Farsi male da soli in villetta

Foto J.B. Hunter

Quando si dice vado a stare «in campagna» si intende ovviamente in una periferia remota a bassa densità (salvo chi abita qualche fattoria perché ci lavora) con l’idea di avere tanto spazio aperto, la famosa immersione nel verde delle promozioni immobiliari, ma senza rinunciare a nessuna delle cosiddette comodità. Per capire se ci si rinuncia oppure no forse è meglio fare un sistematico elenco di tutti questi aspetti della vita quotidiana che si ritengono giustamente indispensabili, e farlo in senso aperto ovvero cercando di capire effettivamente di cosa si tratta. Partendo dalla primissima cosa ovviamente indispensabile per la sopravvivenza e che ha proprio a che fare in modo indiretto con quella idea di ambiente campagnolo citata all’inizio, ovvero la spesa alimentare. Facilissima quando nella grande concentrazione di persone a cui offrire i propri prodotti e servizi, pullula anche l’offerta di ogni possibile segmento e comparto, specializzato o meno. Consentendo di scegliere tra la bottega, la bancarella, il negozio o il supermercato, e in tutti i casi optando o meno per la spesina dell’ultimo momento o la scorta programmata magari sullo spazio effettivamente disponibile per stoccarla. Nell’ambiente campagnolo suburbano in media non c’è (sicuramente ce n’è molto meno) tutta questa articolazione, sostituita da piccoli o grandi monopoli che dettano modi e costi e varietà. Nei tempi più recenti è subentrata l’offerta della città virtuale del centro commerciale, che però comporta pendolarismo non diverso da quello per lavoro scuola servizi, spostamenti di non piccola entità, tempo, spese supplementari.

I costi per nulla nascosti

Quelle spese supplementari per fruire del centro commerciale si riassumono molto bene nella parola «carburante», dato che di mobilità automobilistica privata si tratta quasi sempre, di nuovo con una specie di imposto monopolio. Dunque nell’ambiente denso urbano all’offerta variegata di spesa o fruizione di servizi vari si affianca – complemento ovvio di densità – la piccola distanza da coprire per raggiungerli da casa o dall’uno all’altro, e comunque una grande varietà di modi per coprire quella distanza, dal camminare ai vari mezzi privati in proprietà o condivisione a quelli pubblici collettivi, che operando a rete garantiscono molto più che una somma di andate e ritorni da un punto fisso, come avviene in genere nel suburbio/campagna. Visto che si è citato il termine condivisione/sharing vale certamente la pena accennare al fatto che si tratta di qualcosa esteso molto oltre la cosiddetta sharing economy di trasporti e altro, a coprire infiniti aspetti, sino al rapporto tra tasse verste in generale e quanto si riceve in cambio, qualitativamente e quantitativamente parlando. Pare ovvio, visto che stiamo parlando di densità economico-sociale complemento di quella edilizio-umana-funzionale, ma pare opportuno sottolinearlo un’altra volta. Ma c’è forse un ultimo aspetto di questi costi della dispersione o decentramento che dir si voglia, meno evidenti, da mettere in rilievo, ed è quello del verde e spazi aperti, nelle loro forme articolate di fruizione e non.

Il verde virtuale

La questione vera è soprattutto ideologica, e ha a che vedere col senso reale dell’abitare «immersi nel verde». Immersione coincidente con l’obliterazione della natura che si era andati a cercare, nonché con l’accettazione di una serie di squilibri che la città ha superato qualificandosi come luogo dell’artificio per eccellenza. Immergendosi così nella natura attrezzati dei propri trabiccoli di sopravvivenza cementizia e analoga, solo per fare qualche esempio a caso, espone assai più facilmente ad essere allagati, bombardati di grossi micidiali chicchi di grandine, rami che crollano, radici che si insinuano ovunque, oltre che non condividere il prezzo del ripristino con nessuno per via del beato isolamento. Senza contare che alla fin fine la vera soluzione dei problemi sta proprio nell’obliterazione tendenzialmente completa di quella natura, ovvero nella propria urbanizzazione fisica di quello spazio, ma priva della contropartita sociale caratteristica della città. Ne valeva la pena, di andarsi a cercare tutti questi guai inseguendo quel confuso fantasma? Da un punto di vista pedagogico probabilmente si, ma soltanto per verificare di prima mano quanto la promozione immobiliare-automobilistica-commerciale racconti enormi frottole, anche se in un secolo e mezzo di esperienza ha imparato a raccontarle molto bene. Per esempio rigirando la frittata come fa l’articolo linkato di seguito, e che riduce tutto a costi monetari, scordandosi guarda un po’ di dirci cosa si compra, esattamente.

Riferimenti:
Steven John, 6 of the worst hidden costs of living in the suburbs, Business Insider, 12 luglio 2019

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