Individualismo scemo: la misura d’uomo

Foto F. Bottini

Anche i più stupidi luoghi comuni in fondo nascondono qualche verità: ad esempio che la metropoli è opprimente e per sua natura invivibile, o che la casa è il castello della famiglia … Fino ad un certo punto, però. Il quartiere a misura d’uomo, la città a misura d’uomo, quante volte abbiamo ascoltato o letto questa automatica litania nelle dichiarazioni di un assessore all’urbanistica o alla cultura o a chissà cos’altro? Al punto che viene da chiedersi quale taglia porti questo benedetto «uomo» assessorile, vista l’espressione ormai adattabile a qualsivoglia scelta e al suo esatto contrario. L’uomo in questione, a volte la signora o il bambino o l’anziano, può essere soprattutto automobilista, o appassionato/a cliente di bancarelle, oppure al contrario militante ciclista e cliente di negozi self-service, magari con forte repulsione per le scalinate, o vero/a fan di dislivelli, edifici alti che ispirano riflessioni sull’eternità … Insomma questa misura d’uomo non misura nulla, salvo più o meno la lunghezza delle pause da riempire di chi la sta usando come artificio retorico. Ma. C’è sempre un Ma.

Questa faccenda della misura ha un senso. Quanto debba essere grande la città se lo sono chiesti e ancora se lo chiedono in molti. Come recita l’inaffidabile saggezza popolare, se il paese è troppo piccolo la gente mormora, ma se la metropoli è troppo grande iniziano guai diversi, magari peggiori dell’incolto pettegolezzo. Non a caso, un po’ scientificamente e un po’ di sicuro come buon auspicio, parecchi dei rapporti sullo sviluppo urbano globale redatti dopo lo storico scavalcamento della quota del 50% della popolazione mondiale urbanizzata, sottolineano la tendenza alla crescita delle città medie. Naturalmente, con buona pace degli appassionati di ricette facili facili, non esiste una taglia ideale per tutti, e dimensione media può significare da qualche migliaio al milione di persone, a seconda dei contesti. L’importante però è che se pare definitivamente in crisi il modello della popolazione sparsa buono per tutti (rurale nei paesi poveri, suburbana in quelli ricchi), non saremo tutti obbligati ad accettare a scatola chiusa una specie di megalopoli globale proprio del tipo degenerato che intravedeva Oswald Spengler.

La cosa prende piede anche sul versante delle politiche pubbliche di sviluppo urbano, tese a evitare come la peste certe mega-città soprattutto terzomondiali (i cui caratteri non a caso ricompaiono puntuali frammentati nei modelli occidentali di «integrazione multietnica» alternativa all’assimilazione culturale) magari tanto amate da chi legge solo le tabelline del Pil, un po’ meno da chi ragiona senza i paraocchi dello specialista. L’idea pare ricordare a prima vista certe idee decentratrici antiurbane degli anni ’30. Lo spopolamento delle campagne e il bassissimo livello di vita che possono garantire enormi città in crescita vertiginosa non favoriscono uno sviluppo equilibrato. In sintesi si alzare il livello medio di reddito e di istruzione delle campagne e dell’insediamento sparso, magari favorendo la crescita e la trasformazione economica dei villaggi, avvicinandone il livello di vita scambi e opportunità a quello dei grandi centri urbano-metropolitani. Un modello che, pensano soprattutto nei paesi in via di sviluppo, eviterebbe le drammatiche distorsioni sociali, ambientali, democratiche, che nel relativamente breve arco di tempo post coloniale o post socialista hanno gonfiato a dismisura parallelamente il Pil e lo slum.

Che la cosiddetta Misura d’Uomo da buon senso comune sia scientificamente una sciocchezza accettata un po’ acriticamente da tutti, lo dimostra anche la progressiva crisi del modello di quartiere a casette unifamiliari, almeno come sogno unificante di tutti coloro che possono permettersela. Non solo in certi ricchi mercati territoriali alla ricerca di qualche sostenibilità climatico-ambientale da tempo progettisti e costruttori stanno ampliando la clientela sia per i cosiddetti transit-oriented-development attorno alle fermate dei mezzi pubblici, che nella pura densificazione edilizia per piccole zone. Anche là dove l’idea di cottage pare da sempre ideale di vita e appendice quasi indispensabile di ogni famiglia che si rispetti, qualcosa pare iniziare a incrinarsi, e lo si nota nei diabolici particolari. Accade che i piccoli lavori domestici di ampliamento dell’abitazione, per aggiungere una stanza o magari due, preferiscano farlo verso l’alto anziché in orizzontale. Ovvero si aggiunge un piano anziché consumare lo spazio del giardino. Parrebbe poca cosa, ma si pensi alle migliaia e migliaia di ettari di terreno che, così, potranno restare libere da costruzioni, ad allargare la maglia delle cosiddette infrastrutture verdi che secondo ambientalisti e urbanisti sono la rete portante della città futura.

Forse è un genere di trasformazione sociale e dell’immaginario che non colpisce i veri appassionati di catastrofi per consumo personale: quelli delle tabelline sul consumo di suolo, le particelle velenose sospese nell’aria ecc. Ma ha il vantaggio di venire dal basso, ovvero di aver già risolto, nel suo piccolo (ripeto, da moltiplicare per milioni, anche se da governare ovviamente) il tema centrale democratico quando si tratta di urbanistica, ambiente, rapporto tra vantaggi personali e bene collettivo. È una tendenza di mercato nel senso virtuoso della parola, ovvero una nuova domanda a cui i soggetti pubblici e privati farebbero bene a rispondere con un’offerta adeguata. Il che non risolve affatto i problemi del cambiamento climatico, della crisi energetica, e neppure se è per questo dell’eccesso di consumo di suolo per funzioni urbane. Ma è una tendenza assai positiva, che potrebbe mescolarsi produttivamente ad altre di ordine socioeconomico e di consumo.

Costruirsi la nuova stanza sopra anziché di fianco al soggiorno è forma ascendente di politiche collettive in fondo, a evitare magari inconsapevolmente che la somma di piccoli comportamenti (di famiglie, imprese, individui) non virtuosi produca danni enormi. La riproduzione all’infinito della casetta individuale che per vari motivi non sopporta altri vicini che non siano casette individuali, e che per un motivo ovvio non può ospitare altre funzioni che quelle dell’abitazione per la famiglia. E tutte queste funzioni devono dunque svolgersi fuori e lontano, quasi sempre il modo segregato e specializzato, perché si ritiene che così possano essere più efficienti. Il risultato si chiama correntemente sprawl, ed è secondo quasi tutti una vera macchina per divorare inutilmente energia, energia derivata dal petrolio, produrre inquinamento, e consumare prezioso suolo agricolo e risorse naturali.

Accade dappertutto nel mondo, ovunque arrivi l’accoppiata automobilismo privato di massa + autostrade, ma ad accorgersi dei risultati nefasti sono soprattutto i paesi in cui la cosa avanza a spron battuto (pardon: a sprawl battuto) da due o tre generazioni, ovvero i più ricchi. Una delle principali soluzioni che si sono escogitate nel tempo è quella, di puro buon senso e origine addirittura biblica, della ampia fascia di territorio agricolo o naturale attorno alle aree urbane, per cercare di mantenerle diremmo noi «a misura d’uomo». Qui naturalmente si inizia a discutere sulla taglia ideale del cosiddetto uomo, e sono guai. È un problema di democrazia: come si può negare il diritto di costruirsi una casa, una fabbrica, un negozio, un ufficio? Soprattutto di fronte alla crescita della popolazione e delle relative attività economiche e di servizio.

La pianificazione territoriale ha vari nomi per chiamare le fasce agricole di contenimento della crescita urbana. Quella più famosa è la greenbelt teorizzata dai britannici sin dall’epoca delle teorie sulla Città Giardino, ed è concepita soprattutto a evitare che le aree cittadine si fondano l’una nell’altra, saldandosi in un’unica entità. Come si intuisce, è caratteristica di un paese-isola con regioni urbanizzate definite e spazi limitati. L’altra soluzione è praticamente identica, ma si chiama urban growt boundary (UGB), margine per la crescita urbana e si adotta soprattutto negli Stati Uniti, Canada, Australia. La denominazione diversa corrisponde anche a una concezione un po’ diversa: la fascia libera da edificazione, in paesi caratterizzati da spazi immensi, è intesa soprattutto a tutelare gli ambienti aperti e le varie funzioni che svolgono.

Il che introduce un nuovo elemento di ambiguità nella faccenda della misura adeguata: quando cresce la popolazione, e non ci sta più nel perimetro dell’UGB, qualcuno dice semplicemente, spostiamolo più in là, c’è tanto spazio a disposizione! E quel qualcuno naturalmente non è solo un perfido sfruttatore dell’ambiente, uno speculatore immobiliare, un politicante corrotto (diciamo che non è solo questo, dai), ma rappresenta anche la legittima aspirazione di chi cerca spazio per vivere. Macché, rispondono dalla controparte, si può vivere benissimo o crescendo verso l’alto, o in altro modo densificando i quartieri (più spazio pubblico, un po’ meno privato). Visto che a decidere poi sono le pubbliche amministrazioni, alle varie scale, con politiche nazionali, regionali, locali, alla fine si tratta di un problema di ambiente, qualità della vita, e democrazia.

Prima di escogitare tecniche o concetti nuovi per adeguare le esigenze umane ai limiti posti dall’ambiente alla nostra voglia di «crescere» in tutti i modi, forse dovremmo piuttosto chiederci cosa ne pensano gli altri, e come sia possibile cercare di trovare una convergenza. La storia insegna che le soluzioni autoritarie «tecnocratiche» anche in ottima fede finiscano per creare più problemi di quanti non ne abbiano risolti, perché come nel caso delle casette ampliate verso l’alto è la somma dei piccoli gesti a determinare le grandi trasformazioni concrete. Non certo la vaga applicazione di principi sedicenti universali, i quali altro non sono che conclusioni teoriche desunte dall’analisi della realtà. Prendiamo la questione del verde urbano: quale è la vera misura d’uomo del verde urbano? Come si compone quantitativamente e qualitativamente un sistema in grado di rispondere efficacemente alle mutevoli esigenze dell’abitare contemporaneo? C’è un principio generale piuttosto valido, delle infrastrutture verdi, ovvero della sommatoria equilibrata di spazi di varia dimensione funzione e proprietà, in grado la operare come rete continua: dal giardino di casa, attraverso gli orti di quartiere, i parchi urbani per il tempo libero, fino alla fascia metropolitana agricola/naturale esterna all’area densa centrale. Il che presuppone però che tutti gli elementi del sistema possano in qualche modo operare insieme, ovvero che esista un minimo consenso fra tutti gli operatori e gestori. Non è, questo, un problema essenzialmente democratico?

Ma esiste anche il nostro aspetto di homo abilis da non trascurare mai, in grado di manipolare oggetti e strumenti, al punto da imprimere svolte epocali alla società (e al pianeta, in positivo stavolta, speriamo). Idee grandiose, e a volte apparentemente di piccolo cabotaggio ma ripetibili all’infinito, come quella dell’agricoltura urbana mobile, apparentemente una sciocchezza di poco conto, e invece … Pensiamo alle vecchie biblioteche viaggianti, un camioncino con un po’ di spazio all’interno che funge da punto prestito per i libri. Essendo l’oggetto centrale della faccenda lo specifico rapporto che le persone instaurano col libro, il problema delle relazioni con lo spazio urbano era abbastanza secondario: certo non esiste la sala lettura, ma l’utente riesce sempre a ritagliarsi qualche angolino, a casa o altrove. Come si fa con l’agricoltura, e somministrata in senso lato, con lavoro concreto, pratico, e rapporto diretto e indispensabile da instaurare con lo spazio urbano? La soluzione è quella di una scuola agricola itinerante, che però si porta appresso i campi.

Ovvero trasforma temporaneamente, e in prospettiva definitivamente, uno spazio/società urbano in uno spazio/società di agricoltura urbana partecipata, introducendo chiavi in mano conoscenze e strutture in zone degradate, e poi andandosene una volta esaurito il compito fondativo. L’esperienza dovrà poi viaggiare sulle proprie gambe, ma non a partire da vaghe promesse future. Anche qui: è o non è un problema democratico, di consenso? E di consenso convergente sulla cosiddetta misura d’uomo? Ai posteri l’ardua sentenza.

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