Verde urbano e percezione soggettiva

Foto E.B. Fisher

Una delle immagini classiche delle rivoluzioni è l’irrompere del popolo negli spazi prima accessibili soltanto a pochi privilegiati. Comari straccione che si pavoneggiano nelle stoffe di qualche tendaggio ricamato, plotoni di ubriachi riversi nelle cantine nobiliari dopo averne assaggiati campioni un po’ troppo significativi, torme che si lucidano gli occhi per corridoi e saloni più addobbati di una navata di cattedrale nel giorno del santo patrono. Irrompe, il medesimo popolo massa, dentro i parchi giardini e tenute «di delizie» respirando spesso a pieni polmoni lo spazio che gli veniva negato tra vicoli e tuguri fradici di infezione, e comincia a godere di un qualificato ambiente naturale che troppo a lungo in un modo o nell’altro gli era stato negato dalla città tradizionale, o dalla campagna feudale dove quei luoghi sono solo di lavoro servile e occhi bassi. Molto spesso quella irruzione è stata giustamente definita una rivendicazione di diritto alla salute, con la luce del sole, il verde, l’acqua pulita a costituire nuovi standard pubblici indispensabili, accessibili, criterio minimo di convivenza civile. Ma è altrettanto noto come alla più o meno violenta appropriazione o conferimento, quei valori non vengano in effetti davvero valutati: non esiste mediamente una consapevolezza che vada oltre il puro possesso, ed è per esempio qui che inizia il processo di degrado per incuria, dall’abbandono di rifiuti, alla deliberata distruzione, al deperimento per mancata indispensabile manutenzione.

Intuizione, verifica, approfondimento

Forse, al di là della pura rilevazione del vantaggio ambientale (che poi va comunque spiegato agli ignari interessati per canali diversi, dalla scuola ai media) pare meglio soffermarsi su certi aspetti diciamo così soggettivi della questione, quelli che in fondo fanno sì che verde e spazio aperto possano essere goduti, apprezzati consapevolmente, rivendicati come diritto. Perché in effetti sin troppo spesso vediamo oggi sulla «stampa di informazione», vale a dire quella pubblicistica che non fa del rigore scientifico un proprio metodo, continui richiami a studi che dimostrerebbero la scoperta di straordinari benefici del verde, per il corpo e la mente umana. Il fatto è che quei benefici, certo nei limiti della conoscenza parziale che appartiene alle varie fasi storiche, sono così noti da aver accompagnato tutte le leggi e regole relative alla forma degli insediamenti umani, da oltre un secolo a questa parte: dalla previsione di parchi, alla progettazione dei quartieri e dei singoli edifici, a una modellistica più ampia come quella delle green belt territoriali agricole-naturali. Certo le nuove ricerche, approfondendo per casi studio locali o di vero e proprio laboratorio molti aspetti, di questi benefici per la salute dei singoli o delle fasce sociali, rendono meglio quantificabili e qualificabili gli standard di riferimento, allo stesso modo in cui certe migliorate conoscenze dell’epoca pionieristica contribuirono per esempio a fissare certi criteri di superficie pro capite e distanza massima. Ma nulla di più: non è una «scoperta», che verde e salute e benessere marcino di pari passo, si tratta solo di fissarne via via più precisamente i termini.

Cosa mi piace davvero di ciò che mi fa bene?

Di particolare importanza risultano però certi aspetti sociali e di consapevolezza collettiva già accennati, ovvero quelli per cui il vero godimento e vantaggio necessariamente varia non solo da individuo a individuo, ma anche nel soggettivo rapporto fra l’individuo ed alcune qualità del verde. Saperne di più e più precisamente, su questo versante, consentirebbe per esempio fermi restando gli standard attuali quantitativi, di graduare meglio offerte qualitative e composizione spaziale, che storicamente dipendono da discrezionali scelte estetiche, o come avviene oggi da obiettivi a volte diversi da quelli socio-sanitari, che vanno dal contrasto all’inquinamento, alle onde di calore, o alla socialità dell’agricoltura urbana e di quartiere. Con tutte queste premesse si inquadra meglio anche una recente ricerca pubblicata sull’ultimo numero della rivista Landscape and Urban Planning, e che riguarda alcuni casi studio sulla «esperienza indiretta di natura». La cui tesi è che alcune specificità qualitative e soggettive incrementano gli effetti della esposizione urbana agli elementi naturali, agli alberi dei parchi e giardini detto terra: si rileva che bastano singoli esemplari di alcune specie in determinate collocazioni, in zone di basso livello urbano e socialmente problematiche, ad elevarne la percezione di qualità (e per esempio consapevolezza e identità) secondo quote del tutto sproporzionate rispetto ad offerte apparentemente assai maggiori da ogni punto di vista. Il metodo utilizzato, la tesi e gli strumenti e ambiti di ricerca insieme, si ritengono applicabili poi in tanti altri diversi contesti, sempre a collegare ecologia, forme urbane, equilibri natura-artificio, salute ed esperienza soggettiva, e contribuire così ad una migliore progettazione e regolamentazione degli spazi.

Riferimenti:
AA.VV., Skewed contributions of individual trees to indirect nature experiences, Landscape and Urban Planning, vol 185, maggio 2019

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