Neotradizionalisti urbani ed ecosistemi: che relazione?

ortaggi

Immagine da: «Victory gardens feed the hungry», Washington 1919

La città ha sempre fatto un sacco di cose innovative, qualcuna buona e molte altre meno buone, specie per l’ambiente e la salute. In fondo la città proprio per la salute e il benessere di chi ci sta era nata, anche se poi sono sorte parecchie contraddizioni e malintesi, primo fra tutti l’auspicabile equilibrio fra natura e artificio, tra componenti meccaniche sterili ed elementi biologici vivi. Si può anzi dire con certezza, che una delle principali fratture indotte dalla rivoluzione industriale nell’organizzazione urbana e nei suoi rapporti con l’esterno è proprio questo squilibrio definitivo, che individua il primato dell’artificiale, addirittura l’identificarsi dell’idea di città con l’artificiale. Una pur benintenzionata sciocchezza, visto che come pure in qualche modo avvertivano da sempre tutte le discipline di studio (inclusa l’economia classica da tutti adorata come nuovo dogma dell’arricchirsi), la città viveva proprio di interazioni organiche col resto, di cui doveva continuare a costituire complemento anche al proprio interno. Mentre invece questa complementarità veniva in assoluto negata, prima separando l’ambiente cittadino in modo netto da quello naturale come nel paradigmatico («filosoficamente» paradigmatico) piano della griglia di Manhattan 1811, e poi con la continua espansione territoriale del medesimo criterio, ben oltre i limiti di sopportabilità igienico sanitaria dei medesimi abitanti.

Ruoli monchi per il verde

Per restare all’esempio di New York citato, visto che può avere valore universale, basta ricordare la parzialità pure «filosofica» con cui l’elemento naturale riesce a tornare in città, un paio di generazioni dopo la sua cancellazione nel piano stradale a griglia. Accadeva, molto semplicemente, che gli abitanti di quel supposto equilibrio tra spazi e flussi fissato dai Commissari con le strade ortogonali a definire gli isolati costruiti, si ammalassero e morissero come mosche. Spuntò così all’orizzonte la nascente cultura vivaistico-artistica della landscape architecture, a promuovere la creazione del grande polmone verde del Central Park su aree ancora non urbanizzate. Un parco in sostanza ispirato a quelli classici europei, salvo che invece di essere una ex tenuta nobiliare avvolta dall’espansione cittadina, stavolta era coscientemente programmato a fini identitari, culturali, e socio-sanitari. Fini che naturalmente costituiscono una importantissima intuizione sul versante dell’equilibrio natura/artificio, ma che come tutte le intuizioni pur geniali non colgono realmente e subito il punto. Il parco formale di era industriale, coi suoi richiami nostalgici all’eden perduto o alle forme tradizionali dell’ancien regime, nato per esigenze di svago, contemplazione, respiro in senso lato rispetto ai vari stress dell’esistenza urbana, non si avvicina ancora al modello di complementarità città-campagna dell’era precedente. Per almeno due motivi: non è pensato se non casualmente in una logica di biodiversità, non possiede almeno all’inizio alcuna prospettiva di rete continua.

Infrastrutture verso infrastrutture

Probabilmente, contro la «filosofia pervasiva» del liberalismo, che attraverso il filtro fondamentale del giurista Gouverneur Morris (estensore materiale sia della Costituzione degli Stati Uniti che del Piano di Manhattan 1811) aveva ideato l’equilibrio di strade pubbliche e case private, ci voleva un’altra «filosofia della natura» altrettanto pervasiva e pratica. Forse all’epoca mancavano le conoscenze scientifiche di cui oggi siamo ben dotati, e che ad esempio ci rendono ben consapevoli di quanto una diversificazione vegetale urbana, al di là della varietà visuale compositiva, possa essere essenziale per la qualità dell’ambiente e il suo autosostentamento, nonché il contributo a ristabilire un rapporto diretto tra la città e il suo territorio agricolo-naturale. A questo elemento di diversificazione si somma poi quello di continuità delle reti, pure analoga e parallela a quella delle strade, piazze, binari, tubi e cavi di cui si compone la città macchina artificiale. Ultimo ma non in ordine di importanza, un fattore ben presente nel verde della città preindustriale, e che con le nuove tecnologie e conoscenze a disposizione torna in gran voga, ovvero quello alimentare degli orti, o delle produzioni impensabili un tempo ma oggi del tutto praticabili. Ciò chiarito, resta da capire se funzione socio-sanitaria, urbana e territoriale di complemento, alimentare, vengano davvero colte sia dalla pianificazione urbanistica in senso lato (individuando spazi e promuovendone usi), sia dagli utenti e operatori. Perché sembra che lasciare ancora una volta al caso e all’intuizione, un ennesimo «ritorno alle origini», dell’orto più o meno spontaneo, del parco a rete a funzioni alimentari, del giardino comune di quartiere, forse non basti. Bisogna porsi le domande giuste, tanto per cominciare, altrimenti resteremo perennemente indietro, a inseguire vaghi indizi.

Riferimenti:
John R. Taylor et. al., Ecosystem services and tradeoffs in the home food gardens of African American, Chinese-origin and Mexican-origin households in Chicago, IL – Renewable Agriculture and Food Systems, febbraio 2016

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