Le città blindate e ottuse della destra

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Foto J. B. Hunter

C’è un comparto economico-urbanistico particolarmente e ovviamente preoccupato per le rivolte urbane, ed è quello dei commercianti e degli immobiliaristi di settore. Saccheggi e distruzioni, incendi di interi isolati e complessi di negozi, danneggiano molto gli operatori, sia quelli direttamente interessati che nel loro insieme i quartieri entro cui operano. La ripresa dell’attività a regime spesso è lunga e complicata, nonostante certe garanzie pubbliche d’emergenza come sgravi fiscali, sostegni, procedure agevolate. Ma il vero punto di preoccupazione emerso, in realtà, pare un altro. Il cruccio di chi lavora nei e sui quartieri è la potenziale scomparsa delle politiche urbane di fronte all’emergenza ordine pubblico. Proprio la logica dell’emergenza, che piace così tanto ai furbi di ogni risma e cacciatori di consensi, a far temere quanti lavorano seriamente per lo sviluppo locale, anche solo inteso come far quattrini nella città.

Micidiale, lo intuiscono i piccoli operatori, un arretramento nella cultura degli spazi commerciali urbani, che si orienta tutta verso la presunta sicurezza anziché sulla vitalità, l’accessibilità, la permeabilità. E che adotta il modello che si credeva invece faticosamente superato (o in via di superamento) dello shopping center chiuso come un bunker, invece di spazi integrati nel tessuto vivo della città. Una ricolonizzazione in genere gestita da grandi soggetti dominanti, che esclude le diversità sociali, e anche in forme apparentemente urbane e aperte introduce la gestione autoritaria di una enclave controllata, come nelle tipologie classiche del suburbio, dal centro commerciale introverso, al parco uffici, al quartiere recintato. Come già accaduto ad esempio in molti progetti di architettura e riqualificazione Usa all’indomani dell’11 settembre, le rivolte urbane potrebbero indurre anche specifiche norme tese a mettere al centro un ordine del tutto astratto, rinunciando a qualunque innovazione spaziale: ovvero centri commerciali tout court giusto un po’ adattati al contesto anziché scatoloni chiusi paracadutati in uno svincolo.

Non mancano proprio da nessuna parte, pulsioni del genere. Basta pensare alla quantità di sciocchezze dette a fatte da tante amministrazioni sul tema della cosiddetta sicurezza dei quartieri: ronde più o meno armate, istituzionali o volontarie, a fare chissà cosa, negozi assurdamente chiusi a metà pomeriggio anziché considerati per quello che sono, ovvero il miglior modo per favorire il processo di eyes on the street da tutti riconosciuto come la forma principe di autotutela urbana da comportamenti antisociali. Solo raramente, nelle dichiarazioni di politici di centrodestra si nota una attenta lettura di cosa distingue una comunità da una caserma.

Spicca per eccezionalità l’intelligenza del Ministero delle Aree Urbane britannico quando alcuni anni fa ha deliberato gli Interventi di esenzione fiscale e finanziamento alla ripresa delle arterie commerciali. I cui fondi, gestiti direttamente dalle amministrazioni locali, servivano sia a interventi di ricostruzione e riparazione che a programmi un po’ più complessi di rilancio: tutto ovviamente e molto da liberali, mettendo in primo piano il cittadino-proprietario-imprenditore (o il cittadino proprietario e basta nel caso dei residenti). Quindi in linea con una impostazione conservatrice, ma è chiara una lettura che chiameremmo alla Jane Jacobs, delle dinamiche di una arteria urbana: la vitalità come complessità, la compresenza di attori diversi a garantirla, questa vitalità, l’importanza di operatori locali, ovvero implicitamente di uno stretto legame sociale, economico, di contesto fra chi lavora nel quartiere e chi lo abita.

Ma la destra resta pur sempre la destra, e qualcuno si è anche inventato qualcosa che ci vuol poco a definire vendicativo: la revoca dell’assegnazione della casa popolare per chi subisce condanne relative alle rivolte urbane. In pratica, invece della gentrification indotta da violenti meccanismi di mercato, questa pregiudiziale di ordine pubblico nelle graduatorie delle abitazioni sociali (che potrebbero riguardare intere famiglie) va decisamente nella direzione di una specie di eugenetica, odiosa e quasi impensabile. E fa davvero pensare a quante altre porcherie possano avere nel cervello certi personaggi che ci può capitare di eleggere nelle consultazioni locali. Un motivo in più per diffidare di certe proposte molto sbrigative che promettono di risolvere i problemi alla radice, facendo invece disseccare tutt’altro.

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