Urbanizzazione, globale ma anche locale

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Foto J.B. Hunter

Essere aperti al cambiamento, da sempre significa soprattutto informarsi e sensibilizzarsi in anticipo rispetto a ciò che accade in ambiti diversi da quelli che ci condizionano più immediatamente e da vicino, insomma credere nella conoscenza sistematica, mediata, nei metodi di studio e riflessione applicati alla realtà. Se esiste una tendenza generale, si tratterà di verificare in quali modi esercita il proprio influsso nel contesto specifico, nel sistema sociale, ambientale, spaziale. Succede anche con flussi di mutamento enormi e travolgenti, come l’urbanizzazione che apparentemente arriva a tsunami a cancellare tutto quanto c’era prima, fregandosene di condizionamenti geografici, preesistenze insediative, tradizioni e specificità socio-culturali. Siamo abituati a pensarla così, no? Ci immaginiamo ad esempio uno spazio-tempo sette-ottocentesco, verso cui iniziano idealmente e lentamente a incamminarsi i braccianti resi disoccupati e senza terra dalla modernizzazione delle campagne, poi sorgono le prime ciminiere, le fabbriche si allargano, dilagano nell’hinterland, e accanto nuovi quartieri residenziali, via via più definiti, e infrastrutture … Anche l’organizzazione sociale si evolve parallela, diverse aspettative, consumi, comportamenti, diritti. Ma, c’è sempre un grosso Ma.

Locale e localismo

Pur ribadendo che l’atteggiamento localista equivale alla sistematica coltura dell’ignoranza secondo vari modi e stili, va sempre comunque specificato che la dimensione locale di per sé resta importante, per non dire determinante. Ovvero che quei flussi travolgenti dello tsunami urbanizzazione-mutamento, risentono comunque degli influssi di fattori preesistenti, per tempi lunghi che arrivano sino alla contemporaneità, fattori di cui tenere sempre conto, prima di tutto cercando di capirli. Il mutamento, anche quello incorso, dipende cioè in modo determinante dall’interazione fra passato e presente, ed è questo che differenzia sempre e comunque la dimensione locale da quella globale, ovvero è lo stesso concetto di «globalizzazione» ad essere solo pura teoria, mentre la realtà della sua manifestazione è per forza «locale», come del resto ci ricorda pur schematicamente il classico slogan ambientalista. Anche il cambiamento demografico urbano attuale si manifesta nelle città del mondo e dei continenti secondo questi criteri. Accade ad esempio che la popolazione cresce quantitativamente meno, in alcuni casi addirittura diminuisce, ma ciò accade con fortissime differenziazioni locali, facendo percepire assai diversamente la questione: in certi casi ci sono fortissimi influssi interni, in altri è l’interagire di questi con le migrazioni (mondiali o regionali), ma gli scenari se osservati in una logica locale appaiono non paragonabili.

Politiche e programmi

Aumenta l’urbanizzazione, dappertutto, in un modo o nell’altro, ma ovviamente (o meno ovviamente) la sua qualità cambia, facendo pensare che no, non si tratta neppure di urbanizzazione vera e propria. Se diminuisce la popolazione nella città centrale e aumenta quella degli esurbi vuol dire che da quelle parti non c’è urbanizzazione? Oppure se gli immigrati fin dentro il core metropolitano denso sono famiglie giovanissime, ma per motivi burocratici non ufficialmente residenti, dobbiamo dire che la popolazione sta invecchiando, e preoccuparci delle culle vuote quando invece in realtà traboccano? Ecco solo due fra gli infiniti esempi di possibile interazione fra globale e locale. Quando poi si parla di piani e politiche locali, succede un altro paradosso, perché spesso il riferimento «globale», dal punto di vista culturale, normativo, economico, contrasta vistosamente con ciò che accade nella realtà. Pensiamo all’ultimo caso citato, della popolazione che ringiovanisce (o invecchia) mentre invece le statistiche ufficiali rilevano altro: cosa dovranno o potranno fare le amministrazioni locali? Seguire burocraticamente ciò che indica loro il riferimento nazionale, o regionale là dove ci sono enti regione dotati di poter legislativi, oppure agire «secondo coscienza» e attivare servizi abitativi, dell’istruzione, sanitari, strategie di sviluppo socio-territoriale, insomma, davvero commisurate a quel che succede? Tutto sta, nella capacità/volontà sistematica di leggere gli equilibri, e trovare una strada praticabile. Sempre che lo si voglia fare, naturalmente.

Riferimenti:
AA.VV., Urban World: meeting the demographic challenge, McKinsey, rapporto ottobre 2016

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