Che vuol dire, «Innovazione urbana»?

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Foto M. B. Style

Tutti ci ricordiamo, più o meno dall’epoca delle medie o poco più tardi, il racconto di qualche insegnante sul concetto di «igiene» prevalente in epoche non troppo lontane dalla nostra. Quando dimenticate da secoli le pratiche di cura del corpo e dell’ambiente introdotte ad esempio dagli antichi Romani (terme, bagni, fognature, reti domestiche) tutto sembrava ridursi a pura formalità e apparenza. Profumi invece di una bella strofinata con acqua e sapone, parrucche incipriate invece di un passaggio sotto le forbici del barbiere o della ruvida spazzola, gabinetti di decenza decenti solo perché c’era una porta da chiudere, non certo perché smaltissero decentemente quei rifiuti organici, scaricandoli a caso qui e là, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Era il trionfo dell’ideologia dell’immagine, per usare un modo di dire dei nostri tempi: tutto si risolveva nelle apparenze, bastava non badare più di tanto alla sostanza, scordarsene l’esistenza, girare occhi naso e cervello altrove. In fondo è una pratica ancora diffusissima, anche se oggi magari non riguarda più quel piccolo segmento degli stili di vita che chiamiamo igiene personale. Ma come, verrebbe da chiedersi, davvero ci stiamo trascinando appresso inconsapevolmente, e da un paio di secoli abbondanti, una delle tare più stupide dell’ancien regime? Proviamo a guardare le cose da un punto di vista più ampio, magari non necessariamente larghissimo.

Occhio si specializza, cuore non duole

Il nobile fannullone e debosciato che ci ha tramandato certa letteratura, scaricava i propri escrementi qui e là senza badar troppo a nulla, salvo alla «decenza» del non farsi vedere. In fondo anche le masse col loro irrompere più o meno rivoluzionario sulla scena, non si comportavano tanto diversamente, almeno fino alla scoperta scientifica e urbana di John Snow: l’ambiente accumulava schifezze, magari invisibili all’occhio, ma assai percepibili alla nostra salute o sopravvivenza, come i vibrioni del colera in certe fontane contaminate di Londra, da cui regolarmente partivano le epidemie a cerchi concentrici. La prima reazione fu di recuperare, semplicemente, l’antico sapere dimenticato degli ingegneri Romani, ripulendo e bonificando le città mediante puro allontanamento dei rifiuti, ma coi decenni si pose (quasi ovviamente, ma vacci a pensare all’epoca) il medesimo problema altrove, ovvero dove quei rifiuti si andavano a riconcentrare, senza che alcun processo naturale fosse in grado di reimmetterli nel ciclo virtuoso. Cosa che vale per tutto, dalle nostre feci, agli scarti delle tavole domestiche, ai rifiuti industriali e ad ogni esternalità umana possibile e immaginabile: prima o poi il semplice allontanamento e separazione, occhio non vede cuore non duole, arriva a una crisi. Lo zoning nella sua forma pura e ideologica è la traduzione in regole apparentemente equilibrate della pratica «gabinetto di decenza».

Le cittadelle dell’eccellenza arlecchina

Con la scusa di eliminare o allontanare aspetti sgraditi, o pericoli per il sacro equilibrio dell’immagine dal gabinetto di decenza, si taglia, si proibisce, ma la stessa cosa fuori da lì diventa oggetto centrale del contendere. Il povero escluso dal quartiere ricco diventa il protagonista della filiera quartiere popolare, il veleno escluso in forma diluita dalla zona sana si ripresenta come grassa risorsa e fonte di ricchezza nel distretto della bonifica e riciclo, il trambusto dell’attività economica allontanato dall’altare domestico della casetta con giardino, si trasforma in demenza workholic e trionfo della competizione ad ogni costo nella selva di grattacieli del quartiere finanziario, o nell’office park astronave suburbano. A loro volta anche questi generici distretti specializzati poi si specializzano ulteriormente, trasformando di fatto scarti indesiderati in risorsa, per pura ideologia dell’apparire, quando invece si tratta di convenzione, non diversa dall’antico vezzo della sporcizia nascosta da profumi e parrucche. Fin quando non saltano all’occhio, evidenti come i cadaveri del colera di Londra davanti al dottor Snow, i cosiddetti «limiti dello sviluppo», ovvero il rimosso, allontanato, negato, che rispunta ancora peggio di prima. E oggi, finalmente, si inizia a ragionare in modo integrato. Come coi vecchi quartieri industriali, o direzionali, o dei laboratori di ricerca.

Riprendiamoci le astronavi

Ecco, forse la logica del laboratorio di ricerca così come è fissata nel nostro immaginario riassume al meglio questa tendenza: un posto quasi naturalmente separato (il laboratorio segreto, il sotterraneo, il castello con ponte levatoio dell’era moderna) da tutto il resto, e che esclude asetticamente quanto ne potrebbe contaminare la «purezza». Mentre d’altro canto dovrebbe invece saltare agli occhi quanto i «contaminanti» altro non siano che la vita, ciò che consente all’ambiente asettico di esistere. Nella logica di integrazione, di sistema, di consapevolezza che specializzare non ha alcun senso, oggi la «cittadella della conoscenza» va concepita solo e soprattutto per le sue potenzialità di costituire embrione di nuova città. Non una comunità di eletti e fortemente gerarchizzati specialisti, ma un sistema di fasce sociali tendenzialmente immerse in ambiente equo e di pari opportunità, dove abitare e lavorare non siano compartimenti stagni. L’organizzazione fisica dello spazio è il primo passo per questa integrazione, ad esempio massimizzando il ruolo degli ambiti collettivi e pubblici, dei luoghi di incontro e relazione. E se questa vi pare una specie di utopia anarcoide, è solo perché siete degli inguaribili reazionari ancien regime, andiamo levatevi la parrucca piena di pidocchi e guardatevi allo specchio: vergogna!

Riferimenti:

Bruce Katz, Jennifer S. Vey, Julie, Wagner, One year after: Observations on the rise of innovation districts, Brookings Institution, 24 giugno 2015

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