Più denso di qui, più aperto di là (parrebbe semplice)

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Foto M. B. Fashion

Le classiche foto notturne scattate dal satellite mostrano tra le altre cose il lungo tratto della costa atlantica orientale degli Usa. Si vedono solo le aree illuminate artificialmente (ovvero urbanizzate) lasciando il resto a fare da sfondo uniforme, e si compone così senza mediare con mappe e tabelle la cosiddetta conurbazione costiera, discendente diretta della megalopoli Bos-Wash individuata dal geografo Jean Gottmann mezzo secolo fa. Si nota anche a occhio nudo ormai quanto l’antica intuizione di un immenso territorio integrato dal punto di vista socioeconomico e dei trasporti, si stia trasformando in un vero e proprio continuum spaziale. Piuttosto inquietante, soprattutto se si pensa che già cent’anni fa il biologo Patrick Geddes avvertiva dei rischi di queste gigantesche conurbazioni: a partire da quelli ambientali e di allontanamento delle grandi superfici naturali e agricole.

All’agricoltura si lega curiosamente una notizia finanziaria: pare che i fondi di investimento ormai considerino superata la fase immobiliarista, ovvero di affidare grandi quote di denaro al mercato dei terreni urbani sperando in impennate di valore; molto meglio puntare sui terreni coltivati, accaparrandosi milioni e milioni di preziosi ettari agricoli, e speculando sulla potenziale fame dei paesi in via di sviluppo. I commentatori mancano però di di notare quanto perversamente questo si leghi esattamente a un altro mercato, quello della casa residenziale, localmente abbandonato dagli speculatori. Ci sono enormi quantità di superfici, punteggiate di villette e centri commerciali vuoti, cresciuti indefinitamente nella logica da nuova frontiera mobile dello sprawl, a consumare allegramente suolo agricolo, e poi petrolio, e con questo modificare il clima, e con questo fa innalzare il livello del mare, e con questo restringere ancora di più il nostro spazio abitabile … E questo cerchio qualcuno continua a chiamarlo «creazione di ricchezza».

Sorge quasi spontanea la domanda: come risparmiarlo un po’, invece, lo spazio abitabile? Anche riciclando quello che già abbiamo, verrebbe da dire con un po’ di eccesso di semplificazione. Non tantissimo, visto che ad esempio la vecchia cultura europea del ripristino e riuso dei nuclei tradizionali si sta diffondendo rapidamente in tutto il mondo, e articolando a seconda dei contesti. È importante comunque partire da un approccio complesso, a unire (o almeno provarci) organicamente vari fattori, senza semplificare troppo come fanno certi economisti contemporanei, forse troppo attenti alla città come macchina da soldi per badare a cosucce come il tracollo delle risorse naturali, o forse ancora speranzosi in qualche miracolosa trovata tecnologica. Quelli che pur a volte rendendosi conto del problema rappresentato dallo sprawl infinito, che oggi interessa contesti come le megalopoli asiatiche o africane, si limitano a consigliare «più grattacieli», salvo poi alla fine della dura giornata lavorativa chiudere il laptop nel campus universitario a bassa densità, e tornare a casa nella villetta con giardino …

A un mercato tradizionale prova a rivolgersi da diversi anni la cultura della densificazione e cosiddetto infill-development, ovvero (in modo assai simile come metodo agli interventi sui centri antichi) di parziale trasformazione edilizia, riuso, inserimento di nuove funzioni e miglioramento tecnico di quanto già esiste nei quartieri suburbani. A partire dalla logica fondativa di questi spazi, ovvero l’orientamento automobilistico che ha costruito forme, distanze, permeabilità (o meglio impermeabilità) attorno a sé. Non sempre il modello del cosiddetto transit-oriented-development si può applicare, ma almeno migliorare un po’ la vita anche a chi non si sposta solo in macchina forse è possibile.

Anche in aree suburbane a bassissima densità a volte si prova a intervenire con piani integrati sui corridoi di mobilità, e molte amministrazioni comunali modificano le norme urbanistiche e intervengono sui tracciati delle strade e la loro organizzazione urbana, promuovendo nodi multifunzionali. Invece dei grandi parcheggi dei centri commerciali sempre meno frequentati, nascono spazi pubblici o edifici a funzioni miste, percorsi pedonali, fermate dell’autobus, insomma qualcosa che ricorda un quartiere tradizionale. Qualcosa che non mette in pericolo chi volesse avvicinarsi al margine della carreggiata, per salire su un mezzo pubblico, o attraversare la zona in bicicletta per comprare da mangiare. Naturalmente non si tratta di una trasformazioni di breve periodo (come quelle certe volte presentate nei nuovi progetti new urbanism o in quelli pubblico-privati) ma di un processo lungo e contraddittorio: si adatterà il mercato immobiliare a un tipo di offerta diverso? Esiste la disponibilità delle reti di distribuzione commerciale a superfici degli esercizi un po’ ridotte, a parcheggi in silo, a arretramenti meno esagerati rispetto al margine stradale? Sicuramente il consenso dei cittadini non manca, se lo si sa cercare.

Altra tendenza positiva, sempre se governata in modo adeguato dalla pubblica amministrazione, è quella del decentramento delle attività economiche: se da un lato negli anni più recenti attività produttive e parchi per uffici a orientamento automobilistico si sono semplicemente sommati allo sprawl residenziale, non è detto che arricchire le zone già comunque urbanizzate di attività terziarie e di servizio non possa contribuire ad accrescere le densità e lasciare ad esempio nuovi spazi per la residenza nel centro tradizionale. Il settore edilizio si muove automaticamente secondo meccanismi consolidati di creazione di poli specializzati, relativamente impermeabili e a riprodurre probabilmente nel futuro prossimo i medesimi problemi da cui era nato il trasferimento, oltre che quelli ambientali e sociali dell’espansione urbana. Si spera che le politiche pubbliche possano arginare almeno in parte questa tendenza, sfruttandone le potenzialità positive.

Fra le qualità più ricercate nei quartieri urbani, che siano residenziali o terziari o misti, e tradizionalmente alla base dell’espansione storica di tipo suburbano, l’essere «immerso nel verde». Anche qui tocca iniziare a riflettere secondo criteri innovativi, perché è evidente che non solo la logica frammentata dei giardini privati sta alla base dello sprawl e dell’esagerato consumo di suolo, ma anche gli effetti complessivi dell’insediamento disperso sono accresciuti da una certe concezione del verde urbano artificiale. Da qualche tempo si è iniziato a ragionare non più in termini di spazio aperto come servizio sociale e per la salute ai singoli quartieri, ma per «infrastrutture verdi» integrate nel territorio vasto, a comprendere orti e giardini privati, parchi, superfici agricole varie, tetti verdi, reti ecologiche ecc.

Centrale il ruolo delle vecchie e nuove coltivazioni urbane, che con un po’ di fatica sta oggi cercando di uscire dalla marginalità occupata nei decenni recenti, spazio residuo per soggetti residui, giusto un passatempo per pensionati sui terrapieni della ferrovia … Una riscossa anche economica, se viene sostenuto un rilancio del settore come modo per dare lavoro redditizio e qualificato a giovani e meno giovani cittadini. Il modello è quello piuttosto noto detto chilometro zero, che integra produzione, gestione, trasformazione, distribuzione commerciale alimentare in un territorio ristretto. E che grazie alle nuove tecnologie in grado di accrescere la produzione per unità di superficie (e di sfruttare tetti verdi, serre, energie rinnovabili, spazi dismessi, idroponia ecc.) può uscire dalla logica di nicchia occupata sinora da pur lodevoli iniziative come gli orti di quartiere a scopo educativo e sociale.

Senza dimenticare che orti parchi e giardini oltre all’economico e al sociale uniscono aspetti ambientali, ben oltre l’estetica, il tempo libero, la pace dell’anima (che già non sono poca cosa). Aspetti ambientali rilevanti, che contribuiscono anche ad abbattere le temperature urbane e contenere le ondate termiche. Riducono anche il rischio di inondazione assorbendo e trattenendo l’acqua piovana, incrementano la biodiversità.

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