Strade di fuoco e psicologia da tinello

Foto F. Bottini

Molto spesso si discute sul ruolo più o meno importante occupato da scelte e comportamenti individuali, nell’orientare poi veri e propri «movimenti collettivi», che partendo da preferenze, consumi, stili di vita, finiscono per influire sulla cosiddetta struttura, politica, decisionale, produttiva, economica e via dicendo. Secondo qualcuno pesano pochissimo, salvo quando non si organizzano essi stessi consapevolmente a formare gruppo di pressione, insomma di nuovo si astraggono da tutto ciò che è individuale e quotidiano. Secondo altri invece il mutamento molecolare sta esattamente alla base dei processi innovativi, nel bene e nel male, anche perché sull’altro versante (quello della citata struttura, se vogliamo chiamarla un po’ impropriamente così) qualcuno si fa carico per scopi propri, ad esempio di profitto, di cavalcare e sviluppare quelle microscopiche tendenze. Un esempio è quello dei trabiccoli elettronici che ci portiamo tutti in tasca oggi: di sicuro in qualche modo rispondono a nostri «bisogni» più o meno consapevoli, ma certamente neppure uno scrittore di fantascienza dedito agli allucinogeni, negli anni ’70 quando è iniziata la marcia dell’elettronica di consumo, forse si immaginava di provare il «bisogno» di prenotare un volo low cost per Catania seduto sulle panchine dei giardinetti di Bologna.

Il bisogno di avere un’automobile

Che cosa ci spinge a provare il bisogno di possedere un veicolo a motore, e di accollarci le spaventose (perché di questo si tratta, percentualmente su un reddito medio) spese che ciò comporta? La necessità di spostarsi, risponderebbe automaticamente chiunque, e questo sarebbe il «bisogno spontaneo» molecolare, individuale, da cui poi discende tutto il resto dell’universo auto-città-energia-società-economia come lo conosciamo. Basta però dare un’occhiata, a quell’universo, per capire al volo che chi opera a livelli superiori, diciamo di mercato e non solo, non si limita affatto a quello, di bisogno, e come avvenuto con smartphone e dintorni lavora alacremente su più fronti. Forse provare a isolare gli elementi, di questo guazzabuglio, ci aiuta a comprendere meglio, e voglio farlo da un esempio recente dalla mia esperienza quotidiana di ciclista urbano per scelta. Come spesso accade nel traffico cittadino, mi trovavo su una strada di sezione media a pedalare schiacciato tra i veicoli che procedevano nella mia stessa direzione, e quelli parcheggiati in fila continua alla mia destra. Una situazione in cui non è affatto facile valutare la posizione più sicura in carreggiata: spostandosi troppo a sinistra si ostacolano i veicoli più veloci, interferendo di sicuro con autobus e furgoni, mentre restando troppo a destra c’è il rischio di infilarsi involontariamente in qualche manovra in corso dalle parti del cordolo, del marciapiede, o di qualcuno degli accessi ai fronti. Stavolta mi è capitata quella – frequentissima e a volte pericolosa – faccenda della portiera aperta di colpo e senza guardare, giusto davanti al naso. CRASH.

Un guscio sicuro contro il mondo

Una botta piccola piccola, niente a che vedere con quell’altra volta circa vent’anni fa quando, molto molto più veloce e sventato, mi capitò di fare una capriola intera per aria fin dall’altra parte della portiera, mentre la bicicletta si accartocciava a terra. Nondimeno, un piccolo incidentino sgradevole, anche se apparentemente senza conseguenze pratiche, ma la colpevole signora che aveva mi aveva spalancato la porta sul naso, si era già attrezzata al volo con una propria propositiva interpretazione. Sbucando dall’abitacolo sorridente, mi porgeva con tono sicuro: «Stia tranquillo, abbiamo una polizza assicurativa che copre tutto». E mentre ascoltavo questa gigantesca assurdità, riprendendo l’equilibrio in sella, notavo anche sulla fiancata dell’auto il marchio di un operatore di car sharing «di lusso», del tipo che per tariffe più elevate ti affitta anche l’idea di essere automobilista integrale, identitario, completo di status symbol. Ovvero sostanziale dominatore della strada, che non si rapporta con gli altri esseri umani in modo diretto, dicendo qualcosa tipo «scusi, si è fatto male? Aspetti che la aiuto». Ma ragiona da dietro lo schermo di identità allargata fatto di lamiere coperte da assicurazione casco, più idee di buon senso su chi abbia più diritto di far cosa, quando e come. Ma non voglio buttarla sul moralistico, e infatti non mi sono affatto fermato a polemizzare con la sventata autista, limitandomi a una breve battuta ironica sul fatto che, agendo così, squalificava un pochino anche il prestigioso marchio car sharing deluxe della portiera. No, tranquilla con la sua assicurazione, non ci sono danni, stia più attenta in futuro, guardi cos’è il «metodo olandese» per spalancare le portiere per esempio, e tanti saluti.

Di cosa c’è bisogno?

Tanti saluti, soprattutto perché quel piccolo episodio illuminava definitivamente su quel che ancora filosoficamente non funziona con il complesso della «mobilità alternativa all’auto». Il fatto che per caso si trattasse dell’operatore di car sharing oggettivamente più sdraiato sul modello automobilistico proprietario, in cui il veicolo diventa una estensione della propria personalità e modo di essere, aiutava ancora meglio a capire la cosa, che col muoversi non c’entra assolutamente nulla. E infatti, come potevo facilissimamente notare guardandomi attorno mentre proseguivo lungo il viale (restando stavolta un bel po’ più scostato dai veicoli in sosta), in quella giornata di bel tempo pareva, ed era, assai più semplice muoversi in bicicletta, a piedi, con qualche mezzo pubblico dei tanti in circolazione, che farlo con le auto. Ma l’abitudine, anzi la dipendenza psicologica, fa l’essere umano masochista, come quella signora che per fare molto probabilmente poche centinaia di metri, al massimo un chilometro o due, era automaticamente saltata in auto, car sharing ma pur sempre auto, e piuttosto costosa in sovrappiù. Il veicolo identitario, estensione di sé, quell’aspetto pur tanto enfatizzato dalle pubblicità, quello che ci fa comprare oggetti a volte costosissimi e che nulla hanno da spartire con l’uso reale che ne faremo, si presenta soggettivamente soprattutto come guscio, contenitore, analogo alla casa ma anche all’abito o a tanti oggetti e accessori di cui letteralmente ci ricopriamo e che (di nuovo la pubblicità sarebbe un sintomo) «parlano di noi».

Alternativa si, ma a che cosa

La vera differenza tra un autobus, un veicolo in car sharing, un’auto in proprietà, il fatto che ci si lamenta magari del prezzo del biglietto senza pensare alle cifre astronomiche che costa fare il medesimo percorso in auto (lo dico al netto di altre situazioni oggettive, che qui si considerano accessorie), perdendo tempo infinito e stress per cercare un parcheggio, sta proprio in quel ruolo identitario. Il guscio che ci contiene, che ci protegge, dove depositare qualcos’altro che «parla di noi», dal vecchio ombrello scolorito alle monete fuori corso nella vaschetta del freno a mano, agli occhiali da sole rotti sul cruscotto. Sciocchezze, apparentemente, e infatti sono solo sintomi, non certo la malattia della dipendenza, perché di dipendenza, pur relativamente blanda, si tratta. Dipendenza psicologica, automatismo, che per esempio quando cerchiamo una nuova casa non ci fa quasi mai, se non per questioni strettamente legate al lavoro, mettere in conto proprio la questione mobilità, localizzazione. Quella che in seguito ci farà dichiarare convinti e in ottima fede: ma io l’auto ce l’ho assolutamente bisogno! E per forza, ci siamo cacciati da soli in quella situazione, il nonno non sarebbe mai stato così scemo da andare ad abitare in quel posto, remoto da tutto quanto salvo vicini gonzi come noialtri, che ogni mattina, uno per veicolo, intasano la stradina diretti tutti verso il medesimo incrocio. Ecco a cosa mi ha fatto pensare, quella signora, spalancandomi la portiera di colpo davanti al naso: forse il colpo non è stato così lieve, in effetti.

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