Sprawl: stiamo perdendo l’ultimo treno?

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Foto M. B. Fashion

Qualcuno si ricorda ancora gli anni ’70, quando sulla scorta del monito sui limiti dello sviluppo iniziavano a crescere i movimenti politici e di opinione di massa attenti all’ambiente, e la crisi petrolifera dava una ulteriore spinta alla consapevolezza. Un pochino ce lo ha rammentato in anni abbastanza recenti anche Jane Holtz Kay col suo Asphalt Nation, di quegli antichi effetti sul territorio e la società della paura di restare a secco. Paura tradotta in tangibilissime politiche industriali per il risparmio di materiali e consumi nei veicoli, introduzione di tecnologie disponibili da anni ma mai sfruttate adeguatamente, e ulteriori effetti sociali, nonché sull’immaginario. Poi, come si dice, passata la festa gabbato lo santo, anche se di festa non si trattava affatto. Potevamo chiamarla festa dal punto di vista dell’ambiente, delle prospettive di usare tecnologia e organizzazione per ottenere una maggiore sostenibilità. Ma tanti degli avanzamenti dei pochi anni di cosiddetta austerity petrolifera restarono lettera morta quanto a diffusione di massa e modifica radicale degli stili di vita, un’occasione persa.

La dispersione dei consumi

Era rimasta però sospesa in aria una diffusa e collettiva vaga consapevolezza che qualcosa di diverso si potesse fare. Nulla di nuovo, in realtà, e di assai confuso se si pensa ad esempio al proseguire in Europa di certe tendenze del decennio precedente americano, delle comuni agricole giovanili, in cui quasi sempre sgangheratamente si mescolavano ideologie ruraliste e pratiche tradizionali, con altre idee e comportamenti impattanti come non mai. Proseguiva anche, identico a prima nella sostanza e nelle strategie, lo sprawl suburbano motore di tutto quanto, che nel breve volgere della crisi petrolifera aveva mostrato l’incredibile fragilità del suo auto-centrismo. Crescevano dopo lo stop forzato dell’austerity le dimensioni delle automobili, i consumi per chilometro, e le dimensioni delle case, di consumi durevoli e aspettative di altri consumi più spiccioli. Si dimenticava quella fastidiosa parentesi di risparmio forzato, e si tirava in genere un sospirone di sollievo lanciandosi nella nuova opulenza consumista, invece di provare a sviluppare stili di vita magari più ricchi, ma meno quantitativamente rudimentali.

Circoli viziosi

Quasi col medesimo criterio da crisi ciclica, anche se forse un po’ meno repentina e inattesa, qualche anno fa ha colpito la crisi economica, mettendo in crisi lo stesso meccanismo integrato dei consumi e stili di vita. Stavolta apparentemente la questione ambientale (complementare quanto nel caso del petrolio lo era stata quella economica) ha avuto da subito un ruolo diciamo così positivo, a cui si sono aggiunti per esempio altri elementi paralleli, non ultima la rivoluzione di internet coi suoi portati in termini di varia smaterializzazione: il lavoro, la comunicazione, i trasporti, i servizi, il nostro rapporto con lo spazio fisico. Dulcis in fundo, anche qui per modo di dire, la consapevolezza di mutazioni epocali come l’urbanizzazione planetaria o il cambiamento climatico, parevano avere messo se non una pietra sopra, almeno in bel velo spesso sulla classica nuova frontiera dei consumi opulenti fatti di grandi case, grandi macchine, grandi abbuffate di tutto quanto si riesce ad arraffare. Per anni le statistiche indicavano alcune tendenze che parevano evidenti, dalla crescita della quota di popolazione nelle grandi città, al calo di certi consumi, alla crescita di stili di vita sostenibili. Ma adesso viene da chiedersi: ci risiamo, con la ripresa del business as usual, nonostante tutto? Accade che le statistiche del 2014 mostrino per la prima volta un grafico in cui di nuovo cresce più la popolazione dell’esurbio, o sobborgo estremo esterno, rispetto alle aree metropolitane centrali. E viene davvero da domandarsi se non abbiamo perso un altro treno, che magari era l’ultimo possibile. Speriamo di no.

Riferimenti:

William H. Frey, Migration to the suburbs and Sun Belt picks up, Brookings Institution, aprile 2015

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