Torna la «ruralizzazione delle città» (e i suoi profeti non sono i fascisti degli anni ’30)

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Anche all’urbanizzazione del pianeta corrisponde qualcosa di analogo, pur in forme che sono assai diverse da quelle che ci si aspetterebbe, e anzi che esistono da molti decenni. Se chiedessimo a più o meno chiunque quale sia, la «reazione» al processo di urbanizzazione, la risposta non potrebbe essere altro che decentramento, dispersione, suburbanizzazione, controurbanizzazione, ovvero tutta la serie di definizioni e/o sinonimi per nuove frontiere di colonizzazione antiurbana, ideologicamente connotata vuoi in senso ruralista, vuoi soprattutto in senso automobilistico. Ma qui stiamo parlando di un fenomeno ben diverso dalla classica urbanizzazione così come la si concepisce storicamente, e infatti si è aggiunto subito l’aggettivo «planetaria», a indicare quel fenomeno per cui una quota già ben oltre la metà e in continua crescita della popolazione mondiale risiede, e ancor più risiederà, in aree «urbane». Che lo sono anche quando l’ideologo di turno, più o meno interessato, o la bassa densità, o altri caratteri, le rendono certamente molto diverse dalla città industriale o da quella dei grattacieli che dir si voglia. Stiamo parlando di una reazione antiurbana che ricorda invece tantissimo, pur in forme diverse e contemporanee, certe antiche politiche dei fascismi per radicare il popolo alla terra, ovvero per «ruralizzare le città» come si diceva allora.

Idiotismo di ritorno sotto mutevoli spoglie

Dato che gli esseri umani non sono carote, di solito chi straparla a proposito di «ritrovare le radici» ha in mente progetti ideologici e di potere, come appunto i regimi variamente autoritari (dittatoriali o «democratici» che fossero) che negli anni tra le due guerre mondiali volevano da un lato trascinare la gente lontano dalle mille luci della metropoli, dall’altro attenuare un po’ quelle mille luci impiantandoci i «sani valori della terra». Non certo composti, quei valori, delle cose buone che per esempio anche il movimento della città giardino ci aveva trovato, dall’aria pulita agli spazi aperti, ma intesi come famiglia, gerarchie, abitudini «frugali» soprattutto nella rivendicazione dei diritti. Anche oggi, pur con modalità e obiettivi diversi, nel quadro della cosiddetta urbanizzazione mondiale e ritorno in ambiente cittadino di funzioni e modi che dalla città se ne erano usciti parecchio tempo fa, succedono cose tanto singolari quanto certe «battaglie del grano» con le spighe piantate in piazza e il boss politico a farsi fotografare mentre le miete col cappellino da bifolco. Cos’altro è il trapianto del centro commerciale intra moenia, se non una versione postmoderna delle medesime scenette folkloristica fasciste? Un organismo nato e cresciuto nell’ambiente semirurale-suburbano, scimmiottando alcuni aspetti superficiali della città, che dentro la città sbarca pari pari o quasi, pretendendo di dettare legge all’originale? Ma questa del centro commerciale è solo la punta dell’iceberg ovviamente.

Manicheismo campagnolo

Fa parte della grande moda nostalgica anche un certo modo di interpretare la cosiddetta agricoltura urbana, che qui diventa decisamente antiurbana visto che evoca culture decisamente rurali e anche retrive, lontanissime dalle innovazioni tecniche e sociali che da sempre caratterizzano le colture di città. Hanno un bel dire ahimè i teorici della vertical farm e di tutte le forme di sperimentazione socio-ambientale avanzate, ma lo spirito dei tempi continua a considerare ogni aspetto della produzione di alimenti, o altre attività re-importate dal mondo rurale, in una prospettiva reazionaria e retriva, grimaldello per destabilizzare la «metropoli malata», come se si volesse ripetere in peggio l’errore suburbano. Davvero singolare poi, specie nella cultura montante di maggiori diritti e considerazione per alcune specie animali «amiche dell’uomo» e domestiche, la campagna di guerra armata contro altre specie, di cui si dicono cose tremende dopo averne di fatto invaso il territorio. Perché l’espansione urbana in orizzontale e in verticale ha incorporato notoriamente gli habitat di tante specie, che si sono sovrapposte a quelle già insediate, costruendosi autentici ecosistemi fortemente integrati a quello artificiale o misto. La celebrazione della superiorità rurale qui diventa solo una scusa per adottare su scala massiccia e «industrializzata» quei metodi spicci che la campagna solo eccezionalmente riservava a certe specie invasive, e solo quando effettivamente invadevano pericolose l’ambito umano e produttivo. In altri articoli sottolineavo come lo stesso formarsi delle catene alimentari urbane presupponeva prima o poi una presenza stabile di predatori. Ma mai i poi mai mi sarei aspettato di vedere teorizzata così presto quella stabile del predatore umano, nella forma di cacciatore armato, giustiziere stupido e micidiale di cui dovremmo sbarazzarci piuttosto alla svelta, ma che invece pare accolto come un liberatore da molti.

Riferimenti:
Simon Romero, Coyotes Are Colonizing Cities. Step Forward the Urban Hunter, The New York Times, 26 dicembre 2017
Immagine di copertina: Illustrated catalogue of Cartridge Company’s collection of firearms, 1903

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