Territorio e clima

IPCC – Climate Change and Land

Come abbastanza ovvio a chi ha rivolto anche solo qualche istante di riflessione al problema del cambiamento climatico, non si tratta certo di questione affrontabile senza guardare sistemicamente al nostro rapporto con l’ambiente, a partire da quello col territorio. L’obliterazione di superfici boscose e naturali, le pratiche agricole che tanto ricordano l’artificialità e meccanicità dell’industria, gli squilibri indotti tra cui le siccità, e tanti altri aspetti, sono fortemente correlati, e la pura circoscrizione degli effetti peggiori di quanto già fatto (non parliamo neppure per ora di una inversione di tendenza) passa attraverso cambiamenti piuttosto rapidi a pratiche differenti. Anche alcune che non appaiono magari direttamente e strettamente correlate alle emissioni di anidride carbonica, salvo che invece lo sono perché sottendono quell’insieme di trasformazioni e stili di vita/produzione/consumo

Lo specifico della dispersione urbana

Pensiamo a come si continui incessantemente a considerare ineluttabile complemento di sviluppo economico-sociale l’allargarsi sconsiderato delle superfici urbanizzate, e urbanizzate malissimo per giunta. Si seppelliscono quantità spaventose di ottimo terreno agricolo e risorse naturali per realizzare abitazioni «di mercato» o altro genere di insediamenti «economici» giusto perché il calcolo non considera l’obliterazione di quelle risorse e gli effetti finali. Ed è il simbolo di quel genere di dispersione, la casa unifamiliare isolata sul lotto, ad essere diventato a torto o a ragione l’obiettivo nel mirino di tutte le politiche urbanistiche di densificazione, sostituita da nuove unità (dagli alloggi su più piani alle aggregazioni planimetriche, a una idea di quartiere e distretto non più segregato e/o monofunzionale). Meglio se oltre certe idee troppo formaliste che non colgono gli aspetti soprattutto socioeconomici e di immaginario connessi, per esempio la sovrapposizione casa/famiglia e comunità che pure sarebbe alla base di tante riflessioni sociologiche novecentesche che parevano consolidate e accettate, e non possono essere autoritariamente ribaltate giusto perché «ce lo chiede l’ambiente», salvo suscitare incontrollabili reazioni come quelle attuali dei negazionisti.

Clima e territorio regionale

Ce lo insegna almeno un secolo di storia della pianificazione territoriale e dei suoi modelli (per non parlare di quelli un po’ più oscuri ma coerenti della cultura tradizionale) che forma dell’urbanizzato ed equilibri ambientali vanno di pari passo. Ergo nulla di nuovo nella cognizione dello stretto legame tra produzioni alimentari, rapporto città/agricoltura, e clima. Il pianeta si riscalda, cresce l’evaporazione, la siccità, e con essa il rischio di cose come incendi o ondate di calore non temperate dall’umidità. Ci sono anche conseguenze poco note come quelle della concentrazione dei gas nell’atmosfera sul contenuto proteico delle colture, o di sostanze essenziali per la nostra alimentazione quali zinco o ferro. Che pongono il problema di un diverso modo di organizzazione agricola, oltre che di non spreco e artificializzazione delle superfici ad essa dedicate. Gli usi colturali del suolo oggi pesano per circa il 13% delle emissioni di anidride carbonica, e visto come si parlava sopra dell’approccio sistemico non possiamo non parlare delle altre attività (dai trasporti alla trasformazione ecc.) legate a quel modello agricolo.

Verso una maggiore sostenibilità

Pratiche colturali innovative meno impattanti su clima ambiente e risorse coincidono anche con un uso dello spazio meno casuale, come quello che oggi vede espansione isotropa urbana e riorganizzazione «industriale» delle campagne. Il che ci riporta alle formule dell’urbanizzazione da cui eravamo partiti, e alla qualità urbana a cui mirare, contenendone le emissioni in senso lato: sia quelle derivanti dal vero e proprio interno funzionamento della città, sia dalle «emissioni indirette» come quelle dell’agricoltura che dà da mangiare alla città stessa. Pensiamo ad esempio al ruolo che la spesso citata densificazione urbana può svolgere non solo per arginare genericamente il consumo di suolo, ma per risparmiare in modo mirato risorse territoriali in grado di assorbire anidride carbonica, o trasformare superfici nel senso della sostenibilità (che non è soltanto ovviamente una questione edilizia, ma riguarda qualità dei suoli, del verde, dei trasporti indotti …) fino al contenimento delle ondate di calore. Certo una volta stabiliti questi criteri generali, il primo passo è però quello quantitativo, come ben sanno teorici e amministratori che si occupano quotidianamente di temi correlati come i margini di sviluppo urbano o le fasce agricolo-naturali di interposizione, ovvero i complementi indispensabili perché la densificazione si traduca in effetti in contenimento del consumo di suolo e degli impatti su clima ambiente e risorse. Tutti i dettagli quantitativi e qualitativi nella corposa documentazione resa disponibile dal gruppo di studio IPCC, compreso lo Executive Summary scaricabile a parte come gli altri capitoli di dettaglio.

Riferimenti:
Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC, Climate Change and Land, rapporto agosto 2019

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