Fermate i ruralizzatori di città!

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Foto J. B. Gatherer

Non è una questione di intelligenza o meno, ma di puro buon senso, o se vogliamo di calcoli da casalinga. Detto in altre parole, e parafrasando la solita frasetta di Marx: il capitalismo ha strappato milioni di contadini dalla vita rustica, e da quel giorno loro stanno strenuamente lottando per tornarci a capofitto. Notare appunto che ho tolto il famoso idiotismo (il quale si traduce propriamente con localismo, ristrettezza di orizzonti, specializzazione in senso lato) lasciando la vita rustica in quanto tale, senza altri giudizi, perché è di quella che ci si vorrebbe occupare qui. Quella vita, idiotista o brillantista che sia, è stata storicamente travolta dai fatti. Vediamoli brevissimamente quei fatti: prima ci sono le enclosures del capitalismo nelle campagne, che da un lato iniziano il processo di propulsione alla produttività agricola, e dall’altro cacciano via contadini lasciandoli disoccupati. Sono loro per primi a marciare verso le città alla ricerca di lavori alternativi, che troveranno nella nascente industria. Il processo poi va avanti con la polarizzazione città-campagna sempre più forte, con la meccanizzazione del lavoro agricolo e il crollo dell’occupazione, ma d’altra parte si impenna anche la produttività per unità di superficie: ci vuole sempre meno lavoro, e meno terreno, per mantenere in vita un esercito crescente di persone dedite a tutt’altro. Come ci ricorda Dylan Evans nel suo recentissimo The Utopia Experiment, dedicato alla depressione clinica collettiva del mito del buon selvaggio o contadino ruspante: «Quando Platone parlava di divisione del lavoro, sosteneva che lo stato al minimo si compone di quattro o cinque soggetti, un contadino, un muratore, un tessitore, e un paio di altri al massimo. Oggi solo per fare un esempio la Classificazione Ufficiale dei Lavori usata a livello federale negli Usa, elenca 840 diversi tipi di occupazione».

L’urbanizzazione dei sentimenti

Il che, visto da una prospettiva diversa, conferisce un senso assai pervasivo a quell’aggettivo “urbano” usato in modo spesso disinvolto e senza particolare rapporto con l’organizzazione spaziale. Perché, al netto dei calcoli di Platone, e con il continuo impennarsi delle tecnologie produttive dell’agricoltura, ci resterebbero ottocentotrentanove ottocentoquarantesimi di superficie terrestre variamente occupati da fabbriche, uffici, negozi, abitazioni, ospedali, scuole e giardinetti annessi, e solo quel rettangolino teorico destinato al contadino platonico. Il che in fondo è del tutto coerente col famoso processo di urbanizzazione planetaria, secondo cui sull’arco di poche generazioni anche l’organizzazione della vita e dello spazio seguirà sul serio quelle proporzioni. L’hanno in qualche modo intuito da parecchio tempo, tutti coloro che, dai primi vagiti della landscape architecture (non a caso più o meno paralleli ai processi di urbanizzazione e industrializzazione), hanno iniziato a scollare la perfetta corrispondenza fra spazio aperto coltivato ed esigenze della produzione alimentare. Un percorso, questo, che ad esempio vede la sempre maggiore diffusione delle politiche rurali tese ad assicurare reddito e prospettive di ottima qualità della vita, ai contadini, non tanto in cambio dei valori nutrizionali e di mercato delle loro vacche, o sacchi di grano o patate, ma della capacità di mantenere e sviluppare i valori del territorio, che siano ambientali, culturali, identitari. Ovvero, per certi versi, di fare da coefficiente di moltiplicazione della famosa unità platonica, a ristabilire qualche equilibrio nel pianeta delle città terzo millennio dove tutti vogliono essere urbani.

La schizofrenia da curare

Ma come si diceva all’inizio, gli ex contadini strappati alla vita rustica, da quel dì lottano per tornarci dentro fino al collo, e parrebbe che l’obiettivo sia a portata di mano. Per un paio di generazioni o tre, questa immersione simbolica nel verde è stata praticata con la suburbanizzazione o dispersione o sprawl: si fugge dalla città senza rinunciare a un atomo dell’immaginario urbano e della sua sostanza socioeconomico-occupazionale, cercando simboli vaghi come il villino, il giardino o orto, relazioni vicinali da villaggio contadino immaginato. Ai nostri giorni, proprio mentre cresce il tasso di urbanizzazione, cresce il ritorno fisico di certo immaginario rurale intra moenia, con componenti ambientali, alimentari, salutistiche, ma ahimè con una tara di immaginario produttivo e culturale. Vale a dire, che alla condivisibile aspirazione a migliorare l’ambiente urbano ancora impestato degli strascichi del ciclo industriale ad impatto elevato, se ne uniscono altre assai meno condivisibili. Anzi, spesso l’aspirazione pare proprio e chiaramente anti-urbana, come del resto avvenuto nel ciclo di suburbanizzazione: l’orto faticosamente conquistato sul rilevato ferroviario diventa il cuneo per scardinare la città in quanto tale; l’edera rampicante sulle facciate smette di essere ornamentale e complementare, quando si spera che faccia crollare l’edificio insinuando le sue radici nelle strutture. In questo senso, appare più che mai urgente ridefinire il concetto di “agricoltura urbana”, dato che l’aggettivo qualificativo con l’estensione a tutto il pianeta smette di essere davvero tale. Ovvero ci possono essere pratiche del tutto coerenti sia con la trasformazione e gestione dello spazio urbanizzato (una specie di landscape architecture sociale diffusa), sia con qualche aspetto di tipo produttivo alimentare e/o ambientale, che però nulla hanno a che spartire col recupero del mondo rurale in quanto tale, salvo le conoscenze e alcune sensibilità. In questo senso, la crescente importanza anche economica di pratiche colturali urbane e periurbane, non può non tenere conto sia delle potenzialità tecniche e organizzative già a disposizione (vertical farm, idroponia, integrazione con le reti distributive locali), sia in generale delle politiche urbanistiche e sociali. Perché la moda di coltivarsi l’orto, o usare temporaneamente qualche lotto in attesa di destinazione definitiva, non si trasformi suo malgrado in una ideologica riproposizione di slogan fascisti antiurbani, che lasceremmo volentieri al passato. Se si vuole recuperare il meglio del mondo rurale, la strada maestra da percorrere è proprio quella di archiviare l’idiotismo di Marx, tenendo buono tutto il resto.

Riferimenti:
Ron Jones, Urban Farming Advocates Take Cause To Sacramento City Council, Sacramento CBS Local, 24 marzo 2015

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