La sicurezza urbana della destra e le politiche di sviluppo locale

foto F. Bottini

Anche quando si pone l’accento sul libero mercato, sulla responsabilità degli individui, su forme di governo il più possibile leggere, si fanno scelte consapevoli e a loro modo strategiche di politica urbana. Ma non sono solo gli impiastri in malafede a sostenere cose diverse e contraddittorie. Esiste un comparto economico-urbanistico piuttosto preoccupato per le rivolte urbane nelle città britanniche, ed è quello dei commercianti e degli immobiliaristi di settore. Ma è un tipo di preoccupazione diverso da quello che ci si potrebbe spontaneamente immaginare. Quando per esempio durante certe rivolte o sommosse di quartiere avvengono saccheggi e le distruzioni, incendi di interi isolati e complessi di negozi, si danneggiano molti operatori, sia quelli direttamente interessati che i quartieri nel loro insieme. La ripresa dell’attività sarà lunga e complicata, anche se la pubblica amministrazione di solito interviene tra finanziari diretti, sgravi fiscali, sostegni, procedure agevolate. Ma non è questo il punto della preoccupazione, in realtà. Il vero cruccio di chi lavora nei e sui quartieri è la potenziale scomparsa delle politiche urbane di fronte all’emergenza ordine pubblico. Proprio la logica dell’emergenza, che invece piace così tanto ai furbi di ogni risma, fa temere quanti lavorano seriamente per lo sviluppo locale, anche solo inteso come far quattrini nella città.

Qualche analisi si settore si spinge anche oltre, rilevando un parallelo tra certe politiche di ordine pubblico e un arretramento nella cultura degli spazi commerciali urbani, tutta incentrata sulla presunta sicurezza anziché sulla vitalità dei quartieri, la massima accessibilità e permeabilità. A cui fatalmente corrisponde una ripresa del modello oggi faticosamente superato (o in via di superamento) dello shopping center chiuso come un bunker, a favore di spazi intergrati nel tessuto vivo della città. Come avveniva nel genere di ricolonizzazione denunciato tempo fa da Anna Minton nel suo famoso Ground Control, quella che trasformando il tessuto della città in un vero e proprio centro commerciale aperto ma gestito secondo rigide logiche manageriali esclude le diversità sociali, e anche nelle forme apparentemente urbane introduce la gestione autoritaria di una enclave controllata, come nelle tipologie classiche del suburbio, dal centro commerciale introverso, al parco uffici, al quartiere recintato. Come già accaduto ad esempio in molti progetti di architettura e riqualificazione successivi a clamorosi attentati, le rivolte urbane potrebbero indurre anche specifiche norme tese a mettere al centro un ordine del tutto astratto, rinunciando a qualunque innovazione spaziale.

Non mancano di sicuro da nessuna parte, pulsioni del genere. Basta pensare alla quantità di sciocchezze dette a fatte da sindaci e assessori italiani sul tema della cosiddetta sicurezza dei quartieri: ronde più o meno armate a fare chissà cosa, negozi assurdamente chiusi a metà pomeriggio anziché considerati per quello che sono, ovvero il miglior modo per favorire il processo di eyes on the street da tutti riconosciuto come la forma principe di autotutela urbana da comportamenti antisociali. Ma nel quadro internazionale le cose cambiano un po’ anche quando i governi centrali e locali sono decisamente conservatori: pure nelle dichiarazioni tutte legge e ordine, si nota una attenta lettura di cosa distingue una comunità da una caserma. Ne segue che i fondi per la ripresa serviranno sia a interventi di ricostruzione e riparazione che a programmi un po’ più complessi di rilancio: tutto ovviamente mettendo in primo piano il cittadino-proprietario-imprenditore (o il cittadino proprietario e basta nel caso dei residenti), in linea con una impostazione conservatrice, ma è chiara una lettura che chiameremmo alla Jane Jacobs delle dinamiche di una arteria urbana: la vitalità come complessità, la compresenza di attori diversi a garantirla, questa vitalità, l’importanza di operatori locali, ovvero implicitamente di uno stretto legame sociale, economico, di contesto fra chi lavora nel quartiere e chi lo abita.

Un altro esempio di pur conservatrice lettura della complessità socioeconomica urbana intervento, è quello di alcuni anni fa a Liverpool dove ad arginare il degrado urbano è entrato in campo un operatore privato lievemente diverso dai soliti speculatori edilizi o sviluppatori che dir si voglia. La squadra di calcio cittadina di fronte a decisioni strategiche a proposito dello stadio: procedere a una riqualificazione dell’impianto esistente o realizzarne uno nuovo. Vengono in mente, se pensiamo all’Italia, le discussioni e norme sui nuovi impianti, di solito con rilocalizzazioni periurbane o extraurbane, trasformazione in cosiddetti superluoghi, ovvero versioni giganti di complessi commercial-sportivi e nodi di trasporto. Rapporto con i quartieri, con la città, praticamente zero, salvo ovviamente evocare i flussi economici diretti e indiretti. Diverso il caso di Liverpool, dove le stesse forze conservatrici di governo pur nel pieno rispetto tory del diritto del privato di fare un po’ come gli pare, evocavano gli specifici problemi socioeconomici dell’area di Anfield, e le potenzialità di un processo di rigenerazione complesso innescato localmente dalla struttura sportiva. Insomma la città anche nella visione degli ultraliberisti può diventare qualcosa di più di una vaga categoria dello spirito su cui scaricare altrettanto vaghe pulsioni reazionarie, o militari, una concreta verificabile e interattiva complessità con cui fare i conti.

Il secondo esempio di questa lettura forse non condivisibile ma affatto sempliciona delle dinamiche urbane è la reazione in termini di puro ordine pubblico, condanne per le rivolte, pene comminate. E ci riporta ahimè all’approccio conservatore, addirittura vendicativo a cui siamo tanto abituati (sia a destra che a sinistra, verrebbe voglia di precisare) nel nostro paese. E che mescola due aspetti contraddittori: uno che sembra andare sempre nella direzione di un forte rapporto con il territorio locale, un altro che implicitamente pare minare questa positiva intuizione. Dopo le rivolte urbane e i saccheggi parallelamente alle politiche di indennizzo e rigenerazione si è ovviamente sviluppata la parte poliziesca e legale delle cause contro i colpevoli individuati. Le condanne almeno in prospettiva di messaggio sociale dovevano essere di due tipi. Uno riassumibile in una sorta di emblematici «lavori forzati locali socialmente utili»: evitare di sovraffollare inutilmente le carceri, e obbligare i condannati a riparare i danni, con un certo monte ore di manutenzione di spazi pubblici, rimozione di graffiti, lavori nel verde e anche attività più complesse e dure, come l’agricoltura urbana.

Abbastanza ovvio il rapporto diretto fra reati commessi, danni, conflitto con la comunità locale, e riabilitazione presso la medesima proprio rimediando direttamente o indirettamente al disastro. C’è però un altro aspetto, particolarmente odioso ma molto caro a questa destra dei nostri tempi decisamente schematica e vendicativa: la revoca dell’assegnazione della casa popolare per chi è condannato. Che fa saltare tutto l’impianto di interpretazione benevola nel senso di costruttiva, pur in una prospettiva di destra, di leggere la complessità dei quartieri sino a coinvolgere operatori economici e abitanti in modo integrato, in quanto attori di un unico processo. Anche le condanne ai lavori coatti socialmente utili proseguono coerenti in questa direzione, ipotizzando un percorso di reinserimento esattamente nel ripristino di quanto distrutto per irresponsabilità e/o ignoranza. Ma poi arriva lo sfratto per condanna: non solo odioso in quanto vendetta che si ripercuote potenzialmente su una intera famiglia, ma togliendo la casa si elimina esattamente l’appartenenza al luogo su cui tanto si è discusso per altri aspetti. Torna insomma implacabile e un po’ sciocca quella assurda centralità e pervasività del cittadino proprietario, che si scorda nel suo individualismo come le società stiano coese quando l’egoismo in qualche forma coesiste con la solidarietà, se la competizione non esclude del tutto la collaborazione. L’homo oeconomicus è un’astrazione da laboratorio buono magari per le operazioni di Borsa. Se esistesse nel territorio e nella società reali, dovrebbe correre dallo psichiatra. O magari vivere un po’ più coerentemente in un quartiere urbano, destra permettendo.

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