non cucirsi addosso la realtà, ma costruirsi un punto di vista su di essa», casca l’asino: quanto questi aspetti erano davvero marginali, e quanto invece integratissimi e caratterizzanti, al punto da produrre una vera e propria fuga da quei quartieri, perlomeno di chi riusciva in qualche modo a farcela? Perché un dato di fatto è innegabile: invivibili che possano risultare certi quartieri gentrificati, per esempio là dove imperversano le economie della notte e il turismo mordi e fuggi (alimentato a volte dagli stessi che sono scappati nel suburbio), è un fatto che l’hipster ubriaco e vociante per strada non sarà mai pericoloso come il piccolo boss dello spaccio di un tempo. E accanto a questo esempio se ne possono mettere centinaia di altri, a ricomporre quella che è in effetti l’intuizione originaria alla base della Broken Window Theory: la sicurezza percepita si basa sul rispetto di alcuni valori urbani condivisi, o quantomeno noti ai più, e a sua volta genera una relativa sicurezza reale, secondo meccanismi non dissimili da quelli della «danza del marciapiede» di Jane Jacobs.

Gentrification come ri-urbanizzazione pioniera

Se c’è qualcosa che di sicuro non è stato ben compreso nelle teorizzazioni sui quartieri più o meno tradizionali, è che certo non guardavano a un mitico passato di felicità ideale, ma tenevano ben fissi gli sguardi sul futuro. Il mito del centro storico di certi affreschi dedicati al «buon governo urbano», contrapposto allo spaesamento vertiginoso della metropoli industriale classista e spietata, pur spesso aggrappandosi indebitamente anche a quelle teorie, non ne condivide lo spirito. Anche se esso è stato alla base delle forme più commerciali e superficiali di nuovo urbanismo: quelle che scimmiottando la scimmiottatura del villaggio, re-importata dal suburbio, hanno di fatto determinato e imposto la riqualificazione attuale, quella immobiliarista che poi viene bollata gentrification in assenza di termine migliore più consono. Ma che qualcosa aveva pur colto, in positivo e in negativo, della narrazione sul quartiere tradizionale: esistono caratteri fisiologici condivisi, e altri patologici che non appaiono invece chiarissimi ai più. La stessa omogeneità che nell’approccio speculativo immobiliarista si esprime appiattendo verso l’alto i puri valori economici (e spesso abbassando quelli d’uso ad esempio negli eccessi di monofunzionalità), è quella che poteva caratterizzare i valori percettivi e condivisi nel quartiere equilibrato tradizionale: ciò che faceva chiaramente distinguere la norma dall’anomalia. Ovvero, il medesimo criterio della «teoria della finestra rotta», secondo cui ciò che non va è ciò che devia troppo da un ordine delle cose accettabile. Capito questo, e colte abbastanza sistematicamente le sue componenti, sarebbe possibile uscire dal vicolo cieco dell’alternativa degrado urbano/segregazione o gentrification che dir si voglia. In epoca di urbanizzazione auspicabilmente sostenibile, se ne avverte la necessità.

Riferimenti:
(*) Adam Gopnik, The great crime decline, The New Yorker, 12 febbraio 2018

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