La liberazione dall’auto come segmento «vintage» di mercato

Foto J. B. Gatherer (Prisma)

C’è una strategia commerciale piuttosto nota, al punto da essere considerata normalissima e subita in quanto tale anche se a pensarci bene parrebbe abbastanza odiosa. Facciamo un esempio pratico, che chiunque poi può adattare alla propria esperienza, recente o meno, ed è quello di un prodotto alimentare confezionato comunissimo, di uso quasi quotidiano, così quotidiano da essere dato del tutto per scontato. Improvvisamente però a quel prodotto se ne affianca un altro analogo, destando pochissimo interesse in un primo tempo, dato che non se ne avvertiva alcun bisogno. Pian piano, ci ritroviamo a comprare il tipo analogo per un solo e unico motivo: l’originale inizia a scarseggiare sugli scaffali, magari compare anche qualche articolo sulla stampa, con interviste agli esercenti che lamentano qualche problema coi fornitori, e via dicendo. Fino al punto in cui senza troppo clamore, si arriva alla sparizione completa, all’estinzione della specie primigenia, al momento in cui per amore o per forza ci siamo abituati al «complementare» senza arte né parte. Salvo che, miracolo del marketing per idioti, non molto più tardi comincia la campagna pubblicitaria con toni nostalgici del nuovo-vecchio marchio vintage, riproposto tale e quale salvo accentuazioni del suo carattere di prodotto solido e tradizionale, a prezzo aumentato, magari di parecchie volte. Funziona benissimo, sempre, tutti ci cascano, per abitudine e per sostanziale stanchezza. L’hanno fatto anche, neppure troppo sottobanco. con le nostre abitudini di mobilità.

Il vero paradiso del pedone

Quando si prova a spiegare all’uomo o donna di casa medi, l’inferno automobilistico che culmina nel centro commerciale cacciato al centro di un immenso svincolo, si incrociano quasi sempre sguardi perplessi, scrollate di spalle, risposte evasive per farti capire che forse stai parlando d’altro. Perché in fondo loro, noi, chiunque non provi a farci sopra una piccola riflessione sistematica, è cascato come una pera nella classica trappola del prodotto vintage, levato dagli scaffali e poi riproposto a prezzi maggiorati. Il prodotto stavolta siamo noi in carne ed ossa, nel senso di persone che si spostano a piedi, e fino a qualche generazione fa consideravano quel modo di muoversi assolutamente normale, senza pensarci proprio su, come appariva ovvio (e vorrei vedere). Poi al signor Henry Ford per primo, e ai suoi innumerevoli riusciti tentativi di imitazione, venne la straordinaria idea di ritirare gradualmente i nostri piedi dagli scaffali della città, sostituendoli con quel prodotto complementare detto automobile, che invadeva tutto levando spazio. Noi ci adeguavamo, anche perché i piedi erano sempre più difficili da trovare, gli esercenti (gli amministratori cittadini) lamentavano problemi di fornitura del prodotto («mettiamo al primo posto l’efficienza del traffico»), e in fondo un po’ ci andava benissimo anche così. Poi arrivò la soluzione: il centro commerciale, che era una geniale forma a pagamento per scimmiottare la città pedonale che ci avevano cancellato da sotto i piedi, un po’ riverniciata e dotata di comodi depositi per la nostra ormai indispensabile appendice a quattro ruote, da riavvitarci sotto il sedere per il ritorno al mondo «normale» multicorsia.

Un altro mondo è possibile: basta comprarselo

Se qualche lettore non trova convincente la «metafora grande» del centro commerciale come riciclaggio della pedonalità in versione vintage, magari perché troppo articolato, concettoso, complesso, si può ricorrere strumentalmente anche a un altro esempio piccolino. Tutti conosciamo, nella nostra città o nei paraggi, almeno una mezza dozzina di quei centri esercizio e benessere che offrono un servizio palestra. E tra le macchine più usate là dentro stanno le infinite versioni del tapis roulant da esercizi, costantemente occupato da qualcuno che ci corre o cammina sopra per tornare o mantenersi in forma. Mentre tra le macchine più usate fuori, dalla palestra, spesso parcheggiate quasi una sopra l’altra a pochi metri dall’ingresso, magari a rischio di una multa se il quartiere è un po’ congestionato e centrale, stanno le auto dei praticanti a pagamento quel tapis roulant. Riassumendo brevemente: si sono comprati l’auto per raggiungere la palestra, e finalmente mollare l’auto per camminare, ma dato che tutto lo spazio se l’erano prese le strade e i parcheggi, rimane soltanto quel preziosissimo (e costoso) rettangolo dove installare il tappetino mobile, a simulare sentieri, campi e prati, e ritrovare la gioia del camminare. Sembrerebbe un caso di conclamata follia, se non fosse esattamente ciò che facciamo senza pensarci troppo su. Alla medesima famiglia del «alleniamoci alla demenza senile perché prima o poi arriva», si può sicuramente ascrivere anche questa promozione delle «vacanze senza auto», innocentemente proposta dal New York Times.

Riferimenti:
Elaine Glusac, Car-Free Vacations for the Urban Traveler, The New York Times, 20 febbraio 2017

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