Gentrification: a furia di rigirarle le parole perdono senso e peso

Foto M. B. Cook

Il trionfo di un certo approccio soggettivo dilagante mostra da tempo la corda, anche e forse soprattutto quando il soggettivismo si traveste da qualcos’altro nella forma condivisa dell’interesse particolare di un gruppo o fascia. È il caso delle opposizioni nimby alle trasformazioni urbane (praticamente a qualunque, trasformazione urbana che altera equilibri considerati dogmaticamente immutabili), in sé e per sé ottimo indicatore e sintomo di disagio, perché i decisori pubblici e privati adeguino merito e metodo dei propri progetti anche al contesto sociale. Ma nel caso di contrapposizioni frontali senza sbocco salvo il blocco di ogni trasformazione, questa opposizione si rivela al tempo stesso trionfo di un interesse particolare su un altro (anziché del conclamato interesse collettivo contro quello individuale), e controproducente stasi in un metabolismo urbano che necessariamente della trasformazione, dell’evoluzione, si nutre. Ma il vero risvolto negativo sta nel metodo, nella visione soggettiva individuale-condivisa, che in pratica ribalta l’idea di città, da un tutto organico complesso contraddittorio conflittuale, a tendenziale pura somma aritmetica di parti.

No cosa?

Le vicende recenti del termine gentrification e delle relative politiche pubblico-private per contrastarla, stimolarla, governarla (quello assai più raramente) sono illuminanti a proposito. È certo che l’esca sia stata in realtà lanciata in perfetta malafede dai promotori della cosiddetta «gentrification buona», già di per sé processo senza alcun rapporto col senso originario della parola, ma va aggiunto che anche i fieri oppositori di non si sa bene cosa hanno subito abboccato. Scambiando pere con patate, vaghe intenzioni con realtà immaginate, sino al punto in cui ormai gentrification identificava tutto ciò che era gradito (ai promotori immobiliari e finanziatori) o al contrario temuto come la peste nera (dai residenti organizzati e da certe culture piuttosto underground pur ammantate di qualche legittimità scientifica). Leggiamo così via via che quella un tempo individuata come sostituzione/appiattimento sociale, che indebolisce il tessuto dei quartieri e delle città, diventa invece sostituzione edilizia «cementificante», o rilevato incremento del reddito medio degli abitanti di una zona, a volte definita arbitrariamente, o addirittura puro sintomo scovato da qualche genio della superficialità, dallo spuntare di alcuni tipi di negozi (potrebbero essere un indizio, non la gentrification in sé) o affermarsi di consumi e stili di vita là dove ce ne erano tradizionalmente altri. E la dialettica politica finisce per svilupparsi in conflitti locali contro il sushi a favore della focacceria etnica, o roba del genere.

Politiche

Dato che poi i rappresentanti eletti devono in qualche modo rispondere agli elettori, finisce anche che queste vere e proprie leggende metropolitane e pregiudizi campati per aria finiscano per ispirare piccoli o grandi programmi di investimento di risorse, orientamento di processi, ammortizzatori sociali vari. Ma lo intuisce chiunque che se la malattia viene diagnosticata superficialmente su alcuni sintomi superficiali intervenire su quelli non cambia affatto le carte in tavola, anzi finisce per nascondere il problema vero, che è e resta una trasformazione urbana sterilizzante, priva di senso che non sia quello di una discontinua «valorizzazione» in genere immobiliare, o formazione di artificiose sacche sociali, di per sé non particolarmente dannose, se la loro presenza fosse adeguatamente contestualizzata. Resta, di fatto, una ex città industriale o mercantile in crisi permanente da mutazione tecnologica, organizzativa, socioeconomica, suburbanizzazione automobilistica, che invece di sparare alle sagome fasulle della gentrification inventata o comunque mal interpretata, meglio farebbe a porsi domande più generali sul proprio senso. Per esempio, se una pur indispensabile in qualche modo e misura «sostituzione sociale», non possa configurarsi semplicemente come adattamento a nuovi orizzonti ambientali, economici, urbani, energetici e climatici, e soprattutto coinvolgere direttamente gli abitanti, cambiando loro anziché sostituirli. E anziché continuare a cercare una bacchetta magica per lo sviluppo, un «motore locale» ormai improbabile, inesistente.

Riferimenti:
John Gallagher, Gentrification misses real problem in Detroit, urban expert warns, The News Tribune, 12 luglio 2018

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