Il verde artificiale va mantenuto artificialmente

Ecco qui un elenco di cose che ho trovato davanti a casa mia, in quell’isolato dove si beve un po’ troppo, area nord-est di Minneapolis: due biciclette abbandonate; un televisore sventrato da 13 pollici; un Chihuahua isterico che si chiama Apollo; tre piccoli massi scagliati da inferociti adolescenti tifosi di football; un perplesso gentile signore in giacca impermeabile che sanguinava dalla testa.
Ed ecco invece cosa non sono riuscito a trovare nella striscia di erbacce che sta fra il marciapiede e la strada: una pianta in grado di sopravvivere a tutto quel genere di assalti. E non è che non ci si sia provato. Negli anni, la mia fidanzata ha esiliato lì varie cassette di cose verdi — peonie, campanelli, una hosta — solo per farle marinare dal sale per la neve o triturare dai tacchi dei passanti. Quelle piante sono arrivate sul terreno già un po’ avvizzite, e non ce l’hanno fatta.
Eppure me lo sento, che lì ci dovrebbe stare un giardino: anche se quel posto in realtà non è mio. A Minneapolis, New York e ovunque, quella striscia da un metro fa parte della normale carreggiata di una via. É considerata a tal punto terra di nessuno, da non avere neppure un nome.

A New York, qualche volta la chiamano “prato degli alberi” secondo Nina Bassuk, responsabile di programma all’Urban Horticulture Institute della Cornell University. Ma si possono trovare in abbondanza altre etichette simili elencane nel Dictionary of American Regional English: striscia mediana, fascia verde, schiera, viale.
Quella migliore, a mio parere, è “
striscia infernale”, coniata dall’orticultrice e scrittrice Lauren Springer Ogden, che sta a Fort Collins, Colorado, e Austin, Texas.
Quel termine “mi è proprio scappato” ricorda la Ogden. “É una striscia, ed è davvero infernale. É dura per le piante crescerci”.
E fa un elenco delle piaghe che la affliggono. La cacca di cane. I cumuli di neve spalata. Il sale antigelo. Il caldo che riverbera dal marciapiede, e a livello del suolo supera anche i sessanta gradi. E poi se è in pendenza — quando il marciapiede sta più n alto della strada — “non si può neppure annaffiare perché l’acqua scorre via” spiega.
“Sostanzialmente, le uniche cosa che si possono mettere lì sono quelle che non hanno bisogno di alcuna cura” conclude la Ogden.

Da studiosa di questo particolarissimo ecosistema, la Bassuk è convinta che si esagerino i rischi del sale antigelo. “Di solito non si capisce quanto superficiali siano le radici”. In un terreno sabbioso, come il mio, “quel sale si drena via dalle radici alla svelta” (ma, è il caso di aggiungere, gli spruzzi salati dalle auto riescono comunque a fa seccare foglie e boccioli).
Quando si parla di strisce infernali, il problema non è il fuoco, ma lo zolfo.
“L’aspetto più problematico di tutti è il terreno compresso” continua la dottoressa Bassuk. Chi costruisce le strade e chi fa manutenzione passa col rullo compressore prima di versare cemento e stendere asfalto, lasciando anche le strisce a terreno praticamente impenetrabili alle radici delle piante”.
Dato che non posso certo chiedere i finanziamenti nazionali del
Superfund, provo a chiedere alla Bassuk: come potrei riuscire a sistemare un po’ i dieci metri di deserto davanti a casa?

Dovrei iniziare con una falciatura, mi dice. Poi, seppellire le erbacce sotto uno strato di una ventina di centimetri di “trucioli di legno o corteccia” dovrebbe eliminare la concorrenza per acqua e sostanze nutrienti.
Naturalmente si rifaranno vive, maledizione eterna. Però “adesso quel
prato degli alberi è il suo giardino!”Deve strappare le erbacce. Deve innaffiarlo”.
Una situazione che inizia a presentarsi come maledettamente faticosa. Ma c’è qualche pianta, chiedo, in grado di crescere dappertutto, un po’ come quei video virali sulla rete, col gatto che fa un massaggio cardiaco?
A questo proposito la dottoressa Bassuk raccomanda edera inglese o pervinche. Ci aggiunge anche una pianta perenne a crescita rapida che si chiama sommacco fragrante, un cespuglio da una cinquantina di centimetri con foglie verdi che sanno di menta. In autunno quelle foglie poi prendono il colore della carne di manzo secca.

In Colorado, la striscia che cura la dottoressa Ogden brulica di “centinaia di piante diverse che ho fatto crescere dai semi” ricorda. E crede che almeno qualcuna possa farcela anche a Minneapolis, o a Filadelfia, dove è cresciuta. C’è una specie ornamentale di piante delle praterie “molto legnosa e che dura parecchio”. Con quei piccoli fiori rosa “che odorano un po’ di caramello bruciato”.
Ma di sicuro, continua la Ogden, quegli inverni da congelatore del Minnesota, le estati umide da sauna, richiedono competenze particolari. Così, una mattina di qualche giorno fa, ho pilotato il furgoncino di famiglia fuori città per un’ora, fino a Landscape Alternatives, piccolo vivaio specializzato in essenze della prateria, fiori selvatici e altre essenze locali.
La responsabile, Jocelyn Warholm, ascolta le mie esigenze — cose che non hanno bisogno di cure, a prova di siccità, praticamente immortali — e si inoltra fra le scansie, scegliendo sei confezioni di piantine. I pussytoes ad aprile-maggio producono un’infiorescenza bianca piumosa. L’aster aromatico una fioritura simile alle margherite, color lavanda, appena prima del gelo. L’isopo fragrante cresce parecchio — un metro e mezzo — e si diffonde in fretta. Compro dieci tipi di essenze locali, in tutto una cinquantina di vasetti, a 60 dollari.

La Warholm raccomanda di sistemarle a una distanza di trenta centimetri una dall’altra. Non fa male bagnarle un po’ almeno le prime settimane. Poi, non dovranno più poppare dalla canna.
Tornato a casa, fodero la striscia infernale di giornali vecchi per soffocare un po’ le erbacce. Poi, ci spargo sopra uno strato di trucioli di legno. Mentre sto lavorando, mi fermo a leggere il necrologio di un intraprendente vecchietto, Richard Zimmerman, che nel 1948 si era trasferito in una caverna iniziando poi ad affittare quelle vicine. Ogni specie ha i suoi sopravvissuti.
Con l’aiuto della signora Warholm ho scelto delle piante di varie altezze e colori. Mia figlia, Bea, ci costruisce su l’idea di giardino. Cava le piantine dai vasi di plastica secondo una propria logica o capriccio. Quando si hanno quattro anni, difficile distinguere.
Tutto questo accadeva diverse settimane fa. E con una delle primavere più incivili degli ultimi anni — secco, neve sciolta, gelate, onde di caldo — le mie nuove piantine stanno iniziando a strisciare fuori dai trucioli di legno. Come quell’eremita che aveva trasformato una caverna senza valore in una pensione, insomma, anche quei germogli hanno da dire la loro.

da The New York Times, 26 maggio 2010 Titolo originale: Planting the Strip Between Sidewalk and Street – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

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