Sono sovrappeso, con chi mi devo lamentare?

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Foto F. Bottini in Piazza Bottini (cliccare per zoom)

Capita di non entrare più nei vestiti della stagione precedente, e guardandosi allo specchio mentre si inciampa o si caracolla qui e là viene da domandarsi: con chi prendersela? Esclusi da subito coloro che devono rivolgersi a un medico (e che probabilmente l’avranno già fatto da soli) ci sono in buona sostanza solo due possibilità riassumibili nel famoso stile di vita, e ulteriormente riassumibili nel consiglio della zia: mangia meglio e fai un po’ più di movimento. Chi non è dotato di apposita zia, quel consiglio può facilmente darselo da solo, lì direttamente davanti allo specchio. La parte più complicata sta nel seguirlo, il consiglio, perché non sempre basta e avanza la forza di volontà. Anzi quasi mai, come raccontano eloquenti le statistiche socio-sanitarie, tutte orientate a correlare strettamente gli ambienti di vita e relazione con una serie di patologie legate all’eccesso di peso. Elemento centrale di questi vaghi ambienti di vita è lo spazio fisico della città, del quartiere, degli ambiti aperti e pubblici che si abitano quotidianamente, e che conferiscono nel bene e nel male quello “stile” che ci ha fatto mettere su tanti chili di troppo.

La centralità dello spazio urbano

Per la salute dei cittadini, anche per quell’aspetto apparentemente così privato come la taglia dei jeans che non va più, c’è molto spazio all’azione pubblica, e non certo in termini di farmaci o ospedali. C’è per esempio la disponibilità e accessibilità del verde urbano, la sua adeguata organizzazione e distribuzione, ovvero (e questo va detto e ripetuto) una seria e moderna applicazione del concetto di standard urbanistico tanto bistrattato dalle correnti ideologie destrorse e privatistiche. Ma che oltre ad essere difeso in quanto principio, pretende anche di essere applicato non burocraticamente, tenendo fissi gli obiettivi di qualità e prestazione sociale. Verde è sistema continuo, che accoglie percorsi e ambiti, che offre varietà anche inusitate come accaduto ad esempio con la citatissima (a sproposito, ma questa è un’altra storia) High Line a Manhattan, ma che non ha solo scopo decorativo o contemplativo. Percorsi nel verde o collegati al verde, o in grado di favorire un virtuale collegamento tra spazi verdi, sono quelli della mobilità dolce, le serie delle stazioni di bike-sharing magari corrispondenti ai vari nodi del trasporto pubblico, magari corrispondenti ad altri servizi per la salute e lo sport. A sua volta la mobilità dolce si lega direttamente o indirettamente a una diversa concezione complessiva della città.

Tutto si tiene

La metropoli permeabile, porosa, capillarmente accessibile, è concettualmente l’esatto contrario della città industriale a funzioni segregate organizzata per grandi ambiti monotematici serviti principalmente dall’automobile, o comunque disegnati attorno alle esigenze dell’accessibilità a motore. I nuovi concetti di verde e accessibilità pedonale e ciclabile si sposano con una distribuzione diversa, ad esempio, delle reti commerciali, in cui la tradizionale grande scatola introversa del centro commerciale novecentesco viene concettualmente sostituita dal farmers’ market: il primo legato al cordone ombelicale delle autostrade urbane, il secondo immerso nella rete organica delle produzioni locali. Due posizioni estreme e simboliche, ovviamente, che non restituiscono tutta la realtà né la riassumono, ma che stanno a segnare efficacemente cosa possa significare il legame complesso tra stili di vita e ambiente circostante, tra l’alimentazione fast food in una giornata sedentaria e dai tempi compartimentati, e quella locale di cibi freschi a chilometro zero, magari legata direttamente anche ad attività fisiche come il lavoro negli orti di quartiere.

La progettazione di spazi attivi

L’eliminazione delle barriere architettoniche, in senso lato, ha sinora teso alla riduzione al minimo dello sforzo fisico necessario a usare la città e i suoi spazi. Oggi il progetto di ambienti pubblici e privati collettivi si rivolge a tutti i cittadini, giovani, anziani, disabili e non, con l’obiettivo di stimolare in generale una sana attività fisica, favorire le interazioni e relazioni, indurre stili di vita sani. Sempre più frequentemente, ad esempio, il passaggio da una quota all’altra di un parco, di un edificio, di un ambiente pubblico aperto, non viene concepito solo come ostacolo da superare, ma come occasione per il gioco, l’esercizio, l’incontro, il cambio di prospettiva di osservazione, recuperando e rilanciando l’antico ruolo della scalinata in mille modi. A questo concorrono molti soggetti, nei vari ruoli e responsabilità: pubbliche amministrazioni e governi, attraverso leggi, norme, politiche; l’urbanistica e i trasporti che, coordinati o meno che siano, traducono queste leggi, norme e politiche in spazi fisici e flussi che li percorrono, costruendo materialmente il contenitore del nostro stile di vita; progettisti e costruttori che traducono le linee spaziali generali in oggetti fruibili, la cui qualità e coerenza risulta poi determinante, nel particolare e nell’insieme; operatori economici e dei servizi, che devono cogliere le occasioni per adeguare il proprio modus operandi alle domande collettive emergenti, anziché continuare ad offrirsi rigidamente secondo un modello obsoleto; last but not least, il mondo della ricerca che deve da un lato individuare queste domande emergenti, dall’altro elaborare risposte in grado di rilanciarne il senso. Che ovviamente va un pochino più in là del puro obiettivo di rientrare trionfalmente nei jeans dell’anno scorso, dopo aver fatto salutarmente su e giù dalle scale della metropolitana, sulla pista ciclabile, e verso il farmers’ market dei prodotti biologici. Anche quello aiuta, ma non basta.

Riferimenti:

Altri spunti di riflessione su questi temi, e parecchi links, in Lisa Woo, How to design communities that make residents fitter and healthier, The Guardian, 3 settembre 2014

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