Wilmaaa: dammi lo Sprawl!!

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Foto F. Bottini

Gli avversari meritano sempre rispetto, se ci si rispetta da soli, specie se sono intelligenti e aiutano a mettere in discussione le proprie convinzioni, o filosofie di vita che dir si voglia. E Robert Bruegmann si era immediatamente rivelato assai intelligente, circa una decina d’anni fa con suo Sprawl: A Compact History (University of Chicago Press) entrato nei dieci lavori più votati per la classifica Planetizen 2006 e decollato come best seller mondiale, almeno dal punto di vista qualitativo. Un bel risultato, che in fondo non doveva sorprendere più di tanto visti il tema, il titolo «compatto» ad effetto, e soprattutto i contenuti ammiccantemente favorevoli all’insediamento disperso, secondo una linea raffinata e innovativa. Tanto raffinata e innovativa che anche un osservatore certo non sprovveduto come Robert Fishman la giudicava una brillante sfida ai luoghi comuni sull’argomento, documentatissima e di respiro internazionale, con «profondo rispetto per le scelte di milioni di famiglie a favore dell’abitazione a bassa densità». La tesi e lo sviluppo critico scelti da Bruegmann sono degni di nota: lo sprawl non sarebbe una patologia novecentesca legata all’automobilismo di massa, ma un percorso lungo, per molti versi inevitabile, che dagli albori delle civiltà urbane rappresenta una naturale evoluzione delle città in crescita. Ne risulta, secondo la breve scheda critica proposta da Planetizen per la sua classifica, «un lavoro accessibile e conciso, che chiede di … riconsiderare la necessità di una comprensione più complessa, non necessariamente negativa, del fenomeno».

Approccio intrigante sin dall’inizio, con l’autore che descrive nelle prime pagine una planata d’aereo verso la pista di una grande area metropolitana, quando la fusoliera si inclina e sul finestrino all’uniforme sfondo del cielo si inizia a sostituire il tappeto verde e ondulato del paesaggio. Appaiono piccoli segni di presenza umana, che si fanno via via più definiti e regolari, mentre l’aereo perde quota e contemporaneamente si avvicina al corpo centrale del sistema insediativo. Scorrono sino a scomparire sotto il profilo dell’ala, dapprima le formazioni appena percettibili dell’esurbio, con le abitazioni distanziate e simili ad antichi castelli che presidiano un territorio quasi naturale; poi le varie fasce discontinue ma visibilmente più strutturate dei suburbi, di fascia esterna, intermedia, e più interna sino a fondersi con la periferia urbana estrema. Alla fine compaiono sull’orizzonte gli imponenti grattacieli del. Central Business District mentre già si profila la pista di atterraggio.

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Foto F. Bottini

Qui l’Autore ci ha già chiarito che «Per i miei scopi ritengo che la migliore fonte di informazioni sia l’ambiente costruito. Gran parte della ricerca è consistita nell’andare in giro e guardarmi attorno». E non si limita certo ai finestrini dell’aereo o dell’auto, questo sguardo da autore, ma comprende una notevolissima mole di attente letture. A partire da quella della parola: SPRAWL, dalla sua grafia e modo di presentarsi delle vocali e consonanti, prese una per una o nell’insieme. Povero sprawl, si dice Bruegmann, come ti presenti male già all’inizio! Quasi per forza produci per istinto un atteggiamento negativo nei tuoi confronti, che poi ispira tutte le letture pregiudizialmente negative del fenomeno. Anzi, di una miriade di fenomeni, tutti raccattati dentro a quella orribile parolaccia, ma diversi, a volte per niente studiati, definiti in modo vario e variabile e seconda dei casi e delle stagioni culturali. Insomma un guazzabuglio, dove anche elementi a prima vista inoppugnabili, come il concetto di «densità» cambiano senso a seconda delle convenienze dei vari crociati che allo sprawl, sempre e comunque, si opporranno. Sprawl che, pur in tutte le infinite varianti si concreta sempre nella casa di qualcun altro, mai nella propria.

Adesso pare un po’ più un cartone animato quella parola SPRAWL, che inizia a stiracchiarsi esattamente come poco prima scorrevano le lontane chiazze dell’insediamento disperso sul finestrino dell’aereo. Ma anche una volta accettato il paradosso, la provocazione, a ben vedere quella tesi è assai ardita, troppo ardita. Certo c’è il percorso storico e internazionale che distingue il lavoro di Bruegmann rispetto alla miriade di altri sul medesimo argomento e quasi col medesimo titolo. Questo è indubbiamente il primo (e più ripreso dalla stampa non specializzata) fondamentale punto di forza del libro: non c’è l’abituale sfondo novecentesco prevalentemente USA, da cui spuntano improvvise a milioni le famiglie middle-class, complete di villetta, doppia auto, falciatrice e moralismo da quattro soldi. Qui tutto inizia molto, molto prima, e in posti lontani dai soliti quartieri degli steccati bianchi. Una «constatazione» è ad esempio che pure gli antichi romani, almeno quelli che potevano permetterselo, se la filavano appena possibile dall’urbs per antonomasia, a raggiungere le frescure riposanti del suburbium. Qui un lettore poco cauto dovrebbe essere già in trappola, perché questo non glie l’avevano certo mai raccontato: nessun complotto della destra repubblicana, della road gang militar-industriale, o dell’inventore delle casette componibili Cape Cod, William Levitt; solo patrizi romani, e poi signori rinascimentali, di epoca barocca, e intraprendente paleoborghesia londinese. Tutti, nella storia della città tradizionale, appena riescono a permetterselo economicamente, scappano fuori dai confini urbani per periodi più o meno lunghi, per tornarci quando gli affari chiamano. Descrizione documentata, equilibrata, accattivante anche per l’uso continuo di termini moderni e correnti applicati al mondo antico: esurbio, suburbio, sprawl.

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Foto F. Bottini

Ripensandoci un istante, però, l’espediente narrativo mi ricordava qualcosa di molto, molto noto. Una citazione dalla Bibbia, assai usata (dai non specialisti ma attivisti e propagandisti «politici») all’epoca delle New Towns britanniche, che diceva, più o meno: il Signore ordina di lasciare tutt’attorno alla città una fascia verde, dove possano pascolare gli armenti e si coltivino gli orti. A metà XX secolo per vincere la diffidenza dei più conservatori si diceva ecco qui da dove nasce l’idea della Greenbelt! Dalla parola del Signore e dalla notte dei tempi, mica dalla pensata estemporanea di qualche architetto o planner dirigista, in vago odore di stalinismo. Rileggendo la rassegna storica di Bruegmann sullo sprawl nella storia umana, e interpretandola come una specie parabola evangelica di senso analogo a quella che animava lo zelo di certi attivisti howardiani con le loro citazioni bibliche, saltano agli occhi le forzature di scenari che evocavano solenni pater familias pendolari bloccati in un ingorgo di bighe, o gli amici di Boccaccio in villa che nelle pause del Decamerone falciano il prato o ridipingono lo steccato.

In altre parole, il tentativo di attualizzare l’enorme mole di riferimenti storici (comprese città quasi mitiche dell’Asia antica), a dimostrare come lo sprawl sia componente irrinunciabile dell’urbanesimo, somiglia troppo a una specie di saga Flintstones, dove Fred, Barney, Wilma e soci, riproducono in tutto e per tutto uno stereotipo di vita quotidiana del suburbio americano, facendoci entrare qualunque particolare, purché ricostruito in pietra e senza elettricità o motori a scoppio. A pensarci un istante, il «pendolarismo suburbano» su biga o carrozza, di senatori romani o borghesi parigini, è un concetto quasi più surreale delle scorribande di Fred e Wilma allo shopping mall di Bedrock il sabato pomeriggio.

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Foto F. Bottini

Certo neppure questo significa superficialità, o mancanza di attenzione per tutto ciò che non confermerebbe la tesi centrale. Le dinamiche della dispersione insediativa emergono ampiamente documentate dai vari filoni storico-geografici considerati (escluso quello della megalopoli terzomondiale, che come precisato da Bruegmann rappresenta un caso a sé per assenza di rapporto diretto sprawl/sviluppo economico). Si aggiunge, in molti casi, anche una equilibrata miscela di rassegna della letteratura scientifica, di quella di informazione o «militante», e infine dell’osservazione diretta, a dar corpo a quel suggestivo incipit dal finestrino d’aereo. Ma nell’impeccabile incedere fra varie realtà e punti di vista, si nota anche il ricorso alla tecnica mediatica del «panino»: prima opinioni favorevoli, poi contro, e in chiusura di nuovo favorevoli a blindare la tesi. Si aggiunga la tendenza a mettere in ridicolo aspetti di attivismo e militanza che si accompagnano da sempre al dibattito sulla suburbanizzazione, e per uno studioso di razza come Bruegmann il gioco è fatto. Chi è abituato per mestiere a maneggiare fonti ricche e varie, scova facilmente crassi esempi di goffaggine benintenzionata, o casi in cui la «ricerca» non è davvero tale, ma si limita ad ammucchiare documentazione favorevole ad una tesi precostituita, da difendere a oltranza.

Lo storico Bruegmann si premura invece di ricordarci che ha letto, capito, valutato lavori scientifici anti-sprawl noti e riconosciuti, dal Building Suburbia di Dolores Hayden, a Asphalt Nation di Jane Holtz Kay, o la «bibbia» della nuova urbanistica, Suburban Nation di Duany, Plater-Zyberk e Speck. Salta agli occhi con evidenza, però, anche l’incredibile schematismo con cui vengono liquidate alcune teorie ed esperienze, come nel caso di un vero caposaldo dell’urbanistica moderna, il Greater London Plan di Patrick Abercrombie. Quelle pagine complesse e articolate, frutto non solo del lungo lavoro di coordinamento fra uffici, informazioni, centri decisionali, ma anche della stratificazione storica dal primo attivismo garden-city, attraverso gli studi metropolitani di Raymond Unwin, sino alle varie Commissioni tematiche a cavallo fra anni ’30 e periodo dei bombardamenti. Beh, è un po’ sconcertante vedere tutto questo trattato come intuizione arbitraria e un po’ schematica, nel solco del movimento moderno con qualche megalomania alla Le Corbusier, lo stesso Abercrombie ridotto a un autocrate, pure un po’ grigio e burocratico. E questo perché? Per lo stesso motivo che Robert Fishmann ha riassunto con la frase (adesso più chiara) «profondo rispetto per le scelte di milioni di famiglie». Quelle famiglie, nella logica campata per aria di un improbabile liberismo territoriale, evidentemente possono «scegliere» un po’ meno, davanti a una fascia metropolitana a verde agricolo, e in generale a qualunque forma di programmazione e regolamentazione. Certo, la schematicità di molti piani ha provocato guai nella storia, ma ripetere come un mantra che, orrore, limitare gli spazi per le lottizzazioni provoca «aumento dei prezzi», non pare gran che come giudizio storico.

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Foto F. Bottini

Nulla toglie però al valore centrale, senza dubbio innovativo, del libro. Quello in cui riesce magnificamente lo storico dell’architettura di Chicago, è sottolineare la debolezza del consenso su temi anche ampiamente condivisi (come parrebbe diventato lo sprawl), quando il cane culturale inizia a mordersi la coda e citarsi addosso. In effetti va da sé che quando qualcosa diventa luogo comune è anche automaticamente sospetta, per l’accademico ricercatore che vuole aprire nuove frontiere. Ma la sempre citata Bibbia, oltre a ricette sulla greenbelt tra l’altro recita un monito utile per chi fa ricerca: «non uscite dal recinto del tabernacolo; se no perirete, perché l’olio della consacrazione è sopra di voi» (Levitico:10;7). Certo dentro i confini della dissertazione accademica trasgredire è possibile, anzi naturale e necessario, ma sarebbe bene per chi scrive, per chi legge, per chi trae conclusioni, restare sempre cautamente coi piedi per terra, anche se si osservano le cose atterrando negli aeroporti di tutto il mondo per presentare il proprio lavoro

(questo articolo, con pochissimi adattamenti, è stato scritto nel 2006, e pareva di qualche utilità riproporlo oggi)

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