È il mercato (edilizio), baby?

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Foto M. B. Fashion

La domanda e l’offerta di qualcosa, un po’ come tutto il resto, si possono leggere in vari modi. Le due grandi famiglie in cui si può ricomporre lo schema di lettura si riassumono più o meno in: interpretazione ideologica, interpretazione sintomatica. La prima tende in un modo o nell’atro al dogmatismo, al naturalismo, a dire che se esiste una domanda, quella domanda deriva da impulsi naturali profondi, che vanno assecondati se non si vogliono combinare disastri. La seconda più prudentemente ritiene che anche la domanda a sua volta si componga di parecchie cose, di cui quell’impulso profondo magari è una delle componenti, ma non necessariamente qualificante, anzi a volte (se si osservano i fenomeni col senno di poi) si domanda esattamente il contrario di quel che suggerirebbe l’impulso, sulla base di altri condizionamenti. Cosa quanto mai valida se la domanda in questione è la «domanda di alloggi», tema così complesso e intricato da aver costruito intere scuole filosofiche dall’epoca a ben vedere non lontanissima in cui modernamente si pone la classica «questione delle abitazioni». Cosa diavolo esprime, questa domanda di casa?

Già: di cosa avremmo bisogno esattamente?

Per farsi un’idea relativamente ragionevole delle componenti la domanda di casa, invece di lanciarsi dentro massimi sistemi con riferimento al rifugio del singolo e della famiglia, o più in generale della comunità eccetera, si può partire da quel fenomeno complesso ma recente che è la suburbanizzazione (o espansione urbana se vogliamo generalizzare) del secondo Novecento. Da quale «domanda di casa» è alimentata? Una risposta illuminante ci arriva per esempio dalla sociologia dell’organizzazione, quando già a cavallo tra le due guerre mondiali studia la mobilità territoriale dei quadri alti e intermedi delle grandi e medie imprese, le stesse che nel decennio precedente grazie alle innovazioni tecnologiche avevano iniziato il noto processo di decentramento. La sociologia dell’organizzazione, in buona sintesi, arriva a individuare la «domanda sociale» di case e quartieri suburbani classici, quelli automobilistici di villette eccetera stigmatizzati subito anche dalla letteratura popolare, semplicemente come aspirazione di carriera degli uomini dell’organizzazione, e ovviamente del modello familiare che si trascinano appresso. A questa domanda diciamo così naturale, si aggancia poi anche la strategia collaterale delle medesime imprese (le stesse che invaderanno il mercato «consumista») per rispondere in modo integrato a tanti nuovi bisogni. Dove sta, qui, il sogno di fuga dalla città, di ricongiungimento con prati e boschi perduti nell’infanzia e compagnia bella? Da nessuna parte: quel quartiere dormitorio è una specie di prolungamento del dormitorio del college, o della camerata militare, annesso all’impresa con molte sedi sparse.

Domanda coatta condizionata

Con questa premessa sulla (scientificamente verificata) origine della «domanda di casa» nel classico suburbio, che fa addirittura passare in secondo piano pur confermandola, la famosa tesi della suburbanizzazione come strategia di sviluppo integrato delle grandi imprese, si pongono anche le basi per giudicare qualcos’altro. Ovvero il ciclo di marea assolutamente opposto che starebbe interessando le nuove generazioni di giovani adulti, interessate come ci dicono tanti studi a ambienti urbani lontani mille miglia dai baccelli autoreferenziali in cui sono cresciuti i loro genitori. Perché come aspettavano al varco gli operatori tradizionalisti dell’internazionale immobiliare, arrivata alla soglie della fisiologica formazione di famiglia, stabilizzazione dei consumi, debutto completo in società dopo gli anni post-formativi della vita da single, anche la generazione Millennials parrebbe (dicono le statistiche) preferire il suburbio. Ma siamo davvero sicuri che stavolta la domanda domandi davvero quel che vuole? I loro nonni, i loro genitori, domandavano carriera dentro la grande Organizzazione di cui si sentivano componenti molecolari, e andavano a occupare gli spazi messi a loro disposizione dal sistema, in quelle amebe territoriali suburbane. Mentre se ben guardiamo la domanda di casa espressa, i bisogni espliciti e le aspirazioni dei nuovi giovani, non pare esserci nulla (né ne esistono le basi) di quella vecchia appartenenza, le molecole vagano assai più libere, con la loro relativa precarietà, le connessioni a rete, i consumi tendenzialmente smaterializzati. E le solite file di casette, in quella prospettiva, sono al massimo ciò che offre il convento immobiliare, un compromesso al ribasso in attesa di meglio, altro che il sogno immerso nel verde: da quello ci si è svegliati da un pezzo.

Riferimenti:
Libby Kane, Millennials are starting to buy homes, and they’re headed to the suburbs, Business Insider, 20 ottobre 2015

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