Far finta di essere sani (ma essere urbani)

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Foto F. Bottini

Quando ascoltiamo pensosi architetti riflettere ad alta voce sul «problema delle periferie», non possiamo fare a meno di condividerne il punto di vista: degrado spaziale, degrado ambientale, degrado sociale e questioni economiche, tutto si lega inestricabilmente. Siamo così intenti ad ascoltare la narrazione degli architetti, che ci sfugge una contraddizione macroscopica: se ci spostassimo idealmente nello spazio e/o nel tempo, potremmo ascoltare una analoga, e analogamente convincente, narrazione secondo prospettive del tutto contrastanti. Cominciamo quindi a spostarci ad esempio nel tempo, all’epoca in cui quelle periferie venivano pensate, o addirittura «pianificate» come si suol dire. Esistono parecchi disegni, articoli, filmati, in cui architetti più o meno simili a quelli che ci parlano oggi, raccontano di degrado spaziale, degrado ambientale, degrado sociale e questioni economiche, tutto inestricabilmente legato. Solo che ambientano questa narrazione in negativo dentro a quartieri storici tradizionali, coi loro alloggi fatiscenti, i vicoli angusti, le pareti umide, le botteghe oscure e le malattie striscianti: poi appaiono le luminose prospettive dei nuovi quartieri, dove regnano l’ordine la salute la pace e la serenità. Ma col senno di poi lo sappiamo, che non solo quei quartieri sono esattamente le periferie che un altro architetto ci spiega essere il contenitore dell’obbrobrio, ma anche il medesimo centro storico culla di tutti i mali, restato sostanzialmente uguale salvo una mano di bianco e qualche tubo di impianti in più, adesso è la meta sognata di chi se lo può permettere.

Cambiare tutto per non cambiare niente

Certo il medesimo senno di poi ci potrebbe suggerire, però, anche il classicissimo «ma all’epoca non potevamo sapere», che spiega sempre tutto. Cioè, ad essere più precisi, gli architetti non potevano sapere che l’evoluzione tecnologica, sociale, economica dei lustri successivi avrebbe portato i loro quartieri ideali a diventare simbolo di degrado analogo a quelli allora «infernali» delle zone storiche, dove invece investimenti privati di entità a volte inferiore a quelli sociali necessari per i quartieri di periferia riuscivano a produrre quella specie di miracolo di rivalutazione, non solo immobiliare. Ma proviamo a spostarci, adesso, nello spazio anziché nel tempo, cioè in un’altra sala dove un altro architetto ci sta esponendo la sua ricetta per risolvere il «problema delle periferie». Ancora staremmo già condividendone il punto di vista sull’intreccio di degrado spaziale, degrado ambientale, degrado sociale e questioni economiche … ma non possiamo dimenticarci né del primo architetto, né di quella nostra escursione nel passato: qualcosa non torna, ed è il metodo. Perché il nostro progettista certo come i suoi predecessori e il suo collega «non può sapere» alcune cose, ma altre dovrebbe saperle eccome, se le capiamo anche noi. Potrebbe/dovrebbe ad esempio sapere, capire, che se c’è qualcosa che non va proprio, in questa analisi della complessità, è il suo essere semplice e lineare: ci sono tanti fattori, sempre, ma non cambiano le priorità, quelle restano inchiodate al tavolo da disegno.

Il medium è il messaggio, ma il contenitore non è il contenuto

Le periferie non si sono degradate perché ci fosse qualcosa di sbagliato, o che è diventato sbagliato nel tempo, nel solo disegno fisico degli spazi, e neppure (va sottolineato pure questo) nella sola composizione sociale, o nella sola distribuzione dei servizi, o nella rigidità alle innovazioni tecnologiche eccetera. Il degrado dipende dalle enormi difficoltà di adattamento del contenitore al contenuto, non dal contenitore in sé e per sé: per questo sbaglia e risbaglia l’architetto quando propone i suoi progetti a partire da quello, così come sbagliano coloro che si accontentano della sua narrazione consolatoria: vi rifaccio il pacchetto e cambieremo completamente anche il regalo che sta dentro. Balle, e neppure più giustificabili con l’eterno «non potevamo sapere». Adesso si può sapere, eccome, grazie alle ricerche sul territorio fatte usandolo per quello che è, ovvero il luogo dove avvengono certe cose, e non altro: la gente manifesta determinati disagi? Dove li manifesta? Perché? Ci sono fattori esterni oltre a quelli interni? Il disagio colpisce di più certi soggetti rispetto ad altri? Dopo aver risposto in termini aggregati a tutte queste domande, magari è possibile pure stabilire delle priorità, invece di scambiare lucciole per lanterne, e intervenire di conseguenza. Se si mangia troppo e male, non si riesce a smaltire e si diventa grassi e malati, di sicuro non è colpa delle panchine troppo comode, come vi direbbe subito un progettista di panchine scomode, o di giardini senza panchine. È la complessità, baby, e va affrontata con strumenti adeguati, per non fare sempre la figura da scemi di fronte alla realtà. Vedi Riferimento, preciso come una ricerca svizzera

Riferimenti:
AA.VV. Persistent spatial clusters of high body mass index in a Swiss urban population, British Medical Journal Open, gennaio 2016

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