Dove abitano l’Individualista e il Comunitario?

img_5836

Foto M.B. Fashion

È facile accusare l’avversario di ogni nefandezza. C’è qualcosa che non va, e certamente la colpa sarà sua, o soprattutto sua, perché è lui, l’avversario, a incarnare il male, o quantomeno lo sbagliato, cose che magari riusciamo solo a intuire vagamente salvo poche eccezioni, ma che fanno male, al mondo, a noi, e in fondo anche a lui. Questo se ragioniamo (poco e male) in termini ideologici e molto spontanei, viscerali. Proviamo però a definire un profilo tipo ideale secondo determinati criteri di massima, e specularmente il suo naturale antagonista, chiamandoli semplicemente A e B, come si addice a delle incognite, perché questo ancora sono, prima di «scoprirli» definendoli. A è l’individualista, B il comunitario, e non importa qui se questi caratteri preliminari di massima, da cui discende poi tutto il resto, si sono sviluppati per risposta spontanea a stimoli di contesto, o discendono da una scelta consapevole. Allora abbiamo Individualista A che si costruisce la sua vita coerente dentro un solido bozzolo di relazioni affettive assai definite, a cui corrisponde un altrettanto solido bozzolo materiale a fungere da contenitore, che comunica certamente e ampiamente con l’esterno, ma in modo assai governato e circoscritto dalla discrezionalità dell’Individualista. Per contro, Comunitario B del bozzolo non saprebbe proprio che farsene, perché lo considera un ostacolo alla sua apertura alle relazioni sociali, che sviluppa regolarmente pur ovviamente senza rinunciare alla propria personalità e specificità, anzi ricercando quella altrui come conferma. Suggerisce qualcosa, questo confronto ravvicinato di profili ideali?

Bozzoli e alveari

Deve per forza, suggerire qualcosa, almeno a chi ha sfiorato il tema dei rapporti fra società, politica e forme insediative contemporanee, visto che come del resto confermato da studi, indagini, sondaggi, ricerche di mercato, esiste una precisa convergenza/corrispondenza, tra i modi di organizzazione urbana prevalenti del tipo individualista e del tipo comunitario, come li abbiamo sommariamente chiamati sopra. Detto in termini diversi, chi è o si ritiene progressista e corrisponde al tipo B comunitario, tende oggettivamente a preferire abitazioni (bozzoli) limitate a un ruolo di servizio e riparo, di dimensioni minori, più legate alle altre cellule di quello che si considera comunque un grande organismo unitario, dentro cui muoversi e sviluppare contatti. Mentre il conservatore individualista A specularmente sceglie, è attratto dal modello proprietario su vasta superficie, ben distinto da altrettanto solidi recinti altrui, e lontano da ambiti (a loro volta molto definiti e amministrati) in cui amministrare le indispensabili relazioni e scambi. Relativamente facile, poi sommare tante altre cose a queste due tendenze, cose che vanno dall’atteggiamento rispetto alle tasse e al loro ruolo, alla funzione dei servizi collettivi, al modo di relazionarsi con l’autorità pubblica in genere e via dicendo. Andiamo anche oltre, visto che ci siamo, e descriviamo delle scene bozzetto caratteristiche, delle vignette volendo, ma assai significative e supportate da fatti oggettivi.

Recinti e differenze

L’Individualista predilige una famiglia che sia segregata nei ruoli, nello spazio, nelle funzioni, nei rapporti con l’esterno, nella fruizione dei servizi, anzi spesso di quei servizi preferirebbe se possibile fare a meno, incorporandoli nel suo bozzolo autosufficiente. Il modello primigenio sarebbe fisicamente il castello con ponte levatoio, ma ci sono due controindicazioni di carattere storico-sociale: per prima cosa quel rapporto con la natura nemica della selva oscura esterna alle mura, e poi la famiglia allargata, entrambe cose sparite grazie al progresso tecnologico. Quindi il bozzolo dell’individualista conservatore diventa la casa, unifamiliare, col suo «fossato verde» del giardino circostante definito e recintato, a contenere quei ruoli altrettanto individuati del marito, della moglie, dei figli, magari anche del cane e del gatto. Da lì, da quella logica, si esce per le cose indispensabili (esattamente come dal castello si usciva solo per scorrerie), dalla spesa, a farsi operare di appendicite, per andare a scuola o a guadagnarsi da vivere, ma con l’ansia di tornare al più presto al sicuro là dentro. Il modello primigenio del comunitario possiamo invece trovarlo nel cortile rurale che esisteva contemporaneamente al castello, ma con ben altre relazioni esterne e interne, e che oggi troviamo replicate e modernizzate dentro il quartiere misto che costituisce il nucleo storico portante della città compatta (socialmente, compatta, nulla a che vedere con gli odiati «falansteri», non a caso sempre stigmatizzati dalla destra politica). È qui che si sviluppano tutte le relazioni comunitarie spazio-tempo, qui la scuola diventa non servizio indispensabile per imparare qualcosa, ma perno di relazioni intergenerazionali e interclassiste. Qui, la segregazione si scioglie nella consapevolezza delle differenze, nel rispetto, eventualmente nel conflitto, ma sempre con uno sbocco positivo. Conclusione? Forse ci siete arrivati anche da soli: il suburbio è tendenzialmente destrorso e conservatore/reazionario, il quartiere urbano misto produce progresso e cultura critica. Lo confermano, addirittura gli orientamenti dell’ultimissima campagna elettorale in corso Hillary contro Trump.

Riferimenti:
Emily Badger, What’s Your Ideal Community? The Answer Is Political, The New York Times, 3 novembre 2016

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *