Conservatori per forza

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Foto M. B. Fashion

Quante volte vediamo usare il termine peggiorativo cementificazione come sinonimo di trasformazione? Si legge l’opinione di qualche intellettuale, o convinto di essere tale, su un quotidiano, a proposito di ecomostri, colate di calcestruzzo, sprechi di suolo, per poi scoprire che voleva invece dire rifacimento di un edificio in forme sgradite, volumi un po’ esagerati del complesso a uffici, discutibile riuso di una ex fabbrica. Intendiamoci: si ha il sacrosanto diritto di arrabbiarsi e usare tutti gli strumenti possibili e immaginabili per opporsi alle cose che non ci vanno a genio, ma chiamare le cose col loro nome sarebbe meglio. A furia di superlativi inflazionati, anzi, perdono di impatto anche le denunce, le cosiddette grida di dolore dal territorio ferito che poi ferito non lo è affatto. Ma niente da fare, il nostro spirito spontaneamente conservatore, anzi addirittura reazionario, si manifesta sempre così, e se non si manifesta in noi c’è sempre qualcuno lì a fianco pronto a urlare: cementificatori! E quelli vanno avanti, sicuri che nessuno ormai gli darà retta.

Tutto questo lo dobbiamo ai meccanismi decisionali e anche a quelli comunicativi. I progetti salvo alcune regole minime di convivenza si risolvono sempre in un rapporto tra committenza, mercato, ente pubblico di regolazione, e la partecipazione ex post finisce quasi automaticamente per opporsi alle trasformazioni in quanto tali, che considera sempre con sospetto, di cui vede soprattutto il portato negativo di sconvolgimento del proprio habitat. Caratteristico il caso della costruzione di un nuovo quartiere su terreni liberi antistanti un altro quartiere, i cui residenti magari sono cresciuti sin dall’infanzia considerando quel prato come un parco, un orizzonte immutabile, mentre invece sulle carte del piano regolatore stava scritto da anni zona edificabile, magari con progetto esecutivo già completo, solo in attesa del momento buono. Oppure trasformazioni di minore entità ma che comunque appaiono sconvolgenti una di fianco all’altra, se qualcuno ne coglie la natura di “complotto strisciante” proprio leggendo per caso i piani dell’amministrazione.

Cosa che succede, abbastanza ovviamente, anche perché le trasformazioni non si leggono (e non si decidono) in una prospettiva sufficientemente complessa da restituire tutte le facce della questione. A loro modo divertenti e paradossali tanti racconti sui giornali locali e non, quando rivelano insospettabili tendenze strapaesane da parte di chi abita in una grande metropoli, ma evidentemente coltiva un immaginario soggettivamente di villaggio. Per esempio quando si discute di conservazione, o trasformazione, dei caratteri di alcuni quartieri, e dove (curioso, ma non troppo) anche gli urbanisti a volte pretendono di classificarsi più o meno progressisti a seconda delle quantità di edilizia (vuoi in orizzontale, vuoi in verticale) consentite.

E certo alzare la media del volume degli edifici non è un capriccio, ma uno dei tanti strumenti per favorire la cosiddetta densificazione urbana, strumento pressoché unico a contenere spreco di suolo metropolitano, salvo ovviamente la pietrificazione di ogni attività, ma che si scontra spesso muso contro muso col conservatorismo spontaneo degli abitanti. Perché scatti questo istinto conservatore, conservatore, magari anche del peggio, è presto spiegato se ci si riflette un istante: edifici più alti, che magari fanno ombra, chiudono l’orizzonte, sono pure brutti da vedere? Certo che no, e figuriamoci.

Il fatto è che non si dovrebbe restringere la faccenda a semplificazioni schematiche, come la sola altezza degli edifici. Un vero diverso equilibrio accettabile e auspicabile lo si raggiungerebbe partecipando via via alla formazione delle decisioni, per esempio attraverso una migliore informazione “sistemica”, nonché attraverso una certa gradualità e organicità delle stesse trasformazioni: dalla gestione dei cantieri, a un corretto aggiornamento, ad un vero potere decisionale nel processo degli abitanti. In fondo erano questi anche gli obiettivi della cosiddetta legge sul localismo approvata dal governo conservatore in Gran Bretagna. Ma poi miseramente fallita perché agli abitanti si lasciavano solo decisioni minime, locali, in grado magari di soddisfare piccole esigenze lasciando invece campo libero a grandi appetiti (le autostrade ad esempio) con impatti enormi. Perché la chiave sta tutta lì, nel capire che c’è qualcosa d’altro oltre il nostro naso, e la pura diffidenza spontanea, la chiusura a riccio, procura solo guai.

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