L’ergastolo da stress in villetta

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Foto M. B. Style

Quelli che «me ne vado dalla città», o addirittura che in città non ci sono mai neppure stati oltre lo stretto indispensabile per il lavoro, che hanno solo una vaga idea di cosa possa significare starsene tranquilli senza correre da quelle parti, credono di avere tutto chiaro. Ovvero che il proprio modello di vita sia comunque un accettabile equilibrio fra ciò che si vorrebbe e ciò a cui ci si deve adeguare giocoforza: molto stress fisico e psicologico da un lato, per accumulare reddito da spendere poi sia nell’acquisto e manutenzione dell’Eden, lontano da quello stress, sia per pagarsi la trasferta indispensabile avanti e indietro tra paradiso e inferno. Ed è proprio qui che tra l’altro casca l’asino. Casca tra l’altro, nel senso che spesso ci soffermiamo sulla cosiddetta ideologia del suburbio sottolineandone le tante contraddizioni, la delusione di chi voleva avvicinarsi alla natura ma non ci è riuscito, lo sgomento di non trovare tutto ciò che si era sognato e su cui si era investito. Ecco, nel caso specifico potremmo anche immaginarci, teoricamente, che qualcuno il sogno dell’Eden se l’è proprio costruito, sta lì, tangibile, esattamente come dove essere. Ma il nostro o la nostra protagonista dell’idillio, semplicemente non potrà mai goderselo, è la sua testa, stavolta, la colpevole.

Mi porto lo stress a casa, anzi lo produco apposta

Ecco, quel fatto di «andarsene dalla città» perché il lavoro stressa, perché la densità di relazioni e spazi stressa, è la vera stupidaggine: lo stress si deve combattere dentro, ovvero dentro il lavoro, dentro la città, dentro sé stessi. Lo spostamento fisico dello stressato o della stressata, invece di eliminarlo lo stress, lo incrementa producendone di nuovo, in quell’alienato quotidiano prolungamento artificioso che si chiama pendolarismo. Hai voluto allontanarti molto dalla città? Scemo/a: ti sei costruito una fabbrica di vibrazioni negative lunga tanto il tuo percorso casa-lavoro e viceversa! Peggio di così. Lo spostamento pendolare è una micidiale fonte di stress, e alla lettera: «la ricerca scientifica ha prodotto un corposo numero di studi per verificare quanti danni possa fare un pendolarismo di lungo raggio. Chi sta molto tempo in viaggio soffre, si stressa, diventa obeso, è insoddisfatto. E la soddisfazione che poi deriva invece dall’abitare in una casa più grande nel sobborgo esterno, o di tanti soldi risparmiati rispetto a una casa in città? Niente da fare, non ne valeva la pena».

Nel male c’è sempre anche la terapia

Dunque l’automatismo mentale, assai sfruttato da quel sistema complesso e perverso di consumi concatenati, che ci indurrebbe a «andare via, dalla città, a cercare la felicità» (è anche, quasi alla lettera, una classica rima da canzonette) dovremmo superarlo. A meno di non adorare lo stress, il dolore, l’obesità, l’insoddisfazione, naturalmente. Molto più efficace parrebbe lo sforzo per migliorare le condizioni di lavoro, la qualità dell’abitare urbano e dei servizi di quartiere, del tipo che nel lontano suburbio di solito non ci si può neppure sognare, e che comportano spesso altro stress da spostamenti obbligatori per far compere, frequentare uno studio medico, portare figli a scuola, o addirittura trascorrere il tempo libero in uno spazio verde meno angusto di quello del giardino privato. E naturalmente, il fatto di stare vicino a posto di lavoro e altre mete magari non cancellerà lo stress da spostamenti, ma farà sì che risulti molto più agevole operare per ridurlo, magari cambiando mezzo di trasporto, o percorso. Perché se la città è comunque il futuro del pianeta, bisogna conviverci, e iniziare da subito vuol dire portarsi avanti.

Riferimenti:
Annie Lowrey, Your Commute Is Killing You, Slate, maggio 2011

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