Le Colonne d’Ercole dell’Urbanizzazione

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Foto J. B. Gatherer

Il mito della nuova frontiera, come dovremmo sapere, è appunto un mito, ma facciamo sempre finta di non saperlo. Lo intuivano già i primi figli del progresso industriale, mentre appunto il mondo sembrava proprio avviato a questo genere di immaginario modello di sviluppo: la marcia, a volte trionfale a volte un po’ meno, ma sempre verso un orizzonte che ne celava un altro, si sarebbe prima o poi arrestata. Basta ricordare il visionario inventore della fantascienza moderna, Edgar Allan Poe, quando nel viaggio di Gordon Pym ai confini del mondo riempiva il percorso di sinistri avvertimenti. Eppure l’umanità tutta, e ben oltre ogni più trionfale aspettativa, si avviava verso questa mitologica frontiera mobile, fatta di crescita della produzione, dei consumi, delle trasformazioni di materie prime ed energia in qualcos’altro. Fatta, soprattutto, della massima concentrazione di queste trasformazioni materiali, nella forma dell’habitat umano moderno per eccellenza, la città.

Il prodotto urbano

Forse il vero passaggio tra la città tradizionale e quella industriale è proprio legato all’idea di prodotto urbano, non solo concentrato e luogo privilegiato di tutti gli altri prodotti, ma prodotto essa stessa, che quasi fatalmente mira a crescere e ad essere oggetto di scambi sino a configurarsi nella nostra società dei consumi come parecchio sganciata dai valori d’uso, come confermano se necessario certe quotazioni immobiliari surreali. Ma esiste anche la pura crescita quantitativa del consumo di spazio, specie se di spazio da vendere e comprare si tratta, e qui entra in campo soprattutto il modello suburbano o della bassa densità. Soprattuto secondo questo modello, versione distorta e caricaturale sia del quartiere nel verde alto borghese ottocentesco, sia del prototipo di città giardino a cui spesso dice di ispirarsi, semplicemente scimmiottandone alcuni casuali caratteri esteriori. Accade che nell’epoca dell’automobilismo di massa, nonché della scarsa considerazione per la finitezza delle risorse energetiche, l’antico sogno del decentramento pianificato si sia risolto nel famoso slogan drive till you qualify, ovvero allontanati sempre più da lavoro e servizi per pagare meno un metro quadrato di casa e verde privato. Tradotto più liberamente, paga in benzina e impatti socio-ambientali ciò che risparmi individualmente sull’altro fronte.

Il sistema integrato

Tutto si tiene, in questo sistema, perché da un lato si promuove pubblicitariamente un modello di vita ideale costruito attorno alla proprietà privata dello spazio (e alla mortificazione dello spazio pubblico), dall’altro la frammentazione estrema del sistema di residenze prevalentemente unifamiliari o piccole palazzine promuove altri consumi, i cui simboli più vistosi sono i big-box della grande distribuzione suburbana dedicati all’edilizia, giardinaggio, manutenzione fai da te. Che naturalmente già da soli occupano altro spazio e fanno avanzare ulteriormente la frontiera dell’urbanizzazione, che però ovviamente non arretra nemmeno quando quei contenitori si svuotano per obsolescenza o altri motivi commerciali e urbanistici. Iniziato negli Stati Uniti nel periodo tra le due guerre, esploso nella seconda metà del XX secolo, questo modello della nuova frontiera urbana non accenna comunque a invertirsi, nonostante alcuni recenti rallentamenti.

Sinistri presagi

Il termine conurbazione è stato introdotto all’inizio del XX secolo dal biologo-urbanista Patrick Geddes, a significare il progressivo coagularsi in un organismo territorialmente continuo degli insediamenti, con gravi ripercussioni di degrado ambientale, interruzione delle reti naturali, appiattimento e banalizzazione dei caratteri paesaggistici locali e danni per l’agricoltura. Proprio a evitare questo genere di conformazioni, che possono interessare sistemi di respiro regionale giganteschi, sono state introdotte nei decenni le due forme di tutela a scala vasta, analoghe anche se lievemente diverse, della green belt e del cosiddetto urban growth boundary. Ma il fenomeno della dispersione avanzante e incalzante elude queste forme di contenimento, anche perché esse non sono affatto pratica comune e diffusa, non sempre regolamentate a livello statale, quando invece lo sprawl assume dimensioni che addirittura scavalcano le circoscrizioni degli stati. Oggi, con una scoperta piuttosto inquietante, un nutrito gruppo di lavoro americano proietta le tendenze di trasformazione territoriale nella regione atlantica sud-orientale del paese, e indica chiaramente la formazione di una megalopoli continua, sull’arco di poco più di una generazione. Gli impatti ambientali, energetici, e come ci insegnano da molti anni tutti gli studiosi anche sociali, saranno immensi. Per non parlare di quelli climatici. C’è un modo almeno per arginare questa deriva, piuttosto pericolosa (anche per i “tentativi di imitazione”)? Probabilmente, solo intervenendo sul medesimo meccanismo di consumismo urbano riassunto sopra, ma questo evoca l’ultima questione: è possibile farlo a fronte di una classe dirigente che pare accecata da una specie di sacralità del mercato, anche di fronte alle minacce più gravi?

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