Casa popolare? No: molto, molto di più

Pochi, maledetti, ma subito! Questo da sempre l’argomento principe di tutti i riformismi del mondo, di fronte ai luccicanti, comprensivi, ma lontani orizzonti dell’utopia. I bisogni sono urgenti e tangibili, chiedono una risposta immediata, altro che aspettare magari invano la soluzione totale, la felicità promessa, il sol dell’avvenire. Che sarà bello, ma al momento abbiamo altre urgenze. Più o meno così si potrebbe anche riassumere tutta la storia dell’abitazione economica per tutti, della casa come diritto, del diritto alla città, dell’urbanistica come disciplina sociale, delle politiche urbane come articolazione coerente della politica tout court. Solo per restare all’Italia, val la pena ricordare come nei primissimi anni del ‘900, dopo che – un po’ spaventate dai moti popolari e poi dal regicidio di Monza – le nostre classi dirigenti del tempo avevano gentilmente concesso la prima legge sulle case economiche proposta da Luigi Luzzatti, subito si accendesse la polemica fra gli utopisti e i riformisti del poco maledetto e subito. Oggetto pratico del contendere: città giardino o quartieri giardino? Ovvero: costruire in tempi brevi case decorose, oppure aspettare un po’ di più per organizzarle in nuove città giuste? La scelta si orientò naturalmente verso l’opzione riformista, e quanto all’eventuale giustizia le cose presero rapidamente un altro corso con l’ascesa al potere del Cavalier Benito Mussolini.

Padiglioni lontani

Il quale cavaliere, pur facendo rapidamente e ufficialmente strame dell’ex sole dell’avvenire, fu abbastanza lesto a sostituirlo con un altro, che inglobava a suo modo felicemente anche i riformisti alloggi giardino, salvo modificarli un po’ negli spioventi del tetto come richiedeva la nuova moda razionalista. Era l’utopia che tornava a prendere il sopravvento sul tutto e subito, almeno in forma di visione più vasta del problema. L’alloggio decoroso si collocava stavolta nell’anticittà ideologica del regime: borgata rurale nella grande maglia della bonifica integrale, oppure quartiere periferico satellite della città industriale, che ahimè anche l’ideologia antiurbana aveva bisogno di fabbriche per le sue baionette, e pure per le padelle. Anche ideologie a parte, si affermava ciclicamente il principio secondo cui la casa senza la città (qualunque forma le si volesse dare) ha poco o nessun senso, figuriamoci la casa economica, prodotto politico-sociale per eccellenza.

Cicli

Anche la prima e sinora unica grande esperienza nazionale di costruzione case economiche, quel Piano Fanfani che sino a oggi continua a suscitare discussioni e polemiche senza fine (vedi quelle sollevate da Maria Elena Boschi), ripercorre al suo interno il medesimo schema: prima un accenno prevalentemente teorico in stile pochi e subito, ma quasi immediata affermazione della scala urbana, che si scopre la vera chiave anche economica della faccenda. Il ministro professore di economia aveva pensato, da par suo, alla “casa” come alle quattro mura che contengono la famiglia, e alla “città” come un nebuloso, anche un po’ minaccioso, contorno, senza particolare rilevanza diretta. Come però doveva insegnargli l’evoluzione pratica del suo “Piano per l’incremento dell’occupazione operaia attraverso la costruzione di case per lavoratori”, la qualità dell’alloggio era inscindibile dalla qualità urbana, e infatti tutti si ricordano dei quartieri INA-Casa, mica del buono o cattivo funzionamento dell’INA-Bidet o dell’INA-Calorifero.

Casa città territorio

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Casa di Plastica, Sesto S.G. – Foto F. Bottini

L’inseguimento del mitico rapporto paritario fra un vano abitabile e un abitante, nei decenni successivi ribalterà di senso, sino a configurarsi come un inseguimento alla “sostenibilità”, ovvero a un rapporto meno squilibrato nell’altro senso, con infiniti metri quadri e cubi almeno teoricamente a disposizione di ciascuno, però sparsi ovunque a far più danni che vantaggi reali. Siamo tornati nel regno riformista, dei metri cubi maledetti e subito, che sarebbero più a buon mercato e popolari perché apparentemente meno pesanti sul portafoglio. Ma è vero? Assolutamente no, e sempre per lo stesso motivo: la casa non ha senso senza la città, e la città non ha senso senza territorio, o campagna che dir si voglia. Tutto quel che sembra di risparmiare in termini di pura moneta per il metro quadrato dei locali e dei servizi, lo si paga poi con salati interessi in termini di impatti ambientali e sociali. E non tutto appare tanto vago, volatile come i gusti o le mode, ci sono abbondanti riscontri del fatto che tutto si tiene.

Quanto economica è la casa economica?

La contraddizione fra i pochi maledetti subito dell’alloggio e il sol dell’avvenire della città, in fondo ce la mettono sotto il naso gli stessi immobiliaristi col loro slogan drive till you qualify, ovvero alla lettera allontanati in auto da dove le case sono care, finché ne trovi una alla tua portata. Slogan che sembra pestare il muso contro l’altro della categoria, quello che elenca le tre caratteristiche della qualità di un immobile: location, location, location. Se tutto ruota attorno alla localizzazione, al contesto, cambiando contesto cambia anche la qualità, e la qualità che manca bisogna recuperarla in qualche modo. Come? Risposta desolatamente semplice: drive till you qualify nell’altra direzione, o meglio nelle varie direzioni in cui riesci a recuperare a pezzi e bocconi le qualità di lavoro, consumo, ambiente, cultura, istruzione, a cui hai rinunciato o dovuto per forza rinunciare scegliendo quella location remota. Ci siamo tornati, al fatto che la casa senza la città non esiste, e che la casa economica sospesa nel vuoto è solo un oggetto da laboratorio, buono per riflessioni modellistiche da economisti e architetti.

 

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