Topi di città e topi di campagna

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Foto F. Bottini

Territorio rurale. Pare una definizione abbastanza chiara, lineare, che evoca campi coltivati, filari di alberi, fossi, prati, alture boscose ben tenute, siepi. Naturalmente anche qualche strada poderale, e in fondo alla strada un’aia su cui si affacciano uno o più edifici, la classica cascina o fattoria o nei casi più spettacolari anche ville importanti, dalla famosa Ca’ Faggiolo sopra Firenze, a tutte le dimore palladiane e neopalladiane del mondo. Peccato che nella testa di qualcuno la definizione di territorio rurale sia totalmente ribaltata, ovvero in primo piano sta la dimora neopalladiana, magari addirittura vista dal di dentro, e oltre il davanzale della finestra, o il colonnato dell’ingresso, il cortile, la strada poderale, il viale alberato, in fondo in fondo uno scorcio di campi e fossi …. Questo qualcuno si identifica quasi ovviamente con la cultura sostanzialmente edilizia degli architetti progettisti, portati spontaneamente a considerare sfondo tutto ciò che non ricade direttamente nell’ambito della propria trasformazione, ma a metterlo moltissimo nel conto proprio in quanto aura di contorno. Questo ribaltamento di prospettiva, apparentemente innocuo, diventa però ogni tanto rischioso.

Cascina, chi era costui

Il territorio rurale era, per esempio, al centro di una sezione gestita autonomamente da un docente a contratto nel quadro di un corso di urbanistica (quelli di massa di una volta con centinaia di iscritti) che prevedeva una parte teorica frontale e appunto varie esercitazioni. A fine anno, quel docente invitò anche gli altri coinvolti nel corso al suo seminario finale, in cui gli studenti (usando l’innovativo e rivoluzionario sistema di presentazione powerpoint, wow!) discutevano pubblicamente i propri elaborati. I quali elaborati, spesso faticosamente composti anche con scansioni di materiali d’archivio, catastali e non, erano sconcertantemente tutti riferiti agli edifici, a volte senza neppure coinvolgere l’intero complesso dell’aia o cortile. E del resto basta scorrere certa manualistica per ingegneri o istituti tecnici superiori, e scoprire come alla voce urbanistica rurale le alte intenzioni del primo congresso INU 1937 abbiano lasciato il posto ai puri criteri compositivi di due o tre fabbricati. E anche nella pubblicistica di fruizione più generale pare che sia in sostanza filtrato un concetto simile, ulteriormente distorto dalla confusione tra reale e virtuale.

Siete solo mulini imbiancati

L’urbanizzazione del pianeta non è solo una cosa che ci raccontano le statistiche Onu, in fondo basta Google, quando digitando l’aggettivo urbano ci restituisce prima di tutto una miriade di risultati riguardanti gli stili di vita, più che uno spazio fisico. In altre parole può essere coerentemente urbano un tizio che indossa un certo orologio, anche se sta in un batiscafo sotto l’oceano a installare cavi, o sua cugina con le scarpe tecniche urban alla conquista di una cima dove nessuno si sognerebbe mai di posare un mattone e men che meno un binario. Detto in altri termini, urbana è la cultura dominante, quasi totalitaria, ben prima che arrivino le trasformazioni del territorio, in qualunque forma a bassa, media, o anche quasi nulla densità. Ma per converso si riesce magicamente a ruralizzare, almeno dentro la zucca di chi ascolta o legge, uno spazio semplicemente applicandogli le categorie giuste, con trasformazioni fisiche del tutto analoghe a quelle dell’orologio o scarpette tecniche urbani. Basta insomma una bella palettata di letame tirata nel modo giusto, per convertire in idillio campagnolo anche un autosilo o un supermercato. Così nasce la leggenda dei mulini imbiancati, o per chi non ama gli accostamenti evangelici delle cascine urbane. L’equazione è: cascina uguale campagna, mettici una cascina e ci hai messo la campagna. Esattamente come nelle pubblicità si porta in tavola la campagna scegliendo la conserva con l’etichetta di carta ruvida.

Le cose sono un pochino più complicate

Niente di male in sé, non fosse per la solita confusa sovrapposizione tra l’idea di inoltre e quella di invece. Invece di darti la campagna ti do l’idea di campagna, mentre la campagna vera te la scordi per sempre: non è carino, no? Soprattutto quando a farlo è la pubblica amministrazione democraticamente eletta, e soprattutto (qui c’è davvero da ridere, per non piangere) quando la medesima pubblica amministrazione di fatto lavora, nei limiti del possibile, per tutelarla davvero la campagna, per metterla a disposizione dei cittadini in qualche modo, per realizzare quella specie di equilibrio urbano-rurale che stiamo inseguendo trafelati da un paio di secoli. Ovviamente non ce la fa, ma stavolta almeno ci prova , attraverso politiche urbanistiche abbastanza classiche come la tutela della greenbelt e dei cunei di verde agricolo metropolitani, e attraverso attività di animazione sociale per sensibilizzare la cittadinanza. Peccato che le due cose paiano gestite da entità che non si conoscono tra loro: il topo di campagna se la cura davvero la sua cascina, col territorio coltivato tutto attorno che è il motivo per cui esiste l’edificio; al topo di città invece interessa solo il sottotetto del fienile, per starsene all’asciutto a fare un sonnellino o a rosicchiare una carota. Perché non si parlano, questi due cugini? In fondo avrebbero tutto da guadagnarci.

Cascine in città

Un esempio pratico di questo atteggiamento è quello del comune di Milano. Poco tempo fa si è celebrata giustamente la tutela di un territorio importantissimo, un cuneo verde coltivato che collega il centro ai margini comunali verso la tangenziale, e poi i comunicati non solo parlavano della cascina in quanto edificio, ma lasciavano proprio da parte gli aspetti agricoli e di spazio aperto, come fossero ovvi. Un altro posto di cui si parla tantissimo, di continuo, forse quello di cui si parla di più in assoluto come cascina, è la Cuccagna, sopravvivenza edilizia rurale a ridosso del centro storico, ma del tutto priva di contesto se si escludono pochi metri quadrati a orti. Un simbolo, una specie di etichetta in carta ruvida a ricordare le atmosfere di campagna, la quale campagna però sta altrove, e dobbiamo tenercela stretta. Adesso arrivano le iniziative ideologico-campagnole, la stampa locale titola: “Weekend in cascina tra grigliate e animali cento appuntamenti lontani dal cemento”. Una lontananza ideologica più che mai, non solo perché si fa un gran minestrone fra cose urbanissime come i soliti mercati contadini (l’etichetta ruvida in tavola al decimo piano insomma) e cose invece almeno un po’ più rurali come le biciclettate. Ma proprio perché di campagna, di equilibrio città-campagna, non ne parla proprio nessuno, e pensare che sarebbe davvero un’occasione ottima, e nulla di meno noioso, accademico, schizzinoso al mondo. Però evidentemente, come si è capito anche col caso dell’orsa ammazzata, il disordine sotto il cielo è grande, e non nel senso positivo che sarebbe piaciuto al presidente Mao. Possiamo riflettere un po?

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