Il toro (inevitabile) nella cristalleria urbana

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Foto J. B. Gatherer

In tutti i sistemi c’è chi si adatta, chi cresce, chi muore per lasciar spazio ad altri, chi si colloca, in modo di solito precario, in cima alla piramide, magari già pronto ad essere scalzato da altri. Succede con la natura, che colonizza anche gli spazi più improbabili della città, e succede alle attività economiche, che vanno via via a caratterizzare in vario modo i quartieri. La tendenza più recente è stata quella della rarefazione di esercizi, concentrazione in alcuni punti o corridoi, soprattutto per confrontarsi con la forma più massiccia di concorrenza, ovvero quella rappresentata dagli scatoloni shopping mall suburbani. Nel secolo dominato dalla mobilità automobilistica e da tutti gli stili di vita connessi, erano questi centri commerciali ad offrire lo sbocco più comodo a chi cercava servizi, perché avevano risolto al meglio la questione fondamentale: per consumare qualsiasi cosa è indispensabile scendere, dall’auto, e la grande distribuzione organizzata mette a disposizione l’interfaccia ideale.

Gli esercizi classicamente urbani erano andati via via, certamente con un percorso non lineare, ad occupare tutte le nicchie per vari motivi lasciate disponibili dal modello a orientamento automobilistico, rivolgendosi quindi a una utenza di tipo variamente pedonale, dal giovane o anziano privo di mezzo proprio, a chi era disponibile a trasformarsi provvisoriamente in pedone senza tutti gli interfaccia del centro commerciale suburbano. Ma negli anni più recenti hanno cominciato a manifestarsi tendenze del tutto opposte. Continua ovviamente il predominio dell’auto privata nel determinare consumi, aspettative, stili di vita, ma risulta ormai chiaro che specie fra le nuove generazioni emergono domande diverse, che a partire dalla mobilità e dalla comunicazione si estendono poi ad altri aspetti. La domanda emergente è di ambienti urbani integrati, fruibili senza auto, a funzioni composite e integrate, dove si rinnova in altre forme qualcosa di simile al quartiere tradizionale, con una forte aggiunta di spazi per il lavoro e la socializzazione. In questo contesto arriva il Grande Predatore Commerciale.

Perché la distribuzione organizzata, pur cresciuta da decenni nel grande laboratorio o tabula rasa dello spazio suburbano, non dimentica certo lo slogan secondo cui il cliente da un certo punto di vista ha sempre ragione. E se un corposo segmento di questa clientela sceglie di stare in determinati ambienti, bisogna provare a inseguirne il portafoglio anche lì. Se necessario travestendosi da bottega di quartiere, per così dire. Questa più o meno la genesi di una serie di studi e sperimentazioni che oggi danno i primi frutti maturi, coi formati cosiddetti urbani del big-box classico, ridotti nella superficie, riformulati nell’offerta, riorganizzati rispetto alla centralità automobilistica. Ne abbiamo visto qualche esperimento anche in Europa e Italia, con noti marchi ad accendere piccole e discrete insegne su qualche centinaio di metri quadri di negozio, nulla di paragonabile alle migliaia del contenitore extraurbano. Sta accadendo su dimensioni diverse negli Stati Uniti, dove a Minneapolis (patria del primo centro commerciale moderno Southdale negli anni ’50, nonché del gigantesco Mall of America) apre Target Express, una rivoluzione da milleottocento metri quadrati al pianterreno di un edificio con appartamenti a quelli superiori. Circa un quinto dei suoi cugini tradizionali suburbani in quanto a superficie, parte soprattutto dalla riconoscibilità del marchio, perché tutto cambia, in una offerta urbana.

Accade quindi che anche la bottega d’angolo diventi una possibile nicchia occupata dalla grande distribuzione organizzata, stavolta non più grande anche nel punto vendita, ma certo nella capacità di ramificazione, diversificazione, adattamento. Qualcosa di simile è l’offerta arrivata da vari operatori per gli spazi delle biglietterie della rete trasporti pubblici di Londra: potrebbero diventare tutti negozi, con un’offerta integrata con la spesa online, naturalmente gestiti da grandi marchi, non certo da esercizi familiari. Cosa resta, a questo tipo di negozi e servizi, che sinora nelle città aveva per così dire approfittato dello scarso interesse della grande distribuzione? Difficile dirlo, ma è poco probabile che salvo pochi casi particolari tutto possa continuare com’è stato negli ultimi decenni, col dualismo sbilanciato fra la grande organizzazione localizzata nel suburbio, e l’esercente locale/familiare nei quartieri, a volte in commistione con qualche attività come sportelli bancari, servizi, laboratori, commercio di fascia alta irriducibile alla media dello shopping mall.

Oggi, con questi formati, salta ad esempio tutta la narrazione dell’esercizio locale, dell’elemento di vitalità urbana privilegiato, della funzione di socializzazione: che differenza c’è fra scambiare quattro chiacchiere alla cassa di un negozio o di un altro? E si capiscono anche meglio, in questa prospettiva, le polemiche sugli orari, o le resistenze costanti alle politiche di governo della mobilità automobilistica: il settore commerciale tradizionale urbano si sente minacciato in casa, e le prova tutte (protezionismo incluso) per tutelarsi. Ma è una battaglia di retroguardia, soprattutto quella sul ruolo di rivitalizzazione se leggiamo in parallelo le pressioni per gli orari, o la confusione imperante fra chi usa argomenti come “la città dell’uomo” e scelte normative che di fatto tendono invece a desertificarla, la città, invece di incentivare la nascita di nuovi soggetti, o l’evoluzione dei tradizionali, ad esempio nella scia del chilometro zero (definizione tutta da chiarire in questo senso), oppure dell’offerta composita di prodotti e servizi, o di spazi davvero integrati e di incontro. Del resto, per concludere un po’ schematicamente con la metafora del predatore che si è appostato all’angolo, anche il darwinismo, se ne limiamo un po’ gli angoli, ha un suo senso.

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