Guardiamo in faccia le nostre scelte di vita

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Foto F. Bottini

Sarà capitato un po’ a tutti, in una assemblea o riunione, o magari come capita sempre più spesso sul social network, di non riuscire in alcun modo a sviluppare o proporre un ragionamento per esteso, a volte neppure accennarlo. C’è sempre il tizio che prima o poi (di solito prima, anche molto prima) irrompe con le sue considerazioni particolari, che paiono una provocazione a freddo ma non lo sono affatto. Solo, lui o lei vivono una dimensione in cui dialogo o ascolto non esistono, salvo la gara a chi grida più forte, o manifesta più propensione all’arguto rimpallo. Così, tanto per affermare la propria esistenza in vita secondo un modello di concorrenza applicato all’universo intero. Tra le forme più diffuse di questo genere di aggressività noncurante e micidiale, c’è quella basata sull’altro problema, o meglio sul fatto che il problema sarebbe un altro, sempre e puntualmente un altro. Vizietto storico ad esempio della nostra politica, come ricordava sconsolatamente Luciano Bianciardi mezzo secolo fa:

non si è mai saputo di un problema risolto; semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro” (Il lavoro culturale, Feltrinelli 1957). Se questa è la declinazione abbastanza tipica di chi prende le decisioni o le ispira, anche fra chi direttamente non decide alcunché questa forma di sgangherato qualunquismo imperversa, soprattutto quando si tratta di provare a prendersi qualche responsabilità, o solo di considerare onestamente le questioni. Chi passa col rosso o evade le tasse urla paonazzo che non si dovrebbe affatto star a guardare queste cosucce, ma concentrare la repressione su ben altri crimini. Quali, esattamente? Beh, di solito una nebulosa grigiastra che esclude le sedicenti veniali abitudini del nostro o della nostra. E le abitudini sono sacre, quelle familiari in particolare, diritti inalienabili sanciti da Dio in persona. E nel caso si scopra che Dio in qualche modo li punisce, questi comportamenti, basta iniziare a strepitare anche contro la divinità, che come si permette ….

Abitudini, e non c’è niente come quelle che si confondono con la vita stessa. Cose tipo mangiare, dormire, far spesa, spostarsi, piazzarsi qui e là a far qualcosa: ah, la vita! Riassumendo per sommi capi questi gesti, vediamo una cucina e una camera da letto in una casa, un garage dove prendere la macchina per andare al centro commerciale, le piazzole dei parcheggi e se non ci sono qualunque posto è buono, bisogna pur vivere. Quelli che me ne vado dalla città, vado a vivere in campagna, ma poi la campagna non sanno neppure cosa sia (la campagna è quel posto dove la maggior parte degli abitanti trae il proprio reddito da attività agricole e correlate), e gli stili di vita sono quanto di più micidiale per le campagne, in qualunque accezione le proviamo a leggere. Dall’enorme consumo di suolo agricolo per funzioni diverse, dalle lottizzazioni alle strade agli scatoloni commerciali direzionali o di servizio, a quello energetico per trasporti, riscaldamento, condizionamento, agli esasperati consumi privati di ogni cosa, che certi specifici stili di vita portano fatalmente con sé. Ma se solo gli accennate mezza di queste contraddizioni, sarete immediatamente travolti dal famoso “il problema è un altro”.

Il diritto alla libera scelta non si tocca, ma per adesso proviamo ad accontentarci di spiegare almeno a lorsignori quanto ci costa, la loro sbraitante autoreferenzialità. Ci ha provato scientificamente un programma di ricerca dell’Università di Berkeley, Cool Climate, che come evoca il nome parte dall’idea di riscaldamento del pianeta per emissioni da attività umane, e prova a svilupparne i rapporti con i famosi stili di vita in senso lato. Un rapporto sul periodico specializzato Environmental Science & Technology (ES&T), dimostra sino a che punto le aree suburbane (quei sistemi insediativi prodotti dai tizi che vanno a “abitare in campagna” sentendosi superiori) scavalchino di gran lunga le città quanto a emissioni, vanificando anche gli sforzi che si fanno per limitarle in tutti i modi. Sulla base di dati censuari incrociati la ricerca calcola l’impronta ecologica dei due contesti urbano e suburbano, ad esempio per gli spostamenti in auto, il riscaldamento ecc. Naturalmente secondo i benaltristi di casa nostra, al massimo, si tratterebbe di una cosa valida solo per quegli alieni stravaganti di americani, e rispondere che si tratta di capire il metodo, non il merito, provocherebbe al massimo delle spallucce. Il problema è sempre un altro, si sa.

Ecco quest’altro problema si quantifica così: le aree metropolitane mappate secondo il livello di emissioni si delineano come “uragani di impronta ecologica, coi nuclei urbani interni a bassa pressione e attorno la minacciosa corona suburbana”, racconta il coordinatore di ricerca intervistato dal sito della Berkeley University. Nelle zone urbane dense i relativi stili di vita fanno sì che le emissioni siano circa del 50% inferiori alla media nazionale, mentre per le fasce suburbane la quota cresce fino ad arrivare al 200% nell’esurbio esterno. Si aggiunga che la popolazione delle aree statisticamente classificate urbane (ovvero anche a densità relativamente bassa) è superiore a quella suburbana, e si nota ancor di più sino a che punto la vita ideologicamente ispirata al cosiddetto American Dream, e sventolata come vessillo identitario dalla politica più conservatrice, si svolga da molti punti di vista a spese della collettività.

Sono i costi collettivi della città dispersa, per usare una fortunata denominazione italiana dal titolo del libro di Roberto Camagni, Maria Cristina Gibelli e Paolo Rigamonti, pubblicato tanti anni fa, ed evidentemente messo all’indice (non c’è altra spiegazione razionale) dall’Anci, così che stuoli di sindaci autoproclamati virtuosi potessero continuare implacabili a tuonare contro devastazioni, cementificazioni, catastrofi planetarie assortite, amministrando al contempo territori che sono, e vogliono strenuamente restare, ispirati al modello dello sprawl suburbano, auto-centrico e sprecone, immerso nel proprio amato verde da giardini privati per sistemare l’aiuola di petunie e magari l’orto biologico di casa.

Riferimenti:

qui il sito Cool Climate Network dell’Università di Berkeley dove è possibile anche “giocare” con la mappa delle zone rilevate degli Usa. Quello strano popolo che tutti vogliamo imitare, di solito al peggio, mai nelle cose serie e condivisibili: lì il problema sembra sempre un altro

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